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Fotografare la Yakuza. Intervista con Anton Kusters

 

Anton Kusters è un fotografo belga che è riuscito in un documentario impossibile: fotografare la Yakuza. Spinto dalla sua volontà, senza nessun appoggio di grandi network, dopo lunghi mesi di trattative, Anton e il fratello Malik hanno avuto pieno accesso al mondo di una delle mafie più potenti del mondo. Un lavoro documentaristico di portata straordinaria, realizzato però senza la volontà di esprimere giudizi e opinioni, ma testimoniando, attraverso sensazionali fotografie i riti e rituali della Yakuza. Un documentario fotografico durato ben tre anni, oggi all’attenzione di tutta la stampa europea e mondiale. 

Un reportage sulla Yakuza: solo perché è un mondo estremamente chiuso e sconosciuto o hai un interesse particolare nella mafia giapponese? 

La ragione per cui ho cominciato questo progetto è stato dettato in parte dalla curiosità di un mondo particolarmente chiuso: come vivono, quali sentimenti li animano? Cosa pensano della loro società e dei giapponesi? Perché c’è questa grande dualità della Yakuza, indagata ma anche tollerata? Si ritengono criminali, come si definiscono nel contesto della loro società? Un’altra ragione, più semplice, era l’opportunità di visitare più spesso mio fratello Malik che vive a Tokyo. Questo progetto ci ha dato il pretesto per cominciare qualcosa insieme e imparare lungo il cammino. 
 
Dopo tutto il tempo speso con la Yakuza, quali sono i tuoi sentimenti, le sensazioni per loro?
Credo che dopo tutto il tempo che ho spesso con loro, ho appreso che il loro mondo è molto più complesso di quanto avessi mai immaginato. La Yakuza è una mafia e non condivido le loro azioni criminali per nulla, chiaramente. Ed anche loro sono consapevoli di essere criminali, ma allo stesso tempo, per loro essere un appartenente alla Yakuza è un percorso di vita vero e proprio, più di qualsiasi altra cosa. Ho imparato che definire la Yakuza basandosi solo sulle loro azioni criminali è riduttivo. E’ un mondo con tante scale di grigio, e sentono di avere un ruolo nella società, un ruolo molto oscuro. 
 
Hai realizzato questo reportage in più di tre anni, secondo il tuo punto di vista soltanto i progetti di lunga durata possono scavare a fondo in un determinato soggetto?
Credo proprio di sì. Naturalmente dipende dal soggetto. E’ possibile fare reportage più brevi che comunque scavano in profondità. Ma per questo particolare progetto c’è voluto molto tempo, pazienza e creare una fiducia molto complicate da ottenere. Io penso che come fotografo, questi progetti - incontrare altre culture e sub culture e imparare vicendevolmente a fidarsi e osservarsi con una mentalità aperta - siano molto importanti per comprendere la condizione umana.
 
Il tuo lavoro sulla mafia giapponese può creare una sorta di fascino, invece di una denuncia della violenza che generano? Quale deve essere il ruolo del reporter?
Un reporter ha il dovere di investigare e offrire un’opinione corretta e informata sul soggetto che investiga. Se io fossi un reporter o un fotoreporter mi sentirei obbligato a fare lo stesso. Ma io non sono un reporter e questo non è fotogiornalismo. Non so nulla della Yakuza, oltre il fatto che sono stato molto fortunato a poter accedere nel loro mondo e poterlo fotografare. La mia fotografia in questo progetto è documentario, non fotogiornalismo: le immagini documentano esattamente i sentimenti, le paure, le sicurezze, gli umori, le insicurezze che ho provato fotografando il loro mondo, quello della Yakuza, senza nessun tipo di ricerca o opinione, e per quanto possibile dalla mia diretta esperienza senza giudizi sul soggetto del mio documentario. Non posso sapere cosa sia vero in merito alla Yakuza. Sì, so che sono criminali. Io posso provare a mostrare per quanto possibile quello che io ho testimoniato. Non desidero dare un giudizio, sia positivo che negativo, in merito al soggetto delle mie immagini. Il mio risultato è quello di mostrare la mia esperienza personale con loro. Le immagini mostrano se stesse. Credo che le mie foto non offrano risposte, ma solo domande. Se si osserva bene non c’è violenza in nessuna fotografia. La fascinazione o la denuncia per il soggetto di questo documentario accadrà dopo e lo farà l’osservatore. Le immagini dicono di una persona che ha avuto la possibilità di essere testimone senza pregiudizi mentali.  
 
Ci sono stati momenti in cui hai avuto paura? 
All’inizio ero molto nervoso perché non avevo idea di come comportarmi con loro. E’ molto importante per la Yakuza (e per il Giappone in generale) essere molto corretto nel tuo comportamento sociale: salutare la persona più importante, nel giusto ordine d’importanza con le parole giuste e un linguaggio del corpo corretto. Non potevo assolutamente conoscere la loro “etichetta” e quindi un membro della Yakuza per molti mesi mi ha insegnato i comportamenti corretti da mantenere. Non ho mai avuto paura per la mia vita, perché io e mio fratello abbiamo speso ben 10 mesi a negoziare l’accesso nel mondo della Yakuza e loro, alla fine, ci hanno assicurato che sarebbe stato “sicuro” poter fotografare il loro mondo. Quando ti dicono: “Sarai al sicuro” non vogliono che tu ne possa dubitare, perché per loro sarebbe un insulto. Così quando abbiamo iniziato sapevamo con assoluta certezza che saremmo stati al sicuro, fintanto che non tradivamo la loro fiducia.
 
Perché credi che abbiamo lasciato un fotoreporter entrare nel loro mondo? 
E’ importante sapere che non sono un fotoreporter. Credo che mi abbiano lasciato accedere al loro mondo proprio perché non sono un giornalista o un fotoreporter che cercava un opinione, un fatto per un articolo. Volevo documentare la mia esperienza, creare un libro e questo li ha interessati. Io ero la prima persona che faceva domande, ho parlato con loro chiedendo di capire il mondo culturale della Yakuza e la sua relazione con la società giapponese. Mi è sembrato che abbiano avvertito che un outsider potesse avere un punto di vista più equilibrato, certo meno profondo, ma allo stesso tempo più ampio di una persona giapponese, anche se con un totale rigetto di qualsiasi forma di violenza da parte mia. Penso che questo mix di sentimenti sia stato molto interessante per loro. Ed hanno anche imparato molto dalle mie immagini, da come li ho interpretati. 
 
Hai realizzato questo documentario solo con i tuoi mezzi, senza supporto di grandi TV o settimanali, giornali: quali sono i lati positivi di lavorare da solo?
Il lato difficile di lavorare da solo è di avere un budget molto ridotto e bisogna essere molto creativi altrimenti spendi tutto e velocemente. Devi essere fotografo, editor, produttore, designer, negoziatore e tanto altro tutto allo stesso momento. E’ un’esperienza bellissima ma molto faticosa. Il lato positivo è che sei indipendente al 100%, ma allo stesso tempo sei spaventato: sei la sola persona che prende decisioni. Ma nessuno può portarti via la tua integrità artistica. Dall’altra parte avere il supporto di un giornale, vuol dire avere il supporto di un foto editor con esperienza che sa come tirare fuori il meglio da te. Non c’è una regola del “bene” e del “male” nell’andare per una televisione, giornale o nell’andare da solo, dipende dalla situazione. Credo che sia importante seguire il cuore, ed essere professionale in ogni collaborazione che cominci. Questo è stato il mio primo progetto a lunga scadenza, ed è stato importante saper dimostrare che potevo gestire questo tipo di progetto. La mia prossima storia probabilmente sarà per un grande giornale o forse da solo. Ma sempre nel pieno rispetto delle parti di ognuno che sia coinvolto nella storia e questo di imparare molto lungo la strada.
 
Dopo che hai pubblicato il tuo libro quale reazione ti ha colpito maggiormente?
Sono stato sorpreso che alla gente sia piaciuto il mio lavoro. Mi ha fatto piacere ricevere molta attenzione dalla stampa e dai professionisti del settore, ma anche il rispetto per aver realizzato questo progetto da solo con mio fratello.
 
 
Anton Kusters presenta il suo lavoro al TED
 

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