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Spagna | Rajoy, rafforzato dalla crisi dei socialisti e dall’instabilità europea

La situazione politica spagnola dell’inizio di questo 2017 è ben diversa da quella di solo un anno fa. A gennaio del 2016 Mariano Rajoy sembrava un cadavere politico. In pochi scommettevano sul leader del Partito Popolare (PP): una formazione, colpita da continui scandali di corruzione, che aveva perso più di 3,5 milioni di voti nelle elezioni di dicembre 2015. Un governo di coalizione a sinistra non sembrava solo un miraggio – con Podemos che aveva superato il 20% e aveva mancato di un soffio il sorpasso ai socialisti – e la possibilità di mandare all’opposizione il PP e di aprire una nuova tappa per la Spagna era condivisa da gran parte della popolazione. 

Ma Rajoy è un politico che della resistenza ha fatto il suo lemma e il suo modus operandi. Fin dal momento in cui aveva sostituito José María Aznar alla guida dei popolari nel lontano 2004: due elezioni perse contro José Luis Rodríguez Zapatero, otto anni di opposizione, una crisi interna alla sua formazione che lo voleva spodestare. “Resistir es vencer”. Resistere è vincere. Controllando la struttura di un partito ancora radicato sul territorio, facendo solo le dichiarazioni necessarie, non rilasciando interviste, evitando il protagonismo sulle reti sociali, tanto amate dagli esponenti della nuova politica. Rajoy ha lasciato l’iniziativa ai suoi avversari, divisi tra loro, che ne hanno sofferto le conseguenze. L’accordo a tre tra Partido Socialista Obrero Español (PSOE), Ciudadanos e Podemos non è andato in porto in primavera e alle elezioni di giugno il PP ha migliorato il suo risultato.

Il discorso della paura al cambiamento e all’instabilità, con il Brexit di fondo, ha fatto centro. E nei lunghi mesi di impasse tra l’estate e l’autunno, Rajoy non si è mosso di un millimetro, obbligando gli altri a cedere. Prima è toccato a Ciudadanos, che ha firmato un accordo di governo con il PP. Poi al segretario generale socialista Pedro Sánchez, che è stato costretto alle dimissioni da un PSOE spaccato sull’opzione di permettere la rielezione di Rajoy. Così, a fine ottobre, a un giorno dall’ora X in cui si sarebbero dovute convocare le terze elezioni in solo dodici mesi, Rajoy è stato rieletto con i voti di Ciudadanos e l’astesione dei socialisti. Il leader popolare, di poche parole e apparentemente con poco appeal, è stato l’unico vero vincitore dell’anno in cui la Spagna ha vissuto senza un governo.

La legislatura che si è aperta non è comunque facile per il PP. Non dispone della maggioranza assoluta, come tra il 2011 e il 2015, e la necessità di arrivare a patti e accordi è improrogabile. Ma è sempre Rajoy colui che ha il coltello dalla parte del manico e che può gestire i tempi della politica. Lo si è visto molto bene in questi primi mesi, quando il leader dei popolari è riuscito ad ottenere l’appoggio di Ciudadanos e dei socialisti negli obiettivi di deficit per il prossimo triennio e nel tetto massimo della spesa per le amministrazioni pubbliche. Ottenuto questo importante risultato, che lo rafforza come leader affidabile in Europa, ora tocca la legge di bilancio per il 2017. E, molto probabilmente, sarà la stessa storia. I socialisti sono alle corde: possono solo fare la voce grossa di giorno, mentre di notte sono costretti ad arrivare a patti con il PP. Il rischio, che Rajoy usa come potente ricatto, è quello di tornare al voto. E l’unico che ci guadagnerebbe sarebbe proprio il PP, che secondo gli ultimi sondaggi si avvicinerebbe alla maggioranza assoluta. A partire da maggio, a dodici mesi di distanza dall’ultimo scioglimento delle Cortes, Rajoy avrebbe la possibilità di convocare nuove elezioni, un’opzione che non scartano nella sede dei popolari e che fa venire la pelle d’oca in casa socialista. Non è difficile prevedere che prima dell’estate sarà dunque approvata la legge di bilancio.

Intanto, però, tutti i partiti si leccano le ferite e provano a ripartire, dopo un lungo anno elettorale che li ha sfiancati. Ciudadanos, che non è riuscito a impensierire il PP come un’opzione stabile nel centro-destra, celebrerà il suo congresso a inizio febbraio: Albert Rivera, che verrà confermato sicuramente come presidente, vuole traghettare la formazione definitivamente nel liberalismo, togliendo ogni riferimento alla socialdemocrazia negli statuti. Il fine settimana successivo (10-12 febbraio), Madrid sarà l’epicentro della politica spagnola: si terranno allo stesso tempo il congresso del PP, che confermerà il vincitore Rajoy alla guida del partito, e la seconda assemblea di Podemos, Vistalegre II.

La formazione guidata da Pablo Iglesias, che vive un momento di riflusso dopo oltre un anno di campagna elettorale permanente, sta cercando di porre le basi per una nuova fase politica. Le diverse anime del partito sono divise sulla strategia da adottare con Iglesias favorevole a un maggiore avvicinamento con Izquierda Unida e a ritornare nelle piazze, utilizzando il Parlamento come cassa di risonanza delle lotte sociali, e il numero due Íñigo Errejón che, invece, difende una minore identificazione di Podemos con la sinistra classica e una strategia basata sulla trasversalità populista, che non disdegnerebbe una futura alleanza con i socialisti. Saranno chiave i voti di Izquierda Anticapitalista, la corrente trotskista interna a Podemos, che si è riavvicinata a Iglesias per battere Errejón. La stagione si chiuderà prima dell’estate, probabilmente a giugno, con il congresso del PSOE, che dovrà eleggere il sostituto di Sánchez alla segreteria generale. In pole position, c’è la presidentessa regionale andalusa Susana Díaz, dove governa con i voti di Ciudadanos. Díaz, arcinemica di Sánchez, è molto vicina agli exsegretari generali Felipe González e Zapatero, ma è fortemente invisa ai quadri del partito al di fuori del sud della Spagna. In casa socialista c’è molta incertezza, con le basi demoralizzate, e la spada di Damocle che tiene sulla loro testa Rajoy, che li costringe, volenti o nolenti, a una grande coalizione sui generis.

I prossimi mesi saranno chiave per comprendere il cammino politico della Spagna, mentre continua la rivendicazione indipendentista catalana con la richiesta di un referendum di autodeterminazione, accordato sullo stile scozzese o unilaterale, a cui Madrid si nega. Quello della Catalogna sarà l’altro scenario cruciale del 2017 spagnolo. I tentativi di Rajoy di aprire un canale di dialogo, dopo un lustro di scontri, è ancora debole, ma può mettere in crisi il fronte indipendentista, sempre più diviso al proprio interno.

Non è un anno facile per Rajoy, questo è certo. Ma il leader dei popolari può tirare un sospiro di sollievo dopo un 2016 che lo vedeva politicamente morto. Soprattutto per il contesto europeo che gli permette di presentarsi come un leader affidabile in un anno in cui Francia, Olanda e Germania vanno al voto e in cui l’instabilità, tra la gestione del post-Brexit, la delicata situazione italiana dopo le dimissioni di Renzi e l’auge dei populismi xenofobi in tutto il continente, può mettere in seria crisi il progetto europeo.

di Steven Forti
(ricercatore presso l’Istituto de Història Contemporanea – Universidade Nova de Lisboa)

Questo articolo è stato pubblicato qui

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