
Vi sono alcuni autori che la critica si concede il lusso di dimenticare. E’ il caso di Emmanuel Bove, scrittore che nasce a Parigi alla fine dell’ottocento e, tra varie vicissitudini legate anche agli eventi bellici, vi resta fino alla morte avvenuta all’età di 47 anni. Di Bove poco si e tradotto in italiano e, quel poco che esiste, è praticamente introvabile.
Le tracce italiane su questo autore ci portano a Gianfranco Pecchinenda, sociologo e preside della Facoltà di sociologia dell’università Federico II di Napoli.
Professore, abbiamo scoperto che lei si è occupato di vari temi come la memoria, l’identità, ma anche delle problematiche legate ai videogiochi. Un lavoro complesso che recentemente è approdato alla riscoperta di un certo tipo di letteratura. Bove in particolare.
Sì, ho incrociato una prima volta Emmanuel Bove in un testo dello scrittore spagnolo Enrique Vila-Matas, Il dottor Pasavento. È un libro che parla di scrittori marginali, scomparsi o semi-sconosciuti; personaggi che scrivono per nascondersi piuttosto che per apparire. Personaggi che amo moltissimo: Walser, Zweig, etc… ma anche di questo, a me fino ad allora sconosciuto, Emmanuel Bove. Il libro di Vila-Matas mi ha poi particolarmente colpito per la foto di copertina che ritrae Bove insieme a sua figlia…
Perché proprio quella foto?
Ero in un momento per me particolare, mi stavo dedicando a completare il mio trittico sul padre, quella sua foto, insieme alla figlioletta, mi ha particolarmente incuriosito. Poi ho anche scoperto che avevo tra i miei libri il suo racconto Un padre e una figlia, introvabile anche in Francia.
Dunque una ricerca fatta di incroci e coincidenze. E poi cosa ha fatto?
Il primo libro che mi sono procurato e letto è stato Le Pressentiment. Giravo per librerie a Parigi e – come capita in genere con queste cose – il libro “mi è venuto incontro”; mi si è presentato da sé. Tanto per far capire il rapporto che amo intrattenere con questi “incontri letterari”, il libro era, in quel momento, in una qualche evidenza solo ed esclusivamente perché un valido regista cinematografico francese, Jean-Pierre Darrousin, si era preso al briga, qualche anno prima, di impegnarsi in un riuscitissimo adattamento cinematografico. Inutile dire che mi sono precipitato a procurarmi anche il film.
Diciamo che si è impegnato in una vera e propria caccia al tesoro…
Effettivamente, in un certo senso... ma da allora è stata un’escalation di passione violentissima. Bove per alcuni mesi è diventato per me una vera e propria ossessione intellettuale. Mes amis, poi, è un capolavoro assoluto.
Una passione che speriamo sia corrisposta, nel senso che le avrà dato molti stimoli nel suo lavoro di ricerca…