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di Daniel di Schuler (sito) mercoledì 15 giugno 2011 - 1 commento oknotizie
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Due copertine dell’Economist e un referendum: dalla fine dei sogni a quella, auspicabile, dei privilegi

"Resta però che i mali del paese precedono Berlusconi e non spariranno con lui e che, per uscire dalla situazione in cui siamo, di tutto abbiamo bisogno tranne che di un antiberlusconismo che del berlusconismo sia uno speculare ribaltamento; che dica, in buona sostanza, all’altra metà dell’Italia quel che Berlusconi diceva alla sua".

The Economist mancò un punto, otto anni fa, (sì, son già passati otto anni; ah, quanto scorrono lente le acque dell'italica politica) nel lungo articolo cui si riferiva quella sua famosa copertina con il visino corrucciato del futuro Re del Bunga Bunga e la scritta "Perché Silvio Berlusconi è indegno di (unfit; qualcuno forse preferirebbe inadatto a) condurre l'Italia".

Nell'elenco delle ragioni per cui era possibile sostenere quella tesi, e che era il nocciolo di quell'articolo, mancava infatti la principale.

Non erano i guai giudiziari o i comportamenti "diversamente morali" a rendere Silvio Berlusconi inadatto a governare l'Italia; era (e ancor di più lo è oggi, in una situazione finanziaria quasi disperata) la natura stessa del suo accordo con i propri elettori.

In un paese che per uscire dalla stagnazione aveva, ed ha, bisogno di una politica economica da lacrime e sangue, specie da parte di quelle categorie e ceti che poco avevano sudato e sanguinato fino allora come poco lo han fatto fino ad ora, Berlusconi prometteva un ritorno alla crescita economica senza sacrifici per nessuno.

Il “grande imprenditore prestato alla politica” garantiva una nuova stagione di benessere, grazie alle proprie doti taumaturgiche e a qualche parola magica come privatizzazioni e riforme, senza chiedere, in cambio, altro che il voto e la condivisione del suo sano ottimismo.

L’articolo e la copertina che il settimanale inglese ha dedicato a Berlusconi pochi giorni fa, colgono invece quasi perfettamente nel segno. Per levare quel quasi bisogna assegnare alla verbo to screw usato nel titolo “The man who screwed an entire country”, un significato più ampio del suo solito “fottere”; estendere il suo campo semantico fino ad arrivare ad includere un più gentile e romantico “fare l’amore”.

Perché questo, l’amore, Silvio Berlusconi ha fatto con almeno metà del paese; ha detto alla sua mezza Italia, a quella che ha votato per lui e che in buona parte in lui continua a credere, che era bellissima, stupenda. Perfetta o quasi. Ha detto a quegli italiani per cui l’evasione fiscale è più un’abitudine che un peccatuccio, a quelli che hanno sempre sentito lo stato come cosa diversa da sé e a quelli che lo stato hanno sempre e solo considerato come una fonte d’affari e guadagni, che non avrebbero dovuto cambiare nulla dei propri comportamenti; che l’Italia era ancora il purosangue che era stato negli anni ’50 e ’60 e che sarebbe bastato levarle la zavorra “comunista” e togliere le sue redini dalle mani incapaci di Romano Prodi per vederla tornare a galoppare verso il futuro.

Una visione completamente irreale di un paese che non cresce, se uno valuta gli effetti dopanti che l’indebitamento ebbe sull’economia negli anni ’80, da almeno un trentennio. Un ottimismo fuor d’ogni luogo che, per peggiorare le cose, si è cercato di mantenere anche mentre s’addensavano le nubi della peggior crisi economica degli ultimi ottant’anni.


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