Mentre tutto il mondo protesta, ci si chiede che stiano facendo i giovani del nostro paese; perchè sembino disposti ad accettare, più o meno passivamente, tutto.
Monica è un' amica di famiglia. E' una giovane storica dell'arte; è colta, parla cinque o sei lingue, raffinata, intelligente, con una buona laurea ottenuta in un'ottima e costosissima università. In questi giorni, lei e il suo compagno, un fotografo, passano il loro tempo nel cuore del distretto finanziario di Chicago: sono due degli "indignati" che stanno occupando i centri di alcune delle maggiori città degli Stati Uniti.
Il poco che so del movimento americano degli occupatori lo devo a lei e alle lettere ed ai documenti che mi invia per posta elettronica. Forse, dopo tante discussioni avute in questi anni sul destino dell’Occidente, vorrebbe che scrivessi anche io qualcosa e che contribuissi, con una visione da "questo lato dello stagno", al dibattito che quei giovani e meno giovani stanno intessendo da un capo all’altro dell’America.
Non me la sento di dire granché, conosco troppo poco quel Paese per scrivere qualcosa che possa interessare davvero chi vi abita.
Vorrei, piuttosto, dire qualcosa dell’Italia; una riflessione che mi hanno stimolato a compiere le dichiarazioni di uno dei ragazzi che resta a dormire sul marciapiede davanti l’edificio della Federal Reserve Bank.
"Ci opponiamo agli abusi compiuti dalla finanzia contro il sistema politico", ha detto un ventiduenne, "rivogliamo la nostra fetta del sogno americano".
Ci si chiede perché i nostri giovani non protestino; perché non imitino i loro coetanei spagnoli o, ora americani? La risposta è tutta in quella seconda frase, in quel chiedere indietro una fetta dei propri sogni.
Certo c’è molta retorica nel sogno americano, ma pure la consapevolezza di vivere in un paese in costante espansione e in una società non completamente ingessata. La speranza, per molti americani la certezza, che prima o poi si presenterà l’occasione giusta.
Una possibilità, forse una sola in tutta la vita, di raggiungere il successo, qualunque cosa voglia dir successo per ognuno. Una possibilità da cogliere con fede e coraggio e che richiederà tanto lavoro per concretizzarsi, ma che sarà reale, concreta.
Non troppo diversi sono i giovani spagnoli, anche se il sogno al quale sono stati educati, con il quale sono cresciuti, aveva forse una dimensione più collettiva: era il sogno di un paese che pareva in crescita travolgente e che aveva superato in un paio di decenni un ritardo secolare nei confronti del resto d‘Europa.
La Spagna che ha generato gli "indignados", meglio ancora la Spagna dei loro genitori, vibrava delle energie trattenute per quarant’anni, liberatesi dopo la morte di Franco e la fine della dittatura. Era anche quella spagnola, fino a pochi anni fa, una società in trasformazione in cui c’era (o sembrava esserci) spazio per tutti e per i sogni di tutti.
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In un articolo che si occupa del perché chi ci si indigna poco o nulla non è affatto facile (...)
06/10 14:37 - Giorgio ZintuNon vorrei essere frainteso... gran parte delle popolazioni umane sono schiave delle gerarchie (...)
06/10 14:34 - Damiano Mazzotti