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 Home page > Tribuna Libera > Fuori dal coro: quanti dipendenti pubblici sono assenteisti?

Fuori dal coro: quanti dipendenti pubblici sono assenteisti?

Una riflessione, assolutamente impopolare, sul nostro pubblico malcostume.

Quando ci si chiede perché i cittadini italiani paghino tante tasse quanto i danesi e ricevano in cambio servizi di livello, appunto, italiano, dopo aver strillato contro gli orridi politicanti, dopo aver puntato il dito contro tutto e tutti, non si può ignorare il semplicissimo dato di fatto che tanti dei nostri dipendenti pubblici rubano in tutto o in parte il proprio stipendio; che non solo sono spesso stati assunti chissà perché a fare chissà che cosa (viene da chiedersi, per esempio, che contributo staranno dando, al Paese, i 348 assunti dall’amministrazione Alemanno per portare a 565 dipendenti l’organico di Risorse per Roma, un ente che ha la fondamentale missione, secondo il suo sito, di essere “advisor dell'amministrazione capitolina nelle attività di supporto per la realizzazione dei progetti di pianificazione territoriale urbanistica, rigenerazione urbana e valorizzazione immobiliare, promozione dello sviluppo locale e marketing territoriale) ma spesso non hanno neppure la decenza di presentarsi sul posto di lavoro.

Nonostante i goffi tentativi del ministro Brunetta di cambiare la situazione, infatti, l’assenteismo dei nostri dipendenti pubblici è ancora oggi, in media, triplo di quello che si registra nel settore privato. Gli italiani che lavorano nelle grandi aziende, per capirci meglio, perdono il 5% delle loro giornate lavorative e ancora meno soggetti ad ammalarsi sono i dipendenti di quelle piccole e medie; sono dati più o meno in linea con quelli delle altre economie avanzate. I lavoratori autonomi e gli artigiani, poi, godono di una salute di ferro; nei loro settori il tasso d’assenteismo tra lo 1 e lo 1,5%.

Tutta un’altra storia per quanto riguarda la nostra pubblica amministrazione, dove il generale d’assenteismo non scende sotto il 12 -14%, con punte del 30% e oltre per certe amministrazioni (il comune di Roma di cui abbiamo già detto) e del 50%, specie nei mesi estivi, in determinati enti locali. Un esempio? In rete ho trovato i dati forniti per il 2010 dalla comunità montana di Penne (Pe); da Luglio a Ottobre compresi, i dipendenti assenti sono sempre stati almeno il 44%.

Non si può generalizzare, ma proprio le differenze tra settori apparentemente omogenei del nostro pubblico impiego inducono a sospettare che vi deve essere del marcio.

Guardiamo ai “ministeriali” e chiediamoci se può esistere qualche spiegazione tecnica al fatto che i dipendenti del ministero della Giustizia (1,84 giorni di assenza al mese) abbiano perso, nel 2010, un numero di giornate lavorative più che quintuplo dei loro colleghi della Farnesina (solo 0,35 giorni il mese).

Non c’è da stupirsi, di fronte a questi dati, che, nonostante la resistenza delle nostra sanità (buona e a volte ottima, specie al centro-nord) e della scuola, che si ostinano a funzionare dignitosamente, la nostra pubblica amministrazione finisca ultimissima, tra quelle dei paesi più o meno sviluppati, nelle classifiche elaborate dai vari organismi internazionali; 97sima al mondo, secondo una graduatoria stilata nel 2011 per conto del World Economic Forum.

Non si può neppure pensare di far tornare a crescere il paese, portandosi dietro una simile zavorra; è qualcosa che dovremmo capire tutti, anche a sinistra: se si sprecano risorse a questo modo, mancano poi quelle per finanziare uno stato sociale che, infatti, nel nostro paese è praticamente assente.

Non si tratta di licenziare qualcuno dei nostri 3,4 milioni di dipendenti pubblici; facessero il proprio mestiere, o meglio facessero un qualche mestiere, non sarebbero, in proporzione, più di quelli tedeschi e sono meno di quelli francesi. Si tratta di metterli tutti nelle condizioni di dare un contributo alla vita del Paese; di metterli nelle condizioni di svolgere, per davvero, un lavoro.

Si tratta certo di intervenire dal punto di vista organizzativo, spostandoli eventualmente da un ente in cui sono in soprannumero ad un altro in cui manchi personale, quanto dal punto di vista tecnologico estendendo, e sembra assurdo scriverlo nel 2012, il più possibile l’uso dell’informatica. Si tratta, soprattutto, di far recuperare loro, se mai lo hanno avuto, il senso dell’importanza del loro ruolo; del loro essere, davanti agli altri cittadini, lo Stato. Uno Stato della cui autoritas dovrebbero portare sempre con sé una scintilla, ricordando, però, che lo stesso Stato è efficiente quanto loro sono efficienti ed è presente o assente quanto lo sono loro.

Obiettivi raggiungibili, ma non senza la collaborazione degli stessi dipendenti pubblici, e, soprattutto, senza una chiara volontà politica di farlo. La lotta al malcostume nella pubblica amministrazione dovrebbe essere prioritaria, per i nostri governi, tanto quanto la lotta all’evasione fiscale; per la prima, invece si è fatto ancora meno del pochissimo che si è fatto per la seconda. Monti, da questo punto di vista, non fa eccezione. Si parla spesso di poteri forti; uno, fortissimo, è proprio rappresentato dalla massa compatta dei voti dei dipendenti pubblici e delle loro famiglie: un potere contro cui nessun politico può apertamente andare.

Servirebbe un grande accordo di tutti i partiti, dunque, per creare nel pubblico impiego, un sistema di premi ed avanzamenti per i meritevoli, e qui siamo tutti d’accordo, e di retrocessioni e punizioni, licenziamento assolutamente compreso, per chi si ostina a non voler fare il proprio dovere. E qui non si dice d’accordo quasi nessuno.

Eppure dovrebbe essere chiaro a tutti che un sistema che preveda delle promozioni, non può che contemplare anche delle retrocessioni; quando non è così, si arriva a casi come quello della Catania di Scapagnini, dove non circolavano più gli autobus perché tutti gli autisti erano stati promossi dirigenti. E le punizioni? Non sarebbe meglio educare anziché metterle in atto? Certo, ed educare bisogna, ma servono decenni, lo spazio di una o due generazioni, e ormai abbiamo pochissimo tempo.

Ancora una volta si tratta di guardare alla realtà senza pregiudizi. A quella delle nostre autostrade, per esempio: vent’anni fa erano delle piste da formula uno; oggi, perlomeno nei tratti vigilati dagli autovelox, assomigliano a quelle di un paese del mitico Nord.

La lezione da trarne, che si guardi da destra o da sinistra, mi pare evidente.

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