Destano davvero stupore certe dichiarazioni sul "martirio" di cui sarebbe stato vittima colui che ha provocato la fine del centenario Partito Socialista Italiano. Stupisce ancora di più che la restituzione dell’onore venga data non a chi ha invano combattuto la corruzione, ma a coloro che l’hanno praticata e, solo in qualche caso, ne hanno dovuto rispondere alla Giustizia. Questa è una piccola voce fuori dal coro che cerca di riportare un minimo di verità anche in nome delle centinaia di migliaia di "socialisti onesti" che alla storia sono stati stati consegnati come un ossimoro.

Ebbene sì, ho fatto parte del PSI di Craxi, dall’80 al 1992. Sono stato consigliere comunale, assessore.
Mi sono avvicinato al PSI perché lo ritenevo più libero da vincoli di schieramento. Ero motivato dai migliori ideali ispirati alla democrazia e libertà, ai diritti civili e ad una concezione laica dello stato.
Convinto che anche il PCI avrebbe prima o poi abbandonato il suo anacronistico fervore ideologico per affrontare, con un approccio "socialdemocratico" una stagione nuova della politica.
Nel PSI ho combattuto una battaglia quasi solitaria in difesa della legalità nella pubblica amministrazione, contro i concorsi e gli appalti truccati, contro i favori agli amici, contro l’urbanistica "catastale" dove l’edificabilità dei terreni era decisa sulla base della "forza" economica o politica della proprietà anziché nell’interesse pubblico.
Vita difficile.
Parlare di trasparenza nella Pubblica Amministrazione, soprattutto in tema edilizio-urbanistico era, ed è, come svelare la formula segreta dell’elitropia.
Tutti a parole la invocano, ma nessuno la vuole veramente: tecnici, funzionari, politici, imprenditori.
Nel mio comune, ad un normale cittadino era perfino impossibile accedere alle tavole del Piano Regolatore. A me, come consigliere e commissario edilizio, sono state consegnate dopo anni di interrogazioni consiliari e articoli sui giornali. E’ stata davvero un’impresa introdurre il criterio di accessibilità agli atti che dovrebbe essere il presupposto dell’Ente "comune" che, per definizione, è la casa di tutti i cittadini.
Il PSI degli anni ’80 era un partito minoritario ma ricco di idee, svincolato dall’ortodossia della difesa di posizioni ideologiche o parasindacali indifendibili.
Con la vittoria del referendum sul divorzio del 1974 (grazie ai radicali ed ai socialisti) l’Italia iniziò la sua emancipazione; nacquero le "Giunte Rosse" attente alla qualità ed alla diffusione dei servizi sociali: trasporto pubblico, scuole, asili, impianti sportivi.
Il PSI era parte attiva di quell’esperienza politica, fatta di bravi amministratori e, assieme all’allora PCI, costituì la base sociale dell’attuale "zoccolo duro" della sinistra progressista italiana.
Non demonizzò i movimenti giovanili, giustamente convinto che la loro marginalizzazione poteva degenerare in estremismo violento.
Poi il PSI ebbe una mutazione genetica. Nacque il craxismo, che non era una corrente di pensiero ma una lobby autoreferenziale che ha usato il partito di Nenni e Pertini (usati come bandiere) come trampolino di lancio per una scalata al potere in aperta concorrenza con il partito democristiano.
In pochi lo capirono, sopraffatti dalla buona causa socialista: lavorare per il progresso del Paese liberi da ideologie autoritarie. In realtà, dopo il Midas, la democrazia interna nel PSI non è mai esistita.