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Burioni e la scienza democratica | Io NON parlo solo con chi ha studiato

Secondo il medico Roberto Burioni, "la scienza non è democratica" e solo chi ha studiato ha diritto di parola su questioni scientifiche. È l'atteggiamento giusto per fare comunicazione?

di Simona Cerrato

Il medico Roberto Burioni, virologo del San Raffaele, cura una pagina Facebook dove commenta dati e notizie sui vaccini, con l’intento di smontare le false credenze diffuse sul tema. Lo scorso 31 dicembre 2016, Burioni rispondeva ad alcune polemiche su un suo post, spiegando perché la maggior parte dei commenti sulla sua pagina sono cancellati. “Spero di avere chiarito la questione”, concludeva, “qui ha diritto di parola solo chi ha studiato, e non il cittadino comune. La scienza non è democratica.”

Due premesse:
1) sono totalmente a favore dei vaccini
2) sono a favore della cancellazione dalla propria bacheca FB di post e commenti aggressivi, insultanti, violenti, razzisti, omofobi o anche solo maleducati.

L’affermazione “Parlo solo con chi ha studiato. La scienza non è democratica” del medico Burioni, che conclude un suo post su Facebook a proposito del dibattito sui vaccini, da riferimento ad ambiti diversi che vengono intrecciati in modo non esplicito e quindi confondono il lettore: la scienza, da una parte, e la comunicazione della scienza dall’altra. Inoltre sia la scienza sia la comunicazione sono attività complesse che avrebbero bisogno di riflessioni ben più approfondite.

La scienza, secondo l’enciclopedia Treccani, è “l’nsieme delle discipline fondate essenzialmente sull’osservazione, l’esperienza, il calcolo, o che hanno per oggetto la natura e gli esseri viventi, e che si avvalgono di linguaggi formalizzati”. È una definizione utile e abbastanza condivisibile. È vero che la scienza non è democratica e non lo è soprattutto il sistema di accreditamento delle nuove idee e di valutazione dei risultati della ricerca.

Nessuno si sognerebbe di far votare se sia la Terra che gira intorno al Sole o viceversa (anche se molti fisici direbbero che dipende ovviamente dal sistema di riferimento scelto) o quale sia la composizione dell’acqua o quali siano le reazioni biochimiche alla base della fotosintesi. Non contano neppure le opinioni o le preferenze personali, come già argomentato benissimo qui. Nella scienza bisogna dimostrare di avere ragione, e in questo sta la sua forza e la sua difficoltà. Marie Curie era convinta che esistesse un nuovo elemento chimico radioattivo, il radio, ma non bastava che ne fosse convinta lei, doveva dimostrarlo al mondo, doveva pesarlo quel benedetto radio: Ra = 225,93. Ed è per questa forza, per questa capacità di capire l’universo, che la scienza e le sue applicazioni (e non le opinioni dei singoli) hanno avuto e hanno sempre più importanza nella vita di tutti.

La scienza, tuttavia, è un sistema di conoscenze che si costruisce nel tempo, dipende dalla strumentazione e dalle conoscenze disponibili in un certo momento ma anche dal contesto sociale, culturale, antropologico, storico, economico e politico in cui si sviluppa. La scienza non è né neutrale né assoluta. E attraverso di essa, o attraverso quello che si intendeva per scienza nelle diverse epoche e società, sono state sostenute grandi baggianate o ingiustizie raccapriccianti. Un esempio, non molto lontano nel tempo, è il cosiddetto razzismo scientifico che sulla base di presunte misure anatomiche e differenze antropologiche voleva dimostrare l’esistenza delle razze e fra queste la superiorità dei bianchi (maschi, naturalmente, e ricchi). Era scienza largamente condivisa e accettata fino a circa la metà del secolo scorso e vanta illustri sostenitori. Di esempi simili ve ne sono decine.

Una verità scientifica immutabile e assoluta non esiste ed è sempre con qualche sospetto che bisogna guardare chi la professa. Non è improbabile che molti dei fatti e delle conoscenze che oggi riteniamo scientifici tra qualche decennio ci faranno sorridere o inorridire o indignare.
Affinché si crei una consapevolezza diffusa del valore della scienza, e per ottenere fiducia e appoggio dall’opinione pubblica non basta parlare di più di scienza, e soprattutto non serve parlarne tra soli esperti (e poi chi sono gli esperti?) perché gli altri non hanno studiato e sono degli ignoranti senza diritto di parola. L’accesso alla scienza è tuttora riservato a pochi, la maggior parte dei Paesi nel mondo non può competere con i Paesi più ricchi e anche in questi stessi Paesi ricchi sono pochi coloro che accedono alla formazione universitaria specialistica per diventare ricercatori. La scienza, affinché diventi effettivo beneficio di tutta l’umanità, deve diventare più inclusiva e accogliente di una diversità di approcci e linguaggi.

L’incredibile aumento di conoscenze prodotto dalla scienza negli ultimi 100 anni è stato accompagnato da una crescita di apprezzamento e rilevanza sociale di scienziati e tecnici, e dal crescere delle aspettative riguardo al benessere economico, alla salute, alla qualità della vita. Nello stesso tempo, però, gli impatti anche negativi di questo progresso hanno fatto sì che scienza e tecnologia siano anche fonte di grandi paure o per lo meno di radicati sospetti o l’oggetto di un giusto senso critico.
Con lo sviluppo della scienza si sono moltiplicate le iniziative per diffonderla al grande pubblico. Ci si è presto accorti però che una maggiore informazione pubblica non produce, come alcuni si aspettavano, il lineare aumento della fiducia e diminuire del sospetto. Decenni di studi sull’opinione pubblica mostrano che la formazione delle opinioni sia operata all’interno di sistemi di credenze ed emozioni privati o di gruppi sociali, nell’incrociarsi di questi con conoscenze di base, informazioni più o meno ufficiali e soprattutto precedenti esperienze e giudizi su ambiti anche diversi da quello scientifico e tecnologico (come la politica). Per esempio, sapere che cosa siano gli organismi geneticamente modificati e avere conoscenze di biotecnologia non basta per decidere se vogliamo o meno gli OGM nel piatto. Per decidere conta anche (e molto di più) il nostro atteggiamento verso il mondo naturale, la fiducia nei confronti delle autorità che devono gestirne la diffusione e il controllo, il modello di società desiderabile per il futuro.

Cosa fare allora? Da un lato occorre fornire a tutti i cittadini, a partire dai più giovani, quel bagaglio di conoscenze scientifiche necessario a vivere pienamente la società contemporanea; bagaglio che, in realtà, più che di conoscenze statiche, deve essere fondato sulla consapevolezza di come la scienza pervada la nostra vita, e di come le principali questioni, su cui la società di oggi e di domani deve decidere, sono ad alto tasso di scientificità: dalla gestione delle risorse energetiche e dell’ambiente alla prevenzione e cura delle malattie, dalla fecondazione artificiale alla protezione dai disastri naturali. Si tratta, in definitiva, di fornire gli strumenti per una piena cittadinanza scientifica. Dall’altro occorre essere pronti non solo a fornire informazioni e a trasmettere conoscenze, ma anche ad ascoltare aspettative, dubbi, paure, emozioni, punti di vista diversi, di cui le diverse comunità non-esperte sono portatrici.

Per una comunicazione efficace tra scienziati, tecnologi e grande pubblico, le parole chiave sono dialogo e partecipazione: non basta insegnare, non basta mostrare che la scienza è interessante e può essere anche divertente, non basta informare costantemente sull’attualità scientifica, occorre instaurare anche un vero e proprio confronto tra ricercatori, cittadini, amministratori e stakeholder, in cui tutte le posizioni – le opinioni, gli atteggiamenti, i timori, le speranze, le aspettative – vengono reciprocamente illustrare e discusse.

Solo in questo modo, attraverso una comunicazione ricca e profonda, gli scienziati potranno davvero capire cosa agita l’opinione pubblica, aggiornarla in termini di conoscenze, informarla sui propri punti di vista, discutere sulle decisioni da prendere. Perché non bisogna dimenticare che i cittadini non solo hanno il diritto di essere informati, ma hanno anche il diritto e il dovere di decidere, in termini di voto, di politiche che riguardano anche la scienza e la tecnologia.
Anche per la Commissione Europea il dialogo è un elemento essenziale della società della conoscenza, un dovuto e necessario allargamento progressivo delle sedi e dei temi della vita democratica:

«The Commission is committed to improving transparency and consultation between administrations and civil society […] If citizens and civil society are to become partners in the debate on science, technology and innovation in general and on the creation of the European Research Area in particular, it is not enough to simply keep them informed. They must also be given the opportunity to express their views in the appropriate bodies.» (Science and society action plan, European Commission, DG Research, 2006).

L’articolo fa uso di parte del libro Science Dialogues, Simona Cerrato (a cura di), Sissa Medialab, Trieste 2015, a sua volta basato su un’ampia letteratura internazionale di cui riportiamo qui alcuni elementi:

Clare Wilkinson‬‪, Emma Weitkamp‬, Creative research communication, Oxford University Press, 2016‬
Massimiano Bucchi and Brian Trench (a cura di), Handbook of Public Communication of Science and Technology, Routledge, 2014
Andrea Bandelli, Engagement tools for scientific governance, JCOM 02(2009)
Paola Rodari, A game of democracy. Science museums for the governance of science and technology, JCOM 09(02) (2010)
Eurobarometer special surveys, in particolare
Public perception of science, research and innovation, Ottobre 2014
Attitudes of European citizens towards the environment, Settembre 2014

Leggi anche: Quanto ci fidiamo dei vaccini?

Pubblicato con licenza Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia.

Questo articolo è stato pubblicato qui

Commenti all'articolo

  • Di Marina Serafini (---.---.---.234) 8 gennaio 01:53
    Marina Serafini

    Giusto, corretto, condivisibilissimo… Se non fosse per quel rumore di fondo che porta l’etichetta "interessi commerciali", e che ostacola un pò…

  • Di Francesco Vissani (---.---.---.57) 9 gennaio 04:30
    Sono d’accordo con i principi che Simona Cerrato espone autorevolmente ed in modo convincente. 

    Pero’ non ho letto solo la pagina FB di Roberto Burioni, ma anche il libro "I vaccini non sono un opinione" e credo che sia doveroso farlo. 

    Riconosco che la scrittura di Burioni e’ molto dura, e per questo motivo, il nostro paga e paghera’ un prezzo. Siamo in una nazione con una lingua di impianto barocco, dove lo stile pulito non e’ mai andato di moda, dove sono i giuristi e non i medici ad avere diritto di parola sul caso di Bella (per dirne una). Forse, Burioni avrebbe potuto scrivere quel libro in modo meno puntuto. Ma gli dico grazie e riconosco, come si dice a Roma, che quando ce vo’ ce vo’. Penso che questo libro abbia tra i suoi predecessori illustri la "Storia della colonna infame"; un libro pochissimo letto in Italia, ma non per questo meno importante.

    Il problema che Roberto Burioni pone non e’ quello di comunicare la scienza: il problema che pone e’ quello di evitare il peggio. Nel mondo in cui viviamo, il vero danno alla democrazia e’ causato da chi, abusando del diritto di parola o alle volte addirittura mentendo, provoca danni agli altri. 

    Invece, non mi fa molto paura la gente che confonde l’affermazione (vera) "la scienza non e’ democratica" con l’affermazione (falsa) "la scienza e’ contro la democrazia"; siamo andati tutti a scuola, e non siamo caduti cosi’ in basso da non riuscire a capire la cruciale differenza tra queste due affermazioni.

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