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Elezioni in Spagna: dieci considerazioni

1. Il bipartitismo non è morto.
Le elezioni spagnole del 26 giugno rafforzano i partiti dell’establishment. Il Partido Popular (PP) è il vero vincitore di questa tornata elettorale: guadagna quasi 700 mila voti rispetto ai comizi di dicembre e con il 33% porta al Congreso di Madrid ben 137 deputati. Il Partido Socialista Obrero Español (PSOE) regge il colpo e, con il 22,7% dei voti e 85 deputati, mantiene la seconda posizione, anche se perde 120 mila voti e 5 deputati rispetto a dicembre, ottenendo il peggior risultato di sempre. Per quanto in crisi, dunque, i partiti tradizionali hanno dimostrato di avere delle strutture solide che non si sono sfaldate ed il bipartitismo, dato per morto e sepolto più volte, non è andato in frantumi. Al contrario, si è rafforzato, passando dal 50,7% al 55,7%, un dato in controtendenza rispetto agli ultimi anni.

2. Il cambiamento che non c’è.
Il vento del cambiamento, annunciato da tutti i sondaggi e dagli exit poll, è stato più moderato di quel che ci si aspettava. Una brezza e nulla più. Unidos Podemos, la coalizone formata da Podemos e Izquierda Unida (IU), appoggiata dalle confluenze regionali in Catalogna, in Galizia, nelle Baleari e a Valencia, si è fermata al terzo posto (21,1% e 71 seggi), perdendo oltre un milione di voti rispetto ai comizi dello scorso 20 dicembre. Non c’è stato il tanto annunciato sorpasso, dato per certo da tutti i sondaggi e dagli exit poll: i socialisti mantengono un vantaggio di 375 mila voti e di ben 14 deputati su Unidos Podemos. La formazione guidata da Pablo Iglesias deve ora leccarsi le ferite e deve soprattutto capire le ragioni della crescita dell’astensione nel suo elettorato. Non si tratta di una sconfitta né di un fallimento, come molti giornali hanno scritto, ma di un risultato al di sotto delle aspettative, che, comunque, conferma l’esistenza di un partito consolidato a sinistra che ottiene oltre 5 milioni di voti.

3. Si riduce lo spazio per un’opzione di centro-destra liberal.
Per Ciudadanos il colpo è stato altrettanto duro. La formazione guidata da Albert Rivera, presentata come l’alternativa credibile e “pulita” di centro-destra, supera di poco i 3 milioni di voti (ne perde 390 mila) e, penalizzata dal sistema elettorale spagnolo, con il 13% ottiene solo 32 deputati (8 in meno rispetto a dicembre). Il futuro è ora incerto per gli arancioni. Possono giocare un ruolo chiave nella formazione di un nuovo esecutivo, ma rischiano di fare la fine di altre esperienze centriste nella Spagna degli ultimi quarant’anni (UPyD di Rosa Díez, CDS di Adolfo Suárez, PRD di Miquel Roca) ossia, essere divorati dal PP e dal PSOE.

4. In calo anche i partiti nazionalisti e regionalisti.
Ai partiti nazionalisti e regionalisti catalani e baschi non è andata meglio. Tranne gli indipendentisti di Esquerra Republicana de Catalunya (ERC), che racimolano qualche migliaio di voti in più e mantengono i 9 deputati, tutti gli altri perdono voti, soprattutto gli indipendentisti di Convergència Democràtica de Catalunya (CDC, 8 deputati), ma anche gli autonomisti del Partido Nacionalista Vasco (PNV), che perde un deputato (da 6 a 5), e gli indipendentisti baschi di sinistra di EH Bildu (2 deputati). La frammentazione del Parlamento e la difficoltà di formare una maggioranza può rendere indispensabili alcune di queste formazioni, ma il loro non è più il ruolo chiave di stampella di uno dei due grandi partiti come in passato (CDC con il PSOE di Felipe González o con il PP del primo governo di José María Aznar).

5. La storia non si ripete.
La Spagna del 2016 non è la Grecia dell’ultimo triennio, come molti pensavano al di qua e al di là dei Pirenei. Podemos non è Syriza, il PSOE non è il PASOK e il PP non è Nea Democratia. E la situazione spagnola, nonostante una crisi di cui non si vede la fine (disoccupazione al 20,9%, aumento delle disuguaglianze sociali, assottigliamento della classe media, aumento dei giovani che emigrano in cerca di lavoro, continui tagli al Welfare state, ecc.), non è quella del paese ellenico. Dunque, le strategie elettorali, soprattutto della sinistra, non possono calcare le orme della Syriza pre-2015.

6. Gli effetti della Brexit.
La vittoria del “Leave” nel referendum sulla Brexit ha pesato. E molto. Gli spagnoli, storicamente europeisti, hanno preferito non “rischiare” votando il cambiamento e si sono rifugiati nei partiti tradizionali, che per quanto colpiti da innumerevoli scandali di corruzione, sono percepiti come opzioni più “sicure” in una fase di profonda incertezza come quella attuale. “Se le acque si intorbidiscono, meglio lasciare i cambiamenti e le scommesse sul futuro per un’altra occasione”, ha segnalato Juan José Toharia di Metroscopia. È stato, quello di domenica scorsa, anche un voto dettato dalla paura per le conseguenze incerte della Brexit che il PP ha saputo sfruttare al meglio con un discorso basato sulla “stabilità” e che ha fatto presa soprattutto sulla popolazione over 55 che ha votato in massa i due grandi partiti. Un voto utile, dunque, dovuto anche a una generale stanchezza per l’impasse degli ultimi sei mesi e per la ripetizione delle elezioni.

7. Le biciclette non funzionano.
In politica 2 + 2 non fa mai 4, ma sempre meno. L’alleanza con Izquierda Unida (IU) si è saldata per Podemos con una perdita di oltre un milione di voti e con lo stesso numero di deputati (71) che le due formazioni avevano ottenuto separatamente a dicembre. Dal 20,6% ottenuto da Podemos sei mesi fa e dal 3,7% di IU si è passati al 21,1% di Unidos Podemos. L’aumento dell’astensione – la partecipazione è passata dal 73 al 69,8% – è dovuta in gran parte all’elettorato di sinistra, che, stanco e scontento sia per la ripetizione elettorale sia, forse, per la formula della coalizione, ha deciso di rimanere a casa. È proprio quel milione di voti che manca a Unidos Podemos rispetto a dicembre.
Le ragioni sono ancora da capire e la stessa dirigenza della formazione di Iglesias non ha una risposta in merito. Una prima analisi del voto dimostra che è proprio dove IU aveva ottenuto buoni risultati a dicembre che Unidos Podemos ha perso di più (Madrid, Asturias, Andalusia). Scontentezza da parte dell’elettore classico di IU verso il populismo laclauiano di Podemos? È possibile. Ma dall’altro lato c’è stata forse anche una parte dell’elettorato di Podemos che non si è sentito rappresentato dall’alleanza con IU e da una evidente e proclamata caratterizzazione ideologica di sinistra.

8. Le confluenze di Podemos non sfondano.
Anche le confluenze legate a Podemos che si sono presentate in diverse regioni non hanno fatto l’exploit che ci si aspettava. In Catalogna, En Comú Podem – formato da Barcelona en Comú, Podemos, ICV-EUiA ed Equo – si conferma primo partito, con 12 deputati, ma perde 80 mila voti, una parte anche nella stessa città di Barcellona, governata dalla sindaca Ada Colau. A Valencia, la coalizione “A la Valenciana”, formata da Compromís, Podemos e IU, si mantiene come secondo partito (9 deputati), ma perde circa 130 mila voti e aumenta la distanza con il PP (13 deputati). Anche nelle Baleari gli equilibri non cambiano: Units Podem Més, che riunisce Podemos, IU e i nazionalisti di sinistra di Més, non ha migliorato i risultati di dicembre (2 deputati, perde 28 mila voti), mentre in Galizia, En Marea – formata da Podemos, IU, i nazionalisti di sinistra di Anova e le liste municipaliste che governano a La Coruña e Santiago de Compostela – viene superata dai socialisti, diventando terzo partito, e perde 64 mila voti e un deputato (da 6 a 5).

9. Momento di riflessione e di autocritica per Podemos.
I risultati non soddisfano nessuno all’interno di Unidos Podemos. Lo hanno dichiarato tutti, a partire dallo stesso Iglesias, la notte delle elezioni. È il tempo della riflessione e dell’autocritica, ma potrebbe essere anche quello del redde rationem. A caldo nessuno ha messo in discussione l’alleanza con Izquierda Unida: l’obiettivo era quello di convertire una coalizione elettorale in un vero e proprio progetto politico. Ma dopo la perdita di oltre un milione di voti si cambierà idea? IU tornerà nel suo recinto? Podemos si sgancierà e continuerà la strada da solo? È presto per dirlo. Íñigo Errejón, il numero due di Podemos influenzato da Ernesto Laclau e Chantal Mouffe e sconfitto ad aprile, tornerà alla carica con la strategia di un partito trasversale? Iglesias abbandonderà? C’è chi sottovoce ne chiede la testa. E le confluenze in Catalogna, Galizia e Valencia si sganceranno da Podemos?

10. Governo in minoranza del PP o grande coalizione.
I risultati rendono praticamente inviabile un governo delle sinistre (PSOE e Unidos Podemos), che hanno perso voti e seggi rispetto a dicembre (da 161 a 156) rispetto al blocco di centro destra (da 163 a 169). In realtà, quest’ultima opzione sarebbe teoricamente possibile: PSOE e Unidos Podemos avrebbero però bisogno dei voti degli indipendentisti catalani e dei nazionalisti baschi (22 deputati in totale) per superare quota 176, che è la maggioranza assoluta nelle Cortes di Madrid. Ma il referendum catalano è inaccettabile per i socialisti che tra l’altro non ne vogliono sapere di avere Iglesias al governo.
Gli scenari più probabili sono dunque o un governo in minoranza del PP grazie ad un astensione dei socialisti o di un governo alla tedesca, con popolari e socialisti al governo. Rimane da capire se i popolari vorranno anche Ciudadanos in un governo di minoranza o in un eventuale governo di larghe intese o se preferiscono lasciarlo all’opposizione per eliminare l’unico possibile avversario che hanno nel centro-destra. La grande questione è poi capire se i socialisti (e Ciudadanos) chiederanno la testa di Rajoy: lo hanno ripetuto continuamente, ma il leader del PP ora può trattare da una posizione di forza. Si prevede una legislatura breve che, grande coalizione o meno, si centrerebbe su alcune questioni, come, ad esempio, la riforma della Costituzione, la riforma della legge elettorale e un tentativo limitato di soluzione della crisi territoriale.

Il 9 luglio si riunisce il Comitato Federale del PSOE e il 19 si forma il nuovo Parlamento. Saranno settimane di fuoco, segnate dalle decisioni europee sulla Brexit, dal rischio di una crisi dell’Euro e dalla decisione della Commissione Europea riguardo a una multa di 2 miliardi di euro alla Spagna per il deficit di bilancio del 2015. I mercati, Bruxelles e i poteri forti faranno pressioni per la formazione di un governo prima della pausa di agosto, ma si potrebbe arrivare a settembre. In ogni caso, è da scartare la ripetizione elettorale. Qualcuno cederà. Bisogna solo capire chi e in che cosa.

Da Barcellona, Steven Forti

(ricercatore presso l’Istituto de Història Contemporanea – Universidade Nova de Lisboa)
@StevenForti

Questo articolo è stato pubblicato qui

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