Gheddafi sta vincendo, anche a causa delle indecisioni dell’Occidente. Nessuno vuole o può intervenire in favore dei ribelli, a cominciare dagli Stati Uniti. I quali sperano che sia la Lega Araba a farsi carico dei costi politici e finanziari di un’eventuale opzione militare.
Il ruolo dell’Occidente sulla scena mondiale è ormai ridimensionato.
1. La crisi libica sembra volgere nel senso che meno augurabile, ossia a favore di Gheddafi. Un esito, a conti fatti, dovuto in larga parte all’immobilismo dell’Occidente. Il mancato sostegno finanziario, logistico (e militare) ai ribelli sta lavorando a vantaggio del ra’is. Il quale, dal canto suo, non deve far altro che procedere a piccoli passi. Un esercito regolare, nel lungo periodo, finisce sempre per avere la meglio su un’armata Brancaleone.
Mentre l’Occidente discute, Bengasi viene espugnata: quanti giorni ancora passeranno prima dell’annuncio di una tale ferale notizia?
Sia la Nato che l’Onu non sanno come approcciare la questione. La riunione degli euroministri della Difesa a Bruxelles, a cui ha preso parte il loro omologo Usa Robert Gates, non è riuscita ad esprimere una chiara posizione comune.
Il dilemma euroatlantico è: no-fly-zone si o no? La risposta non è così immediata. Dichiarare una zona d’interdizione al volo ha un effetto deterrente, ossia di prevenzione: si previene lo scoppio di una guerra, o la si riconduce su binari meno drammatici, minacciando in anticipo di neutralizzare l’aviazione in caso di intervento. In altri tempi (leggi: in Iraq ai tempi di Saddam) consentiva una partecipazione diretta nel marasma di turno, ma senza sporcarsi troppo le mani. Due piccioni con una fava.
Nel caso della Lbia questa soluzione non si mostra adeguata. Gheddafi è un provocatore, e nel caso gli Usa e la Ue gli vietassero l’uso dei suoi Mig lui li alzerebbe in volo di proposito. Le contraeree alleate reagirebbero di conseguenza, i Mig risponderebbero al fuoco e sarebbe guerra a tutti gli effetti.
Dunque, la no-fly-zone finirebbe per tradursi nell’anticamera della guerra.
2. Volendo, gli Stati Uniti potrebbero imporre una zona anche da soli, ma poi il presidente Obama si troverà a fare i conti con il fantasma del suo vituperato precedessore, il cui unilateralismo nell’uso della forza lo ha inviso all’intero mondo arabo nonché a buona parte dell’intellighenzia europea. Con l’aggravante di un Premio Nobel per la pace ricevuto sulla fiducia.
Fin dagli inizi del suo mandato, Obama si è premurato di ribadire l’importanza del dialogo tra gli Stati come valore fondante della stabilità globale, ribadendo l’importanza delle organizzazioni internazionali come occasione di confronto tra gli Stati nel rispetto della sovranità di ciascuno. Sono queste le ragioni che hanno convinto l’Accademia di Oslo ad assegnargli il Premio. Quelle stesse mani che hanno ricevuto l’ambito riconoscimento ieri non possono sporcarsi imbracciando un randello oggi.
Concetti come “l’unilateralismo” o la “coalizione dei volenterosi”, volti ad “esportare la democrazia” mal si adattano all’America di oggi. L’America di Obama non può combattere una guerra come quella di Bush: non ha la forza, non ha il consenso, non ha la credibilità.
E, soprattutto, non ha i soldi.
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