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Germania: leader d’Europa o solo prima della classe?

La Germania è vista da alcuni come il modello da seguire, da altri come il nemico numero uno. Rappresenta il dogma del "prima i conti in ordine" e si associa automaticamente a parole come austerity e fiscal compact. Ma cosa rappresenta davvero la Germania in Europa?
 

Non passa giorno in cui non si parli della crisi dell’Europa e della sua moneta. Si è ormai giunti all’ennesimo e (quasi) inutile vertice europeo. Molti si aspettavano dalla risposta (di sinistra) greca un’alternativa all’austerità tedesca ma il voto ha mostrato come la pressione dei detentori del debito modifichi le scelte dell’elettorato, e di conseguenza incida sulle scelte politiche di un Paese.

La signora Merkel, e tutto il suo entourage fatto di consiglieri, lobbisti e rete di interessi, avevano dapprima consigliato al popolo greco quali partiti votare e successivamente hanno anche affermato che le condizioni del debito non erano rinegoziabili. L’uscita dall’euro della Grecia sarebbe stata sicuramente una catastrofe dal punto di vista (geo)politico perché sarebbe andata a mettere in dubbio la validità della costruzione europea e ci avrebbe probabilmente portato ad avere interessi stranieri (la Cina in primis) di fronte alla porta di casa.
 
Un altro punto importante è il ruolo economico-politico che la Germania dovrebbe avere ma che non va oltre al rigore dei conti. Persino il governo olandese è dovuto andare a casa e ora solo Germania e Finlandia possono affermare di essere al sicuro dalla speculazione. Il ruolo che ora la Germania sta giocando è talmente cruciale da renderla il punto nodale di tutta l’analisi che si sta facendo intorno alla crisi dell’Eurozona. Il dilemma di fronte a cui siamo è molto profondo perché porta alla luce tutte le contraddizioni dell’Europa unita. Prima di tutto, di quale Europa stiamo parlando? Non tutti in Europa si rifanno al sogno federalista di Altiero Spinelli, altri vogliono l’Europa delle Nazioni o dei Popoli. Altri ancora l’Europa nemmeno la vogliono. Non esiste una volontà politica capace di traghettarci al passo successivo dell’integrazione europea.

La contraddizione fondamentale è proprio questa, non si sa che Europa creare, oltre al paradigma di libero scambio in vigore. Sembrava che bastasse rendere liberi di circolare capitali (con una moneta unica), merci e persone per fare dell’Europa una Patria comune. Ora si è capito che bisogna fare molto di più perché non basta essere compatibili e convivere felicemente in tempi di abbondanza. Bisogna condividere anche sofferenze e sacrifici.

La crisi offre all’Europa la possibilità di uscirne politicamente rafforzata perché, almeno entro alcuni campi d’azione, potrebbe riuscire a superare le barriere nazionali arrivando ad un ulteriore livello di integrazione poltica-economica-sociale. Quello dell’integrazione europea è un processo ancora molto lungo ma alcuni passi decisivi vanno fatti ora, altrimenti ci si ritroverà senza più nemmeno il corpo europeo, che una volta frantumato sarà difficile da ricomporre.
 
Per capire che aria tiri in Europa in questo momento basta andare a leggere cosa scrivono due tra i più autorevoli e letti settimanali europei.

Die Zeit è uno dei settimanali più letti nell’area germanofona d’Europa. Nell’editoriale del suo direttore viene delineata la situazione in maniera molto chiara: la Germania è consapevole che si rischia una crisi come quella del 1931, quando l'austerità di Brüning portò al “crollo della democrazia nel proprio Paese e in tutta Europa". La metafora assai efficace utilizzata per spiegare la situazione è quella dello studente. A scuola infatti non tutti gli studenti sono bravi allo stesso modo, ci sono quelli che studiano e quelli che non studiano, quelli che studiano passano gli esami e altri che vengono bocciati. L’analogia con gli Stati europei, con i loro debiti e le loro inefficienze, è evidente. La domanda è se fare “copiare” gli studenti “svogliati" sia giusto o meno, se sia funzionale agli interessi degli studenti stessi oppure no.

La Merkel viene presentata come la persona che si trova costretta ad abbandonare una posizione dopo l’altra a causa delle pressioni europee. Anche se nelle conclusioni l’editoriale riconosce la necessità dell’unione bancaria, degli Euro Bonds e dell’ampliamento del fondo salva stati ma si mostra perplesso davanti al fatto di dover far pagare il conto ai tedeschi senza che gli altri debbano fare “i propri compiti a casa”. I tedeschi che speravano di “germanizzare" l’Europa attraverso la disciplina di bilancio si vedono invece sempre più “europeizzati”. Il problema qui è che non ci sono gli esami di riparazione a settembre dato che la speculazione non conosce ferie estive e quindi bisogna agire immediatamente.
 
L’analisi che fa invece The Economist è per certi versi complementare e focalizza alcuni dei principali problemi relativi all’iniezione di liquidità nelle banche spagnole. L’Economist riconosce nell'incapacità della Germania insieme ai suoi partner europei di favorire l’integrazione politica Europea il punto debole dell’Eurozona. Nel caso particolare degli aiuti alla Spagna si può notare come l’erogazione di denaro al governo e non direttamente alle banche rappresenti un’occasione mancata verso la creazione di un’unione bancaria. I 100 miliardi di Euro messi sul piatto hanno retto solamente poche ore sui mercati, e lo spread sui bond spagnoli ha toccato i massimi dall’entrata in vigore dell’Euro. Da ricordare è anche che se questa iniezione di liquidità fosse avvenuta l’anno scorso avrebbe avuto molto più successo perché ora i capitali sono stati drenati dal Paese e gli investitori non hanno più alcuna hanno fiducia. Inoltre l’erogazione degli aiuti farà lievitare ulteriormente l’indebitamento del paese di circa 10 punti percentuali. Solamente ì’attuazione di riforme sistemiche come la mutualizzazione dei debiti e l’unione bancaria con responsabilità europea per le banche potrebbero consentire all’Eurozona di non sgretolarsi.
 
Ci troviamo nella situazione paradossale in cui da una parte abbiamo la Germania che vorrebbe europeizzare il suo modello economico senza se e senza ma, dall'altra un’Europa che non è in grado di farsi germanizzare perché non ha le basi socio-economiche per farlo (quelle politiche sì dato che ci sono praticamente solo governi espressioni dell’elettorato conservatore che è tendenzialmente favorevole all'austerity). Quando si afferma che la Germania cresce grazie all’export (60% verso l’Eurozona) agli investimenti pubblici e alla competitività delle sue merci con una moneta debole rispetto alla sua economia si dice il vero. Quello che però non viene detto è che questa crescita con i suoi bassi livelli di disoccupazione sono il frutto delle (inique) riforme del mercato del lavoro portate in essere dai governi socialdemocratici di Schroeder, i quali hanno precarizzato e reso una grandissima parte dei lavoratori tedeschi sottopagati (si guardi il caso dei “1€ Jobs”) e costretti ad accettare qualsiasi tipo di lavoro indipendentemente dalla qualifica. Sono cresciute le garanzie per alcuni e sono aumentate precarietà e indigenza per altri. La competitività tedesca deriva quindi sia dalla sua efficienza industriale e burocratica sia dalla creazione e dallo sfruttamento di un esercito di milioni di “working poors”.
 
La critica al modello Germania è utile solo per comprendere come anche l’ottimo stato sociale tedesco e la crescita economica con occupazione costante rientri nel paradigma classico del capitalismo che riesce ad essere economicamente produttivo sfruttando le classi indigenti. Alla Germania bisogna anche fari i complimenti perché ha agito nel suo interesse nazionale, ha fatto le riforme che l’Italia doveva fare già dieci anni fa e ora si può permettere questa egemonia sulla casa comune europea. L’unica cosa possibile in questo momento storico, a parte la disgregazione del sogno europeo, rimane una decisa e ordinata integrazione politica dell’Europa attraverso tutte quelle misure che in questi mesi sono state dibattute da esperti, attivisti e persone comuni in tutta Europa, vale a dire gli Eurobonds, la tassazione sulle rendite finanziarie, la diminuzione delle spese militari e il cambiamento del paradigma economico neoliberista
Ci si dovrebbe infatti chiedere se si è davvero disposti a vivere in un sistema costruito su questo paradigma economico o se forse la crisi dei debiti ci offre la possibilità di cambiare il nostro percorso e di rimettere al centro non solo i valori di giustizia sociale ed uguaglianza ma anche i concetti di diminuzione del lavoro, diminuzione del consumo e diminuzione dell’industrializzazione delle forme di vita.

Tutto questo per tornare ad essere un po’ più felici e avere il tempo di rendersene conto. Un po’ di otium invece di questo continuo negotium.

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