Dignità auratiche dell’unicità – ricchezze estetiche della riproducibilità
Dignità autonome di prostituzione
uno spettacolo di Luciano Melchionna
dal format di Betta Cianchini e Luciano Melchionna
L’aria da bordello la si percepisce immediatamente. Le soffuse luci rosse fanno da cornice ad un’atmosfera quasi surreale accompagnata da geniali musiche di sottofondo sconosciute alla maggior parte dei presenti in sala (come per esempio le suggestive ballate della cantautrice Momo). Appena entrati a teatro si ha la sensazione di trovarsi in un bordello vero e proprio che nulla ha da invidiare ai famosi locali di Pigalle, in cui fanno la propria comparsa donne e uomini dall’abbigliamento che poco lascia all’immaginazione.
Il teatro diventa così una casa di appuntamenti in cui gli attori, prostitute alla mercé del cliente/spettatore, si fanno scegliere regalando “pillole” d’arte al migliore offerente.
Gli attori/prostitute riconquistano in tal modo una parte di quella dignità artistica che alcuni pretendono troppo sottomessa alle leggi di mercato. Lo spettacolo di cui scriviamo è Dignità autonome di prostituzione, diretto da Luciano Melchionna in collaborazione con Betta Cianchini, in scena in questi giorni al teatro Bellini di Napoli. Uno spettacolo che si prende gioco della crisi in cui è precipitato il teatro, mettendo in scena una prostituzione dell’arte puramente metaforica; nella “Casa chiusa dell’arte” si gode, ma si gode d’arte appunto!
Melchionna, drammaturgo eclettico e sorprendente mette in scena il suo spettacolo attraverso un’interazione con un pubblico affascinato e divertito che ricorda sì l’interattività dell’era contemporanea ma in una relazione paritaria, fisica e reciproca.
E così lo spettacolo si svolge in forma volutamente interlocutoria proprio per valorizzare la reciprocità di questa nuova rappresentazione teatrale.
All’ingresso vengono distribuiti “dollarini”, ovvero gettoni con cui è possibile pagare, ovviamente dopo una contrattazione con una maîtresse, le varie prostitute che in cambio offrono le loro prestazioni culturali, che il regista ama chiamare “ pillole del piacere”: monologhi del teatro classico (rivisitati) e contemporaneo.
Uno spettacolo che vuole rifuggire dalla mercificazione dell’arte e che nel farlo rimanda al parallelismo che Baudelaire, lucidamente consapevole dei processi di industrializzazione dei prodotti estetici, riscontrava tra l’artista e la prostituta (l’artista vende l’arte, la prostituta l’amore).
Con l’affermazione della società di massa, si assiste infatti al radicalizzarsi dell’insanabile contrasto tra l’io del poeta e la realtà esterna, che riflette peraltro il conflitto fra individuo e società, con la conseguenza che la stessa utilità dell’intellettuale viene messa in dubbio.
Da questo sentimento di sconforto nasce, secondo Charles Beaudelaire, una sorta di identificazione del poeta con figure emarginate e “reiette” dalla società, come appunto le prostitute.