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Fausto e Iaio: morire di marzo a Milano

Nati entrambi nel 1959, Fausto Tinelli e Lorenzo “Iaio” Iannucci furono assassinati il 18 marzo 1978. Due giorni dopo il rapimento di Aldo Moro, in via Mancinelli davanti alla Sir James Henderson School. Si erano incontrati alla Crota Piemunteisa (dove – nella sala biliardo – quella sera circolavano tre facce sospette mai viste, né prima né dopo) e prevedevano dopo cena di andare a un concerto al Leoncavallo.

Diamo per scontato (fin troppi gli indizi anche se non adeguatamente presi in considerazione) che ad ammazzarli siano stati tre sicari giunti da Roma e appartenenti ai NAR. Tra l’altro, in una delle prime rivendicazioni si citava esplicitamente il rapinatore fascista Franco Anselmi (reduce dal raid di Sezze e fra gli assassini di Scialabba), morto una dozzina di giorni prima. Due degli assassini indossavano “impermeabili chiari” (una costante, quasi una divisa da “guardie bianche”).

Per l’assassinio di Fausto e Iaio vennero indagati i fascisti Massimo Carminati, Claudio Bracci e Mario Corsi ma poi il pm Stefano Dambruoso chiese l’archiviazione per insufficienza di prove. Curiosamente durante una perquisizione in casa di Mario Corsi vennero rinvenute due foto la cui presenza era ingiustificata: una dei due compagni uccisi e un’altra dei loro funerali.

Fausto e Iaio stavano indagando sui traffici di eroina del quartiere e sui rapporti fra estrema destra e criminalità. Evidenti le analogie (e forse possibili collegamenti) sia con l’assassinio di Valerio Verbano (nel 1980), sia con quello di Peppino Impastato (maggio 1978). Stessi esecutori? Stessi mandanti?

Da ricordare anche la morte misteriosa (ma forse neanche tanto) del giornalista dell’Unità Mauro Brutto, investito da una Simca bianca, che indagò per mesi sul duplice assassinio di via Mancinelli. Aveva anche mostrato parte dei risultati delle sue ricerche a un colonnello dei carabinieri. Le carte contenute nel suo borsello scomparvero la sera dell’investimento. Esattamente come il materiale di controinformazione raccolto da Fausto e Iaio (e quello di Verbano).

La mamma di Fausto Tinelli aveva apertamente accusato i servizi segreti (questo non esclude, ovviamente, la manovalanza fascista). Come divenne noto in seguito, di fronte all’abitazione della famiglia Tinelli (sull’altro lato della strada, a circa 12 metri di distanza) si trovava un covo delle BR, ufficialmente “scoperto” solo qualche mese dopo. Ma all’ultimo piano del condominio dove vivevano i Tinelli, in una mansarda, si sarebbe installato personale dei Servizi per controllare i brigatisti. La mamma dichiarò di aver visto con i propri occhi (oltre a un misterioso via-vai) trasportarvi parabole e altro materiale fin dal gennaio 1978.

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