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Energie rinnovabili: muoversi quando tutto si muove

Gli USA e la Cina sono attivissime nel campo energetico in generale e e nelle energie rinnovabili, in particolare. Qui, però, si parla d'altro, non si vede nulla, si latita completamente. Non credete sia giunto il momento di porvi rimedio?

Mentre a Taranto si discute nel mondo si cambia, il confronto è davvero desolante. E la campagna elettorale lo rende ancora più opprimente. Da una parte, in Italia, si discute su come riattivare un sistema industriale che ha tutti i suoi fattori abilitanti - energia, lavoro, impatto ambientale - inesorabilmente negativi, dall'altra, nel mondo, si trasforma clamorosamente il quadro economico a partire proprio dal contesto energetico.

In pochi mesi abbiamo appreso che le due super potenze economiche, USA e Cina, hanno radicalmente mutato la loro fisionomia di consumatori di energia. Entrambi i sistemi, con modalità assolutamente diverse fra loro, sono passati da principali importatori di energie fossili a produttori autosufficienti e si apprestano a diventare fra i primi fornitori del mondo.

Un cambio spettacolare che non sembra incuriosire nessuno della classe economica e politica italiana.

Gli Usa, come abbiamo già visto, grazie ad un uso intensivo del fracking, la tecnologia che permette di estrarre dalle cisti rocciose petrolio, ha ormai largamente sopperito al suo deficit di combustibile. La Cina ha percorso una strada diversa. In pochi anni ha acquistato massicci asset energetici in tutto il pianeta, arrivando oggi a produrre, fuori dai suoi confini - era il sogno di Mattei - una quantità tale di petrolio da poter competere con il Kuwait o l'Arabia saudita.

Come scrive oggi la pagina economica del Corriere della Sera, Pechino è in condizione nei prossimi due anni di poter mettere sul mercato qualcosa come tre milioni di barili di petrolio. Il doppio di quanto estraeva nel 2011. Un dato assolutamente stupefacente.

Ma la lezione che dovremmo ricavare dalla politica cinese, e anche americana, è che queste performance non spingono i due paesi sulla strada delle energie fossili, tutt'altro. Contemporaneamente all'annuncio dei dati che abbiamo riportato apprendiamo che sia Washington che Pechino manifestando la loro ferma volontà di svincolarsi dalla dipendenza dal petrolio e di impegnarsi a guidare il processo di riconversione dei sistemi energetici alle energie rinnovabili, con al primo posto il fotovoltaico. Il presidente Obama, nel corso del suo poco considerato dai politici italiani, discorso sullo stato dell'Unione ha posto al centro della strategia di ripresa e sviluppo dell'economia americana proprio le energie fotovoltaiche, impegnando ingenti risorse nella ricerca e contando sul fatto che il fotovoltaico oggi non è solo un sistema di produzione e distribuzione di energie più adeguato e sostenibile ma è il motore dei processi innovativi dei prossimi decenni.

Così come il fondo sovrano cinese ha ulteriormente rafforzato i suoi investimenti nel settore, pianificando progetti interni ed esterni di espansione mastodontici.

Ora il tema è capire come rispondere in Europa, e in Italia. Al momento è solo silenzio. Nessun sussulto, mentre diventa urgente ridare fiato al sistema locale delle energie rinnovabili.

È indispensabile un piano straordinario che rimetta la filiera delle rinnovabili al centro di uno sforzo, scientifico, industriale e amministrativo, eccezionale. Le regioni devono elaborare veri piani regolatori dell'energia, deliberando procedure e soluzioni che guidino il passaggio dal prato al tetto. Non possiamo ancora vivere nell'incertezza normativa e nell'incubo di cadere vittima di norme indecifrabili o inattuabili che inquisiscono soggetti che operano senza osservarne realmente il comportamento.

Dobbiamo rendere il fotovoltaico un parametro di riferimento per adeguare i comportamenti del sistema Italia. Bisogna muoverci ora, quando tutto sta cambiando, quando l'agilità diventa un pregio rispetto alla potenza.

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