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di حكيم النور (sito) lunedì 25 luglio 2011 - 0 commento oknotizie
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Genova, dieci anni dopo. Quando quei ragazzi ci dissero che un altro mondo era possibile

1. Una regola non scritta in architettura tramanda che “la tragedia migliora il progetto”. Trasposta sul piano sociopolitico, vuol dire dire che la morte di un uomo - se qualcosa di positivo può esserci - dovrebbe avere l'effetto di smuovere le coscienze dei singoli verso il cambiamento.

A dieci anni dal G8 di Genova, dalle devastazioni della città all'assalto della scuola Diaz, dalle torture di Bolzaneto al corpo di Carlo Giuliani disteso sull'asfalto, dovremmo chiederci se tutto questo sia almeno servito ad incoraggiare la naturale tendenza verso quegli ideali di giustizia, solidarietà, eguaglianza invocati dai giovani (quelli pacifici, si sottolinea) scesi in strada in quei giorni di fine luglio del 2001.

2. Nei giorni delle manifestazioni l'attenzione fu rivolta soltanto all'ordine pubblico, a quelle trecentomila persone che affollarono della strade del capoluogo ligure fino a farle straripare, lasciando inascoltato il pensiero di quanti si erano recati lì per gridare che “un altro mondo è possibile”. Lo scrittore Erri De Luca spiegò il fatto con una metafora idraulica: troppa acqua per così pochi vasi comunicanti, l'impianto si sfasciò.

Negli anni a seguire, l'esigenza di illuminare i fatti accaduti ha portato alla luce una realtà ancora più drammatica. Fin da subito la narrazione sui fatti di Genova è stata completamente risucchiata nella spirale della polarizzazione ideologica, specialità tutta italiana di considerare di argomenti di pubblico interesse. Con l'aggravante, però, uno strascico giudiziario di impunità che rappresenta uno scandalo nello scandalo.

Ma qual era la colpa di quei ragazzi guardati con sospetto, che nessun genitore davanti alla tv avrebbe voluto come amico del proprio figlio? Aver ardito proporre una propria agenda politica ai grandi della Terra.

3. Il decennale del G8 è arrivato in un momento storico tutt'altro che sereno. L'attacco speculativo contro il nostro debito pubblico testimonia che la crisi finanziaria esplosa nel 2008, è ancora lontana dal placarsi. Gli scontri in Val di Susa ribadiscono la sudditanza della nostra classe dirigente alle lagnanze della cricca. I ricatti di Marchionne a Pomigliano e Mirafiori dimostrano come il diritto al lavoro debba ancora piegarsi alle esigenze del profitto. I continui ed incessanti tentativi del governo di boicottare i recenti quesiti referendari su acqua, nucleare e legittimo impedimento sottolineano la distanza tra le richieste della base e le decisioni prese dall'alto. La sproporzione esistente tra la miseria della gente comune e la prosperità di una classe dirigente non percepita come rappresentativa – non fosse altro perché non eletta.

La stagione in corso sta palesando come gli interrogativi che ci poniamo oggi sono gli stessi allora sollevati dai ragazzi di Genova, i quali però furono bollati solo come sognatori o figli della pappa pronta – quando non addirittura come criminali, senza distinguerli dai black bloc – per avere la forza di introdurli nell'agenda politica di “quelli che contano”.


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