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Emergenza rifiuti e plastica nei mari e sulle coste. Le ONG chiedono all’Europa di intervenire

E’ probabile che pochi sappiano cosa sia la “Garbage Patch”, ma qualcuno l’ha chiamata il Sesto Continente, una specie di isola semi galleggiante costituita da rifiuti vari, e in particolare plastica, localizzata tra il 35º e il 42º parallelo nell’Oceano Pacifico e che le stime più prudenti valutano essere non inferiore ai 700.000 chilometri quadrati, in continuo aumento dai primi anni cinquanta.

Si potrebbe pensare ad un problema tanto lontano da noi da costituire scarso motivo di interesse o di apprensione. Al contrario non ci sarebbe neanche un minuto da perdere per intervenire se solo si sapesse che una minaccia simile è in rapido avvicinamento.
 
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"Garbage Patch" - La grande chiazza di immondizia nella corrente dell’Oceano Pacifico Settentrionale - Wikipedia
 
E infatti già nel marzo del 2010 il National Geografic confermava che anche l’Atlantico aveva la sua grande macchia di immondizia situata in un’area compresa tra 22 e 38 gradi di latitudine nord, a centinaia di chilometri dalla costa americana, con un’estensione pari, più o meno, alla distanza tra Cuba e la Virginia.
 
E come per la Pacific Garbage Patch, tutti questi detriti, in parte galleggianti, trasportati da venti e aggregati dalle correnti marine in movimenti circolari, mettono “a rischio la salute di pesci, uccelli marini e altri animali marini che accidentalmente se ne cibano” oppure finiscono per deturpare l’ambiente costiero o ancora si depositano sul fondo del mare, con conseguenze facilmente immaginabili.
 
Ma da dove proviene tutta questa immondizia “marina”? Essenzialmente le fonti sono due. La prima è il risultato di attività legate ai trasporti marittimi, traghetti, navi da crociera, pescherecci, imbarcazioni da diporto, piattaforme offshore per l’estrazione di petrolio e gas, e dovute all’installazione di impianti per l’itticoltura. A queste attività legali, si aggiunge anche il fenomeno delle ecomafie con le "navi a perdere" affondate in mare con i loro carichi di veleni, su cui Nuccio Barillà, un dirigente di Legambiente Calabriaaveva indagato da solo per tentare di far luce su uno degli apparentoi misteri del nostro paese.
 
L’altra causa è “terrestre”, quindi discariche lungo la costa, trasporti fluviali, impianti di depurazione, rifiuti trasportati dai fiumi, acque reflue non trattate e il turismo (coste e spiagge).
 
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Una spiaggia hawaiana (ma potrebbe essere qui) - Wikipedia

 

 
Insomma i mari si stanno trasformando in una discarica incontrollata e anche il Mediterraneo non sfugge a questo degrado.
 
E’ sufficiente fare una passeggiata sulle nostre spiagge per vedere quanta immondizia, ed è solo la parte visibile, finisca in mare nel più assoluto silenzio dell’informazione ufficiale.
 
Coraggiosi, ma non adeguatamente sostenuti, gli interventi di sensibilizzazione sostenuti tra molte difficoltà dalle associazioni che si occupano di ambiente.
 
Eppure qualcosa si muove, ma in Europa non in Italia.
Infatti Seas at Risk, l’associazione europea delle ONG impegnate nella salvaguardia del mare e dell’ambiente costiero, ha sollecitato ai paesi europei di fissare un obiettivo di riduzione del 50% del volume di tutti i rifiuti “marini” immessi in mare e soprattutto della plastica, prima del prossimo luglio, termine entro il quale tutti gli stati dell’Unione Europea dovranno stabilire i propri obiettivi sull’ambiente marino da raggiungere entro il 2020.
 
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Home Page di Seas at Risk

 

 
L'invito all'azione è stato lanciato anche dai paesi dell’Atlantico Nord Orientale, riuniti questa settimana all'Aia per i lavori del Comitato sugli impatti ambientali delle attività umane, una delle ultime opportunità per questo gruppo di paesi di discutere il loro approccio alle scelte sulla MSFD-Marine Strategy Framework Directive (Direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino).
 
Sul problema, Chris Carroll di Seas at Risk, ha dichiarato che l’emergenza rifiuti in mare (Garbage Patch), e che interessa le spiagge dell'intera Europa, richiede “una risposta ambiziosa e un taglio del 50% nelle acque europee è il minimo cui dovremmo puntare. Gli individui, l'industria ei governi possono utilizzare tale obiettivo come un incentivo per l'attuazione delle misure necessarie per affrontare questo problema e luglio di quest'anno sarà la cartina di tornasole per verificare quanto valgano le loro ambizioni politiche. "
 
L'obiettivo, davvero impegnativo ma possibile se gli Stati aderenti UE lo sosterranno, è stato proposto dai membri di Seas at RiskThe Marine Conservation Society (Gran Bretagna), the Surfrider Foundation Europe, the North Sea Foundation (Paesi Bassi), Friends of the Earth (Germany), The Swedish Society for Nature Conservation, the European Environmental Bureau (Belgio) and the Liga para A Protecção da Natureza (Portogallo).
 
In questo elenco non è citata l’italiana Legambiente, che pure aderisce a Seas at Risk e aveva presentato lo scorso anno il dossier  "L'impatto della plastica e dei sacchetti sull'ambiente marino". Forse una dimenticanza.
 
Comunque sia, c’è di che preoccuparsi per lo scarso interesse dell’Italia nei confronti del Mediterraneo, diventato “mare di nessuno”, anche perché il Ministero dell’Ambiente non fa molto sull’ambiente marino e, su questo argomento che è all’ordine del giorno in Europa, sul sito del Ministero non si trova nulla di interessante.

E pensare che il bacino del Mediterraneo è interessato dal 30% del trasporto marittimo mondiale, vi si affacciano 20 nazioni, ha oltre 400 porti e terminalma soprattutto, entro il 2025, potrebbe raggiungere, secondo le stime del Plan Bleu, i 524 milioni di abitanti.
 
Non interessarsi e non prendersi cura in modo deciso di questo ambiente straordinario, da parte dei cittadini e delle istituzioni, è la prova, più che di una conclamata stupidità, di un crimine o di un suicidio collettivo.
 
Ma per capire da vicino cosa c'è nel nostro mare è sufficiente leggersi "Marine litter: esperienze di gestione locale", uno studio realizzato da Ilaria Fasce della Regione Liguria e promosso da Arpat ToscanaUfficio per l'ambiente della CorsicaRegione LiguriaRegione autonoma della Sardegna e Provincia di Livorno. In una delle slide (vedi immagine) è visualizzato in forma grafica cosa finisce nelle reti dei pescherecci su fondali superiori a 50 metri. Il 61% è plastica. Non proprio commestibile!
 
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Distribuzione relativa ai materiali pescati 2011
Fonte: Marine litter - Esperienze di gestione locale (a cura di Ilaria Fasce - Regione Liguria-Dip. Ambiente)
 
Su "Garbage Patch" sono disponibili sulla rete molti filmati tra cui questo in inglese e L'isola di plastica di Rai 3.

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Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.19) 24 aprile 2012 06:42

    MIlano ha iniziato a trattare le acque nere? La capitale che si spaccia per chic, assomiglia sempre alla grandeur dei parenti francesi, chic ma poco puliti. Ed il sud, ma poi, sapete che se abitate a Londra vi bevete acqua di fogna trattata e che esce dai rubinetti. La Spagna irriga con acqua buona i campi da golf, la germania ha costruito un impero sui rifiuti tossici come Usa e Giappone. L’ISOLA DI PLASTICA DEL PACIFICO, viene dall’Asia, e’ risaputo che l’80 percento dei rifiuti solidi asiatici finisce in mare, cosi’ i politici locali risparmiano e si intascano ancora di piu’ , per poi spenderli in Europa in Usa a comprare beni di lusso per le grasse mogli. Che l’Europa faccia qualcosa, puo’ darsi, ma poi, nessuno usa il bidet eccetto noi, in Italia. Uomini incivili e donne ancora primitive, cio’ che veramente siamo. Leone Sedicesimo.

  • Di Giorgio Zintu (---.---.---.85) 24 aprile 2012 10:46
    Giorgio Zintu

    Possiamo dire che viviamo in un mondo che per ragioni legate all’irresponsabilità collettiva utilizza mezzi e risorse senza sapere dove finiscono o quali danni producono, oggi e domani. Ma nulla cambia se non si diffonde la consapevolezza che tutti dobbiamo cambiare e contribuire a sensibilizzare gli altri.
    L’isola di plastica è presente anche in Atlantico e quindi non è una prerogativa del Pacifico e, come ho sottolineato, oltre i 50 m di profondità, al largo della Liguria, si pesca più plastica e rifiuti che pesce. E dovrebbe preoccuparci molto la contaminazione di ciò che mangiamo.
    Per l’acqua che beviamo (trialometani, arsenico) ho già scritto e, anche su questo aspetto, non esiste informazione pari al pericolo che la nostra salute corre. Il punto è che per cambiare bisogna sapere ma se non c’è informazione seria non c’è cambiamento.E purtroppo l’Italia, e non solo, è una telecrazia insensata.

  • Di (---.---.---.103) 24 aprile 2012 13:04

    nessuno parla del danno ambientale del golfo di follonica procurato dalla pesca eccessiva delle trappole per molluschi.oltre 5000 trappole di plastica piu 300 perse ogni anno.una pesca intenziva di 360 giorni l anno.una pesca che dura piu di 20 anni,potete solo inmaginarvi cosa sucede nel nostro mare. francesco

    • Di Giorgio Zintu (---.---.---.109) 24 aprile 2012 14:44
      Giorgio Zintu

      Ci sono situazioni che pur essendo allarmanti, come quella di Follonica, non hanno quella notorietà necessaria perché ce se ne possa interessare. Ecco perché il lavoro che tutti dobbiamo fare è di mettere in piedi informazione e documentazione (foto, articoli, studi) ad uso di tutti, per denunciare quelle pratiche che passano sotto silenzio, ignorate dai cittadini e dalle capitanerie di porto. Oggi è possibile, ma è indispensabile la collaborazione di tutti, sperando non sia tardi.I giornali locali fanno gli uffici stampa dei più forti (e se accade in Toscana, figuriamoci dalle altre parti).

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