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Bersani, Monti e la maggioranza, ampia, degli italiani

Dopo gli ultimi sondaggi che segnalano un recupero di PdL e Lega, il segretario del PD ha chiesto al presidente del Consiglio una “seria riflessione” in vista delle regionali in Lombardia.

Non dovrebbero servire sondaggi, invece, per comprendere come i capi di tutti i partiti, eredi di quelli che appartenevano al vecchio arco costituzionale, dovrebbero decidersi a riflettere su un futuro che potrebbe essere ben misero, per il paese, se non riuscissero a raccogliere la maggior parte degli italiani attorno ad un progetto comune. Un’ampia maggioranza di cittadini, prima che di parlamentari. La seconda è condizione sufficiente per la formazione di un governo, ma la prima è assolutamente necessaria se si vogliono affrontare i problemi che stanno all’origine del nostro trentennale declino; se vogliamo trovare il modo di far uscire la nostra economia dalla spirale fatta di bassa produttività, bassa competitività, bassi salari e bassi consumi, in cui si è avvitata.

A rendere pessimisti, oltre al livello infimo del dibattito politico, in cui una sequela di cloni di Berlusconi rifila promesse, perfettamente berlusconiane, ad un elettorato che suppone essere fatto da berlusconiani (meno tasse, più servizi e più topa per tutti. E il conto lo facciamo pagare a quegli altri. Unica differenza tra le varie forze, l’identità, lasciata peraltro solo intuire, di questi altri), c’è la costatazione di quanto poco tempo di resti; di quanto siano veloci altrove, fuori dalla bolla che ricopre la penisola, le trasformazioni dell’economia globalizzata nell’età della rivoluzione informatica. Di quanto poco manchi alla nostra crisi per diventare irreversibile.

A dare speranza ci sono, da un lato proprio la velocità dei cambiamenti possibili (se dovessimo riuscire a ripartire, non ho il minimo dubbio che ci troveremmo in breve ad essere protagonisti di un nuovo boom) e dall’altro la realtà della nostra società. Non quella rilevata dai sondaggi; quella dimostrata dal comportamento degli italiani nell’ultimo anno.

L’Italia non è precipitata nel burrone che aveva davanti, quando Silvio B. ne ha mollato il volante, certo grazie a Monti e a chi lo ha sostenuto in Parlamento, ma soprattutto grazie alla coesione dimostrata al mondo dai suoi cittadini che, magari mugugnando, magari protestando, hanno accettato di bere le amare medicine imposte loro dal Professore: un oratore a malapena dignitoso, con davvero poco del carisma dei grandi capi, ma che almeno ha fatto capire di star cercando di fare, con tutti i propri limiti, del proprio meglio nell’interesse del Paese e non di una sua parte. Tutto quello, e non è poi molto, di cui hanno bisogno gli italiani per fare tutto il loro dovere.

Non solo. Mentre nelle semplificazioni della nostra campagna elettorale per analfabeti, pare che tanto rigore e solidarietà, quanto redistribuzione e sviluppo, siano termini antitetici, sono certamente maggioranza assoluta gli italiani che concordano sul fatto che debbano coesistere. Cambia, a seconda della loro area d’appartenenza l’accento che pongono su questi termini, ma non credo sia più il caso di parlare di vere differenze ideologiche, quanto di sensibilità diverse, mentre è chiaro a quasi tutti gli elettori di sinistra che è perfettamente inutile parlare di redistribuzione di una ricchezza che non è prodotta e quasi tutti quelli destra sono stra-convinti tanto della necessità di regolare i mercati, quanto di quella di contrastare la tendenza alla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi (non dell’uno, ma dello 0,1 o 0,01%) che sta minacciando di minare tanto le basi della nostra economia quanto quelle del nostro ordine sociale.

Mettere d’accordo questi italiani, tutti appartenenti al continuum liberal-social-democratico non richiede, insomma, nessuna opera di alta ingegneria politica; dovrebbe essere sufficiente una frazione dell’intelligenza dimostrata dai nostri nonni tra il 43 ed il 48, quando, pur divisi da profonde differenze, trovarono il modo di lavorare insieme (e combattere, e magari morire), in una situazione più drammatica, ma non necessariamente più difficile della nostra.

I nostri capi di allora avevano però alle spalle la tragedia delle dittatura e della guerra? Quelli di oggi, certo non l’egoarca o i tanti narcisi che in fondo lo imitano, c’è solo da sperare che capiscono che in piena tragedia ci siamo già. 

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