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Diminuiscono i redditi e aumenta lo spread. L’Italia sta affondando?

"La Repubblica Italiana, pessimo paziente, dopo aver chiamato un professore al proprio capezzale, quando ha constatato i primi sintomi di miglioramento, ha di fatto deciso di fare a meno delle sue cure".

Bankitalia ha fornito i dati relativi all'andamento dei redditi delle famiglie nel biennio 2008-2009; questi, a fronte di una riduzione del PIL del 6% sono diminuiti del 4%. Un dato pessimo, peggiore di quello degli altri paesi dove, nonostante la crisi, le famiglie hanno visto mantenuto o aumentato il proprio reddito; l'esatto contrario di quanto affermava l'anziano signore, con la mente verosimilmente ottenebrata dal viagra, che, fino a poco fa, aveva il passatempo di farci da Presidente del Consiglio.

Ve lo ricordate? Le cose da noi vanno meglio che altrove, ripeteva ossessivamente, dando prova di assoluto distacco dalla realtà. Viene da chiedersi, ora, come gli sia stato possibile a darla a bere tanto a lungo a così tanti. Sfruttando la straordinaria capacità di illudersi che hanno molti di noi, è la risposta che si può dare vedendo quel che accade in questi giorni.

Lo spread sta risalendo, e in fretta (sfiora quota 350), mentre il carburante costa sempre di più e, addirittura, il prezzo del pane sta andando alle stelle. Sta quindi tornando, e mai cosa fu più prevedibile, l'inflazione. Nel frattempo le borse sono tornate ad accumulare perdite, l'euro è tornato a scendere verso quota 1,30, e dopo il Financial Times, anche il Wall Street Journal, che quando si tratta di dare una mano all'Europa (per affogare, ovvio) non manca mai di farlo, ha pubblicato un articolo in cui afferma che la contrazione del PIL, prevista per i paesi che hanno dovuto introdurre politiche di rigore, è ora la principale minaccia alla stabilità dell'Eurozona.

Si sta annunciando, insomma, un'altra ondata (forse l'ultima, ma proprio perché arriva quando la situazione è già tanto compromessa, la più pericolosa) della grande tempesta che vede il nostro tra i Paesi più esposti.

La nostra politica e tanti dei nostri cittadini sembrano, però, non darsene minimamente conto. Si comportano come se Monti (bravissimo nel fare, in una situazione disperata, quel che gli era possibile) avesse ormai esaurito il proprio compito, come se l'Italia fosse ormai lontana dal pericolo e si possa tornare, come e più di prima, a giocare ai giochini di sempre. Fanno a gara, i politicanti, per acquisire visibilità, dopo essersi tenuti ben nascosti nel momento in cui sembrava che l'Italia dovesse fallire; solo questo, la sciacalla voglia d'inseguire qualche voto futuro, si è nascosta dietro la lotta a difesa di alcune categorie di monopolisti e dietro le levate di scudo a difesa dell'articolo 18. Non fosse così, fosse stato quest’ultimo davvero tanto importante, sarebbero da prendere tutti quanti a male parole, se non peggio, per aver accettato per tutti gli anni delle loro luminose carriere politiche che riguardasse solo una minoranza dei dipendenti del settore privato.

Pare siano riusciti a trovare un accordo ora, ma è già lecito pensare a nuove battaglie su ogni altra eventuale iniziativa del governo. Votata in tutta fretta, con l'acqua alla gola, la riforma delle pensioni, da lì in poi, tutto si è in buona sostanza fermato, per i veti di questo o quello e, se sarà possibile ignorare l'amara realtà della finanza (pare che quando Monti ha preso in mano le chiavi della baracca, ci fossero denari in cassa per due settimane, dopo di che lo Stato non avrebbe più potuto pagare stipendi e pensioni), tutto resterà fermo, per non scontentare il più minuto frammento dell’elettorato, fino alle prossime elezioni.

Né i politici né i loro elettori sembrano voler capire che Monti ha sì fatto un miracolo, ma non ci ha salvato: ci ha solo dato un po’ di tempo in più. Era evidentissimo anche a lui, ovviamente, che le misure che ha dovuto prendere appena insediatosi (non lo avesse fatto, giova ripeterlo, saremmo probabilmente già falliti) avrebbero determinato una contrazione della nostra economia; è altrettanto evidente che quelle fossero solo un amarissimo farmaco salvavita, da ingollare in tutta fretta: il primo passo di una lunga e complessa terapia che avrebbe, questa sì, potuto avviare il risanamento dell’Italia.

Una terapia che nella sua fase iniziale doveva essere a costo zero, proprio perché di denari in cassa non ve n’erano e non ve ne sono. Una terapia fatta, guarda caso, delle liberalizzazioni che, una dopo l’altra, sono state fatte naufragare. Una cura a cui avrebbe potuto contribuire l’introduzione di una patrimoniale strutturale (ma chi, in parlamento, sarebbe stato a favore di tale misura?) e che poi, presentandosi con i conti a posto e dopo aver dimostrato la nostra voglia di cavarcela, immagino si sarebbe potuta completare con l’aiuto del resto d’Europa, magari chiedendo, con assoluta dignità, una serie di prestiti per quegli investimenti di cui il Paese avrebbe un disperato bisogno. Parlo al passato perché temo che ci siamo già giocati queste opportunità.

La Repubblica Italiana, quindi, dopo aver chiamato il professore, quando ha costatato i primi sintomi di miglioramento, ha deciso di fare a meno delle sue cure. Non capisce nulla, sono arrivati a dire molti dei suoi cittadini; è solo un medico. Fino ad allora si erano fatti curare dallo stregone e non vedono l’ora di tornare ad affidarsi ad uno come lui, magari di un altro colore. Stavano morendo, come dicono i dati di Bankitalia, ma tenendo gli occhi ben chiusi riuscivano a far finta che non fosse nulla. Se è questo quel che davvero vogliono, che nulla sia, temo che saranno ben presto accontentati. Se accadrà, statene certi, daranno la colpa al Professore.

Commenti all'articolo

  • Di (---.---.---.113) 5 aprile 2012 17:34

    Caro Daniel in parte condivido la tua amarezza e la tua rabbia per un ceto politico di cialtroni, ma sei davvero sicuro che la riforma di cui l’Italia ha assoluto bisogno sia l’art. 18 ? ovvero la cacciata dei sindacati dalle fabbriche? In fondo l’apolide neoschiavista che dirige la Fiat lo ha fatto e non per questo le cose vanno meglio nel gruppo.

    Per quanto mi rigurada credo che le riforme strutturali di cui l’Italia ha bisogno sono la drastica riduzione della corruzione, con la conseguente chiusura dell Stato alla penetrazione mafiosa, la sconfitta dell’evasione fiscale e l’affermazione della meritocrazia. Aggiungendo a ciò la liquidazione di tutte le restanti partecipazioni statali si può pensare di uscire dalla crisi.

    Ma dov’è il partito, la forza organizzata, in grado di condurre una tale operazione?

  • Di Daniel di Schuler (---.---.---.128) 5 aprile 2012 19:08
    Daniel di Schuler

    Bisogno dell’abolizione dell’articolo 18? Assolutamente no. Come del resto la sua presenza è del tutto irrilevante. Era l’occasione di fare un colpo pubblicitario, nei confronti dei mercati, con ben poca spesa. Tutto lì. Perchè mai gli imprenditori dovrebbero voler cacciare i sindacati dalla fabbriche? E’ anche grazie al loro consenso che i lavoratori italiani sono diventati tra i meno pagati d’Europa e tra quelli con le settimane lavorative più lunghe del mondo.

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