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Catalogna: un referendum senza garanzie democratiche

Dalla grande manifestazione della Diada, che lo scorso 11 settembre ha invaso pacificamente le strade di Barcellona, è passato poco più di un mese. Un mese intenso in cui molte cose sono successe. O almeno questa è stata l’apparenza. In realtà, se guardiamo il tutto da una certa distanza, ben poco è cambiato: il fondo della questione rimane lo stesso. E anche le posizioni di quelli che sono ormai, dichiaratamente e pubblicamente, i due “avversari”, il governo regionale catalano guidato da Artur Mas e il governo spagnolo guidato da Mariano Rajoy, non sono cambiate affatto.

Da Edimburgo a Barcellona

Il 18 settembre si è votato in Scozia. Un referendum con una domanda secca – “La Scozia dovrebbe essere un Paese indipendente?” –, concordato con largo anticipo con il governo di Londra e convocato dallo stesso Cameron, in cui il no all’indipendenza ha vinto con il 55,3%. Pare che abbia pesato il voto delle persone maggiori di 65 anni e le offerte dell’ultimo minuto del governo di Londra di una maggiore autonomia per la Scozia. Il dibattito è stato acceso, ma in un certo qual senso esemplare. Come le decisioni del giorno dopo: Salmond si è dimesso ed è stato sostituito alla guida dello Scottish National Party dalla sua stretta collaboratrice, Nicola Sturgeon, mentre il governo di Londra ha aperto delle trattative con il governo di Edimburgo per ampliare l’autonomia scozzese. Come dice l’antico refrain, “chi vivrà, vedrà”.

Sembra però che ai nazionalisti scozzesi non sia andata poi così male: si sono assicurati una maggiore autonomia che potrebbe portare anche all’inizio di un processo di federalizzazione del Regno Unito e hanno ottenuto oltre 1.600.000 voti, pari al 44,7% del totale, che potrebbe incrementarsi negli anni futuri secondo i sondaggi, visto che tra i giovani e i giovanissimi l’indipendentismo raccoglie molti consensi.

Molto diversa è la situazione in Catalogna. Al di là di una breve riunione a fine luglio, in cui Mas ha consegnato a Rajoy una specie di Cahiers de doléances in 23 punti, il presidente della Generalitat e il presidente del governo spagnolo non si sono praticamente mai incontrati e non hanno nemmeno tentato un avvicinamento dopo oltre due anni di tensioni, arroccandosi sulle stesse posizioni espresse incessantemente e sterilmente: i catalani vogliono votare e si terrà il referendum (Mas), la Costituzione spagnola non lo permette e un referendum di questo tipo è illegale (Rajoy). Una situazione di evidente stallo.

Oltre a ciò, quello che si è visto è stata, da una parte e dall’altra, la fiera delle banalità e delle semplificazioni, condite di un legalismo fine a se stesso e di propaganda spiccia ad uso e consumo del proprio elettorato.

Lo stesso giorno in cui si conosceva il risultato del referendum scozzese, il 19 settembre, il Parlamento catalano approvava con un’ampia maggioranza (106 voti a favore su 135 deputati) la Legge di consultazione (Ley de consultas populares no referendarias y participación ciudadana) che apriva la strada alla celebrazione del referendum del 9 novembre. Un referendum con una doppia domanda (“Vuoi che la Catalogna diventi uno stato? In caso affermativo, vuoi che questo stato sia indipendente?”) e che, a differenza di quello scozzese, è stato deciso unilateralmente lo scorso dicembre dal governo catalano, appoggiato da parte dei partiti dell’opposizione, senza un previo accordo con Madrid.

Il 27 settembre, con una messinscena degna di Hollywood, tanto che la penna usata nell’occasione da Mas è già esposta al Museu d’Història de Catalunya, il governatore catalano ha firmato il decreto di convocazione del referendum, pubblicato immediatamente sul Diari Oficial della Generalitat de Catalunya (DOGC), e contro il quale il governo spagnolo ha presentato il giorno successivo un ricorso presso il Tribunale Costituzionale (TC).

Il 29 settembre, in una riunione lampo, il TC lo ha accettato, sospendendo cautelarmente la legge catalana per cinque mesi, termine entro il quale si conoscerà la sentenza definitiva al riguardo. Nelle due settimane successive alla sospensione del TC il governo catalano ha continuato come se niente fosse, creando la giunta elettorale generale e le giunte elettorali territoriali, ampliando la campagna pubblicitaria – poi modificata in due occasioni per non incorrere in ulteriori interventi della giustizia spagnola –, riaprendo il registro dei votanti – come per gli stranieri residenti in Catalogna – e il registro delle sedi elettorali – ottenendo risposta da solo un terzo dei comuni catalani. 

Il tira e molla è stato accompagnato dalle solite baruffe mediatiche, da alcune importanti prese di posizione, come quella del Barça che ha dichiarato ufficialmente di essere a favore del diritto di decidere del popolo catalano, e da alcuni manifesti, che si vanno a aggiungere a molti altri pubblicati nell’ultimo biennio: “Diciamo sì alla consulta, diciamo sì all’indipendenza” firmato da oltre trecento scrittori catalani e “Per l’unità del popolo lavoratore. Decidiamo: no all’indipendenza!” sottoscritto da più di trecento personalità della sinistra catalana. Un segnale importante visto che fino ad ora la sinistra catalana non nazionalista – eccettuato il caso dell’associazione Federalistes d’Esquerres (Federalisti di Sinistra) fondata nel luglio del 2013 – non aveva fatto sentire la propria voce.

Non sono state solo le pagine dei giornali e le sale delle conferenze stampa ad aver vissuto giorni frenetici. Anche le piazze e il palazzo. La grande maggioranza dei comuni catalani (920 su un totale di 947) hanno approvato infatti delle mozioni a favore del referendum non vincolante del 9 novembre e hanno organizzato, il 4 ottobre, una manifestazione davanti al palazzo della Generalitat a Barcellona in cui il sindaco del capoluogo catalano, Xavier Trias (CiU) è arrivato a dichiarare, rivolto a Mas: “Presidente, ha tutto il nostro sostegno in questo cammino verso la libertà”. Un termine quello di libertà che, come quello di democrazia, è ormai stato così snaturato da aver perso – non solo nel contesto politico catalano – gran parte del suo significato. Il fronte favorevole all’indipendenza, rappresentato dall’Assemblea Nazionale Catalana (ANC) e da Òmnium Cultural, associazioni promotrici dell’ultima Diada, ha organizzato un’altra manifestazione domenica 19 ottobre sotto il lemma “Ara es l’hora” (Ora è il momento): 110 mila persone sono scese in strada a Barcellona e Carme Forcadell, presidentessa della ANC, ha ribadito l’appoggio al presidente Mas e ha chiesto la convocazione di elezioni anticipate e la creazione di una lista indipendentista con l’obiettivo di una dichiarazione unilaterale di indipendenza una volta formato il nuovo parlamento regionale all’inizio del 2015. Ma sono stati anche quelli che ormai vengono bollati come “unionisti” a scendere in strada: la domenica precedente, il 12 ottobre, Día de la Hispanidad, festa nazionale spagnola, nella Plaça Catalunya di Barcellona si sono congregate 38mila persone, convocate dall’associazione anti-indipendentista Società Civile Catalana (SCC) sotto il lemma “Per la Spagna di tutti”.

Nel mentre, il presidente del Consiglio di Consulenza per la Transizione Nazionale (CATN, nelle sue sigle in catalano), l’ex vicepresidente del TC Carles Vives Pi-Sunyer ha consigliato la convocazione di elezioni anticipate “plebiscitarie” come via d’uscita al vicolo cieco in cui si trova il governo catalano. In tutto questo, il fronte politico soberanista – quello formato dai partiti favorevoli al referendum: Convergència i Unió (CiU), Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), Iniciativa per Catalunya Verds-Esquerra Unida i Alternativa (ICV-EUiA) e Candidatura d’Unitat Popular (CUP) – si è riunito in ben tre occasioni tra il 3 e il 13 ottobre, cercando il bandolo della matassa e il mantenimento di un’unità che si faceva di giorno in giorno sempre più impossibile.

Un surrogato di un surrogato

La rottura del fragile fronte soberanista è avvenuta lo scorso 14 ottobre, quando, dopo una riunione che aveva evidenziato le divergenze strategiche e tattiche tra i quattro partiti che lo compongono, Mas ha annunciato – accusando senza mezzi termini la Spagna di essere “il grande avversario” della Catalogna – quello che tutti già sapevano: il referendum non vincolante, surrogato del referendum vincolante che si sarebbe voluto in un primo momento, non si può celebrare perché la legalità spagnola non lo permette. Per cercare di non essere scavalcato dalla piazza e di non perdere definitivamente il ruolo di pivot del fronte soberanista, Mas, che non dispone ormai quasi più di autonomia politica e che molti considerano nient’altro che un cadavere politico, ha cercato di rilanciare, annunciando un surrogato di questo surrogato: una consultazione non vincolante e non convocata ufficialmente dalla Generalitat, che si dovrebbe basare su di un processo di partecipazione della cittadinanza.

Che cosa voglia dire tutto ciò non è ben chiaro, ma l’intenzione è quella di dribblare tutti i possibili scogli legali (la firma di un decreto, l’uso di un censo, il lavoro dei funzionari…) e di non essere accusato di non aver fatto votare i catalani, per quanto non vi siano le garanzie democratiche per farlo. Ossia: porre le urne nei locali di proprietà della Generalitat catalana dove, grazie al lavoro di 20 mila volontari, che sono già stati raggiunti in pochi giorni, i cittadini possono registrarsi al momento del voto. Come ha sottolineato Miquel Iceta, segretario del Partit dels Socialistes de Catalunya (PSC), una specie di “mega inchiesta presenziale”, in cui si calcola una possibile partecipazione compresa tra un minimo del 18 e un massimo del 33%.

La scelta di Mas ha fatto storcere il naso a molti. Soprattutto, al movimento indipendentista che tra il 2009 e il 2011 aveva organizzato in oltre 500 comuni catalani dei referendum sull’indipendenza e a cui questo ultimo surrogato sembra una brutta copia del loro lavoro, ma anche alla ANC e a Òmnium Cultural, che per quanto abbiano appoggiato ufficialmente questa nuova giravolta di Mas, stanno spingendo per delle elezioni anticipate in chiave plebiscitaria. Pare che sia questo il possibile scenario cercato da Mas per rimanere in sella al processo soberanista anche per evitare lo scoglio della nuova finanziaria, per l’approvazione della quale gli mancano appoggi. Il problema sono le ritrosie o le ferme opposizioni degli altri partiti che formavano, fino a dieci giorni fa, il fronte soberanista: ERC e CUP chiedono a gran voce una dichiarazione unilaterale d’indipendenza, mentre ICV-EUiA e la stessa Unió Democràtica de Catalunya (UDC), il socio minoritario della federazione che forma CiU, il partito dello stesso Artur Mas, hanno preso le distanze sia dall’indipendenza – dichiarandosi rispettivamente favorevoli a una soluzione confederale e federale del problema catalano – sia dal surrogato del referendum proposto da Mas, affermando che non voteranno il 9 novembre.

Mas sta cercando di giocarsi le ultime carte che gli sono rimaste in mano. La creazione di una lista unica con un solo punto nel programma – l’indipendenza – trova il favore di certi settori di Convergència Democràtica de Catalunya (CDC) e in parte di ERC, ma non è ancora chiaro chi la dovrebbe guidare: Mas? O Oriol Junqueras, il segretario di ERC che raccoglie sempre più consensi? O una figura esterna ai partiti politici, come Carme Forcadell, la pasionaria presidentessa della ANC?

Quello che è certo è che il panorama politico catalano non sarà più quello di prima: il cosiddetto compromesso storico tra nazionalisti di CiU e socialisti del PSC, che per trent’anni si erano ripartiti il governo della regione (in mano a CiU) e la provincia e il comune di Barcellona (in mano al PSC), si è definitivamente concluso. Si apre una tappa nuova, estremamente incerta. Si parla di un vero e proprio terremoto politico. Tanto in Catalogna quanto in tutta la Spagna, dove il fenomeno Podemos sta generando grossi timori nell’establishment in una situazione in cui le poche buone notizie (come la conquista da parte della Spagna di un posto per il biennio 2015-2016 nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite) sono soppiantate da quelle cattive (lo scoppio del caso di ebola a Madrid; i continui casi di corruzione come quello delle carte di credito black di Caja Madrid che ha coinvolto figure vicine ad Aznar del livello di Rodrigo Rato e Miguel Blesa; i primi dubbi sulla tanto sbandierata ripresa economica, ecc.).

E quello che è certo è anche che la questione catalana si può risolvere solo con il dialogo, per il momento assente tra i governi di Barcellona e di Madrid, tranne una timidissima offerta lanciata da Rajoy in un articolo pubblicato sulla nuova edizione digitale de El País in catalano lo scorso 12 ottobre. I nuovi segretari del PSOE e del PSC, il giovane e telegenico Pedro Sánchez e l’esperto uomo dell’apparato Miquel Iceta, hanno tentato di costruire dei ponti e di rientrare così nei giochi politici, frenando un’emoraggia di voti che rischia di convertirli in altri PASOK, ma la proposta di riforma federale della costituzione del 1978 non ha avuto molto ascolto. Non c’è però molto tempo a disposizione.

Il 2015 sarà un anno di elezioni in Spagna: a maggio le comunali e le regionali e a novembre – o al massimo a gennaio 2016 – le politiche generali. E il PP in quel contesto non potrà fare alcuna concessione sulla questione catalana e dovrà ancora più serrare le fila per non rischiare di perdere il suo zoccolo duro, che gli ha dato solo tre anni fa la maggioranza assoluta sia nel parlamento spagnolo che in più della metà delle regioni. O Rajoy apre il dialogo e Mas lo accetta o si va davvero verso il tanto annunciato e tanto temuto choque de trenes.

 

@StevenForti

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