Concorsi pubblici truccati: il racconto di una vittima
Da 15 anni (dico 15 anni, una vita) partecipo al concorso di avvocato indetto dal Ministero della Giustizia, che ogni anno si svolge presso ogni Corte di Appello, le cui commissioni sono composte da magistrati, avvocati e professori universitari.
Da 15 anni i miei elaborati sono giudicati sempre con identico voto negativo e senza alcuna motivazione. Il fatto certo è che i miei pareri legali non sono corretti (mancanza di correzioni, glosse, ecc.) e sono dichiarati tali in un tempo che il Tar ha dichiarato estremamente insufficiente.
Da 15 anni il presidente, prima locale e poi nazionale, e i componenti della commissione d’esame sono quelli che ho denunciato in questi anni per favoritismi durante e dopo le prove selettive. Da 15 anni sono disoccupato nonostante sia capace di esercitare la professione. Ciò ha influito negativamente sulla vita di tutta la mia famiglia, condannata all’indigenza.
Potevo rassegnarmi ad essere un incapace, ma sono diventato, mio malgrado, un esperto in concorsi truccati. Da 15 anni, come presidente dell’Associazione contro tutte le mafie, sono destinatario della disperazione di tanti altri come me.
Per dimostrare la verità, raccolgo testimonianze da tutta Italia di centinaia di migliaia di candidati vittime dei concorsi truccati, tra i più disparati. Testimoni anche autorevoli come lo possono essere magistrati o professori universitari che ambiscono a ruoli superiori. Testimonianze che vanno ben oltre i concorsi in magistratura, nel notariato e nell'avvocatura e denunciano come i concorsi truccati in Italia costituiscano un regime generale di cooptazione nel sistema della classe dirigente o di livello professionale superiore. Chi detiene una pubblica funzione, anche senza merito in virtù di un concorso truccato, è componente di quelle commissioni d’esame, che reiterano il sistema di cooptazione all’interno del regime.
La Corte Costituzionale mi dice: siamo in Italia, il voto non va motivato e le commissioni sono arbitrarie ed insindacabili. La Corte di Cassazione mi dice: siamo in Italia, devi essere giudicato (sui concorsi, ma anche sui procedimenti penali a tuo carico per reati d’opinione) dai magistrati che hai denunciato alle procure e criticato sui giornali. E per il sol fatto che hai chiesto la rimessione, ti condanno.
Il Governo mi dice: hai ragione facciamo le riforme. Dal 2003 fa girare i compiti in tutta Italia. Il criterio di correzione diventa razzista. Il presidente locale della commissione 1998, 2000 e 2001 estromesso dalla riforma, diventa addirittura presidente nazionale nel 2010.
Il Tar mi dice: siamo in Italia, ma se la Corte Costituzionale afferma che le commissioni sono insindacabili, la Cassazione mi dice che non vi può essere ricusazione, se il Ministero della Giustizia mi mette come presidente di commissione chi aveva cacciato, io rigetto il tuo ricorso. Ricorso presentato con 1.000 euro tra contributo unificato, bolli e spese di notifica. Una tangente a favore di uno Stato che non ti tutela.
Le procure informate con prove e circostanze mi dicono: è impossibile che le commissioni d’esame abusino dei loro poteri contro di te. Resta il fatto che nessun commissario denunciato e criticato mi ha mai denunciato per calunnia o diffamazione.
Ad oggi la mia speranza è la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, se non ci sono italiani di mezzo.
Strano che da 15 anni nessun organo di stampa nazionale abbia sostenuto la mia lotta. “Ballarò” di Rai Treha fatto un servizio mai mandato in onda. “I programmi dell’accesso” della Rai hanno fatto un servizio mai mandato in onda. Soldi dei contribuenti bruciati nel nome della censura.
Da aggiungere che mio figlio, invece, è avvocato. Noto come l’avvocato più giovane d’Italia: 25 anni e due lauree. Suo malgrado, per colpa mia, è emarginato nell’ambiente. Quindi non riesce a lavorare.
Tutto vero! ma l’analisi è parziale, si riferisce solo ai metodi di cooptazione nelle classi dirigenti o professionali superiori. Se la cosa si limitasse solo a questo prima o poi il sistema salterebbe sotto la spinta degli esclusi,. In realtà la cosa è molto più ampia, il criterio dell’appartenenza (ad una cordata massonica, ad un potentato politico, ad una qualunque mafia di potere politico o di altro genere, ivi compreso quello sindacale e quello religioso) finisce per coinvolgere tutto, dal ruolo dirigente a quello di netturbino, dal prof. universitario al bidello, dal dirigente bancario all’operaio, dal primario (per meriti politici) all’infermiere e al portantino. Il criterio dell’appartenenza decide a chi si e a chi no. Dal momento che questa regola coinvolge tutti i colori della politica, dell’economia e delle professioni, finisce per tenere sotto tiro l’intera popolazione, coinvolgendo nella sopraffazione dei diritti costituzionali vaste fasce di popolazione, in tal modo si impedisce che queste possano rivendicare unitariamente i diritti previsti dalla bellissima Costituzione del ’48 e le varie caste possono tranquillamente perpetuare il loro potere. Questo sistema in Italia è così generalizzato e consolidato che finisce per annullare la competizione meritocratica e di mercato - componenti essenziali del capitalismo - divenendo un ostacolo insuperabile allo sviluppo economico, rallentandone fortemente la crescita. Un po di meritocrazia e di sana concorrenza di mercato la si può trovare solo in quei settori economici esposti alla concorrenza internazionale, per il resto nulla da fare, fino a quando il sistema italiano riesce a sopravvivere, ma sembra che le cose siano prossime alla resa dei conti. Ma tu resisti e non dar retta a chi ti dice "fatti furbo", chi scrive è uno che come te ha subito il suo carattere indipendente, le conseguenze della sua volonta a non piegarsi a nessuno.Oggi a 65 anni mi sento orgoglioso di averlo fatto e soprattutto sono contento che mia figlia insegna in una università inglese.
Tristissima storia quella qui segnalata. Anch’io posso contribuire a questo drammatico e sconvolgente racconto segnalando come i concorsi di dottorato (nello specifico della mia materia, filosofia) siano quantomeno "sospetti". A Roma, sia all’Università "La Sapienza" che a "Roma Tre", mi sono sentito dire nel primo caso "Se non conosci un professore qui, non hai speranze" e nel secondo caso, nonostante un compito che io ritengo essere molto valido (non per presunzione o autoelogio, ma per la qualità dell’elaborato e della ricerca proposta), sono stato scartato senza spiegazioni, e, udite udite, ho incontrato una collega, posizionata accanto a me a Roma Tre, che mi disse: "Ci sono stati dei ripescati, alcuni hanno rinunciato, e io nonostante un punteggio molto basso sono stata presa". Devo dunque pensare che il mio lavoro valesse 0? Non è possibile. L’arbitrarietà della commissione e l’insindacabilità non devono diventare arbitrio assoluto, clientelismo, "preferenze disciplinari". Se un tema vale, va preso per quello che è. Se invece la signorina "ripescata" ha fatto un lavoro superiore al mio,vorrei almeno poterlo vedere con i miei occhi. Ma dulcis in fundo, all’ennesima prova, dei laureati di Roma Tre mi confidarono che "hai perso tempo ad andarci, è stato tutto deciso sin dall’inizio...". Il marciume è ovunque, e finché non cambieremo tutti mentalità, questo paese non si risolleverà mai.