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Avvocati precari: un popolo numeroso e senza voce

di Sara De Balsi per Traiettorie Sociologiche

"Mia suocera beve", di Diego De Silva, impazza in libreria. Le avventure di Vincenzo Malinconico, “avvocato semidisoccupato e filosofo involontario” – come scrivono le quarte di copertina di Einaudi, che lo pubblica nei Coralli – addomesticano il lettore a suon di amarissime risate.

Noi, Vincenzo Malinconico l’abbiamo conosciuto attraverso "Non avevo capito niente", finalista al premio Strega 2008, dove compariva per la prima volta. Ciò che più ci colpiva, nelle trecento pagine di avventure professionali e private del quarantaduenne avvocato napoletano, era la verità che trasudava dal racconto del proprio mestiere. Perché Vincenzo Malinconico non ha pudore di descrivere, in molte delle digressioni che caratterizzano la sua prosa, gli splendori – pochi – e le miserie – molte – della professione di avvocato nel ventunesimo secolo, e al Sud in particolare. Le difficoltà, soprattutto economiche; le frustrazioni; la concorrenza spietata; la mancanza di correttezza che dilaga in ogni circostanza.
 
“Il fatto è che qui da noi gli avvocati sono diventati come gli assicuratori, o gli agenti immobiliari. Ce ne sono a bizzeffe, uno più affamato dell’altro. Basta fare due passi in una strada anche periferica e contare le targhette affisse ai portoni. (...) Qui si tratta, ma davvero, di stare sul mercato con un minimo di sensatezza (cioè, pagare le spese e portare qualche soldo a casa) o chiudere baracca. E la vera tragedia è che questa politica della sopravvivenza accomuna ormai trasversalmente sfigati e garantiti, privilegiati e poveri cristi.”(p. 69)
 
“Non troverete mai un avvocato, o un qualsiasi altro professionista disperato che annaspa nella saturazione del mercato contemporaneo, disposto a dirvi: «Guadagno meno di una cameriera, se non fosse per la mia famiglia dovrei chiudere lo studio domani mattina, però vado in giro in giacca e cravatta e faccio finta di niente». Non c’è verso. Nessuno di noi sputerà mai il rospo. Siamo una maggioranza reticente. Non abbiamo sindacato né rivendicazioni. Non siamo pericolosi. Viviamo nell’imbarazzo e nel senso di colpa. Non facciamo altro che aumentare.” (Pag. 175, corsivo nostro)
 
“Violando apertamente il divieto che per primo dovrebbe osservare, il pubblico ministero afferra un pacchetto di Rothmans Ultralight, ne tira fuori una, se l’assesta tra le labbra e ci fissa, come a dire se abbiamo qualcosa in contrario.” (Pag. 35)
 
Il romanzo di De Silva mette insomma sulla scena un problema sociale sconosciuto ai più: la condizione di precarietà in cui versa la maggior parte degli avvocati, e non sempre dei più giovani. E ci spinge così ad approfondire l’argomento, chiedendo conferme o smentite a chi è – e non per fiction – del mestiere.
 
Diego De Silva
 
Alessandra ha 40 anni ed è avvocato dal 1999. La prima domanda che le facciamo è: ma siete davvero così tanti?
“Siamo tantissimi... E per la maggior parte siamo nella stessa condizione. Poi, è ovvio, come in tutte le professioni ci sono i lavoratori non precari! Ma, se dovessi sparare una percentuale, direi che l’80% degli avvocati con cui ho a che fare è nella mia stessa situazione”.
 
Che è pressappoco quella del protagonista dei libri di De Silva. Alessandra ha letto Non avevo capito niente e ci confessa che il libro l’ha portata ad interrogarsi sulla natura esatta della precarietà del suo lavoro. “Penso che la precarietà dell’avvocato abbia la sua base nel fatto che questi è mediatore tra il pubblico, con la sua lentezza, la sua burocrazia, i suoi ingranaggi, e il privato, con le sue esigenze immediate. Questo lo pone in una situazione di ambiguità e di debolezza”.
 
L’avvocato, il libero professionista per eccellenza...
“Libera professione? Non è proprio così... Il nostro lavoro è soggetto alla volontà di un enorme numero di dipendenti pubblici, che non fanno altro che ostacolarlo. La precarietà è innanzitutto economica: la concorrenza è enorme e quasi senza regole. Aggiungi la precarietà degli orari. Le attese infinite. Le vessazioni da parte dei dipendenti degli uffici pubblici...”.
Sembra una pagina di De Silva.
Chiediamo ad Alessandra se secondo lei le cose sono cambiate negli ultimi anni, e in quale direzione.
“Quando sono diventata avvocato, superare l’esame di stato non era difficile come oggi. Ma in realtà non esiste un numero chiuso, né all’esame di stato, né alla facoltà di Giurisprudenza. Istituire il numero chiuso non conviene a nessuno. Non allo Stato, perché in questo modo siamo tutti «formalmente occupati», iscritti all’ordine, etc., e non aumentiamo il numero degli inoccupati. E non conviene neanche ai grandi studi legali, perché stando così le cose ci sono molti «pesci piccoli» a farsi concorrenza fra loro, senza sbarrare la strada ai pochi «pesci grossi»”.
 
A questo punto ci sembra quasi impossibile che tanti giovani aspirino ancora alla carriera forense. “Molti vogliono fare questa professione perché credono di poter essere autonomi e di venire premiati per il loro lavoro. Ma sempre più spesso i giovani si rendono conto delle difficoltà già durante il periodo di praticantato, e lasciano. Molti di più rispetto a dieci anni fa. Sono proprio gli avvocati più giovani a vivere la situazione di precarietà più grave, insieme ai praticanti, che lavorano ore e ore negli studi e sono sottopagati o addirittura non pagati.”
 
A proposito di praticanti.
Emanuele ha 24 anni e si è laureato in giurisprudenza un anno fa. Attualmente svolge i suoi due anni di pratica, necessari per poter accedere all’esame di Stato per l’avvocatura. Gli chiediamo innanzitutto chi sono i praticanti e di cosa si occupano.
“Dopo la laurea, si apre un’affannosa ricerca dello studio presso cui svolgere la pratica. All’albo dei praticanti si iscrivono tutti. Ora, la pratica è di due tipi: può essere seria, e ciò vuol dire che il praticante si impegna effettivamente presso lo studio, oppure fittizia, cioè lo studio si limita ad attestare che il praticante ha prodotto un certo numero di presenze. Dopo la pratica, si sostiene l’esame di Stato, che è difficilissimo da superare. L’anno scorso ce l’ha fatta solo il 22% dei candidati. La commissione d’esame è nominata dal Consiglio dell’Ordine e aver svolto il praticantato presso un avvocato influente può essere determinante per l’esito dell’esame”.
 
Prendiamo un praticante “serio”, che vuole imparare la professione. Di cosa è tenuto ad occuparsi?
“Il regolamento forense prevede che il praticante sia retribuito e che non gli siano affidate mansioni esecutive. In realtà, almeno a Napoli, accade il contrario. Il laureato, che esce dall’università senza alcuna competenza professionale, svolge un lavoro non funzionale alla sua preparazione: per lo più, mansioni burocratiche per lo studio. Le ore che passa tra lo studio e il tribunale sono moltissime, ma la sua crescita professionale è davvero ridotta. L’avvocato presso cui si svolge la pratica è detto dominus – padrone –...”.
 
Un nome che è tutto un programma! Possiamo immaginare quale sia la condizione in cui si trova il praticante dal punto di vista psicologico. “È chiuso in una gabbia emotiva. È del tutto in soggezione rispetto alla struttura, ed è convinto che il dominus gli stia facendo un favore permettendogli di lavorare gratis per lui”.
 
E cosa succede ai fortunati – se così possiamo definirli – che superano l’esame di Stato?
“I più bravi rimangono solitamente nello studio del dominus. Soprattutto nell’ambito del diritto penale, è difficile che un giovane avvocato riesca ad inserirsi nel mercato. Di solito si diventa autonomi dopo almeno una decina d’anni. A Napoli, c’è un penale detto «nero», legato agli ambienti della criminalità; gli avvocati che si occupano di penale nero costituiscono un vero e proprio giro”.
 
Come quello in cui viene coinvolto l’avvocato Malinconico.
“C’è poi un penale detto «bianco», che riguarda i cosiddetti reati minori, connessi all’imprenditoria. I nomi degli avvocati che si occupano di questo ramo del penale circolano negli ambienti professionali. Nel civile invece si guadagna di meno, ma c’è più mercato”.
 
Il protagonista dei libri di Diego De Silva accenna al fatto che gli avvocati non hanno coscienza di essere una categoria.
“È vero, è una categoria che non si sente tale. L’avvocato è in perenne ostilità con il cliente, in conflitto con i propri colleghi, e prova frustrazione rispetto ai magistrati. Allo stesso tempo, subisce il continuo ostruzionismo da parte del settore pubblico e solo questo genera a volte una sorta di istinto di solidarietà”.
Con questi presupposti, com’è mediamente la qualità della vita di un avvocato?
Scadente, come puoi immaginare. Non devi sottovalutare poi i problemi logistici, gli spostamenti – soprattutto in una città come Napoli – gli orari estenuanti, la vita nel tribunale che è una vera «giungla», il livello bassissimo dei rapporti umani”.
 
Molte difficoltà sembrano provenire proprio dal numero: troppi avvocati, troppi praticanti e, alla base, troppi laureati.
 
“Solo nel foro di Napoli ci sono 12.000 iscritti all’albo, 200.000 in tutta Italia. Non tutti gli iscritti però esercitano realmente la professione. Ma il numero non può diminuire, perché c’è bisogno da più punti di vista di questa classe di giuristi. Gli avvocati hanno bisogno della massa di praticanti a bassissimo costo che si occupano delle mansioni esecutive. Ne hanno bisogno anche psicologicamente. L’Ordine ha ereditato la struttura delle corporazioni medievali, e anche la sua tipica psicologia, basata su rapporti di forza.”
 
Avvocati e praticanti: due ruoli all’apparenza diversissimi, eppure spesso destinati ad un destino comune, che è l’impossibilità di programmare il futuro. Ma soprattutto, due categorie di cui colpisce l’assenza pressoché totale di organizzazione (sindacale, associazionistica, o di qualunque altro tipo).
Speriamo che il successo di Diego Da Silva e delle maldestre avventure di Vincenzo Malinconico possa costituire un’occasione per riflettere – oltre che sorridere – su tutto questo.
 
Letture
 
Diego De Silva, Non avevo capito niente, Einaudi, 2005.
Diego De Silva, Mia suocera beve, Einaudi, 2010.

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Commenti all'articolo

  • Di Renzo Riva (---.---.---.251) 17 novembre 2010 22:08
    Renzo Riva

    Invece di avvocati perché non ingegneri termomeccanici, lettrotecnici, elettronici ecc.?
    Oppure anche operai?

    Ecco qualcosa d’analago scritto tempo addietro.

    Sabato 11.12.2004
    Sezione lettere de "Il Gazzettino" del Fiuli, pagina XVI

    UDINE
    Troppa gente
    alle dipendenze
    dello Stato

    Bisogna ridurre il personale in esubero nell’amministrazione pubblica, per 
    liberare le risorse necessarie al finanziamento delle politiche per la 
    riduzione dell’insostenibile pressione fiscale, per la ricerca e lo sviluppo. 
    Bloccare il turnover quale toccasana per conseguire i risultati sopraddetti è 
    velleitario e propagandistico. Il fattore "tempo" è sfavorevole, perché la 
    dinamica del turnover è troppo lenta nel produrre i benefici ricercati, poiché 
    i risultati si conseguiranno solo nel lungo termine. Inoltre le necessità di 
    reperire le nuove professionalità sconsiglia quella che potrebbe configurarsi 
    come una nuova rigidità nel mercato del lavoro.
    Ricordo che durante il governo dei sinistri "Prodi-D’Alema-Amato", l’apparato 
    alle dipendenze statali fu sfoltito di 290.000 unità, alla chetichella, senza 
    contrasti sindacali, perché le stesse unità furono poste sul groppone del 
    contribuente, lavoratore o detentore di capitali; nella migliore continuità 
    dell’Iri di Prodiana memoria, con prepensionamenti e incentivi. Si doveva 
    invece licenziare e dare un reddito minimo di sussistenza, come normalmente 
    assicurano molti Stati nostri competitori, europei o extra-europei e taluni 
    anche senza corrispondere alcunché.
    Invece, fino ad oggi, questo governo ha assunto circa 119.000 unità 
    d’impiegati statali (non so se lavoratori). L’industria privata non assistita, 
    che compete nel mercato mondiale, sarebbe fuori mercato qualora applicasse la 
    ricetta statale.
    Ripeto: chiunque sia al governo dovrà tagliare le spese improduttive per 
    liberare risorse finanziarie, indispensabili per l’innovazione dei nuovi 
    processi produttivi e la ricerca, i soli che possano permettere la competizione 
    nel mercato internazionale e che potranno coadiuvare politiche di riduzione 
    della pressione fiscale. Invece si continua nel vecchio malvezzo 
    dell’assistenzialismo ad attività fuori mercato, con costi grandemente maggiori 
    delle politiche di sussistenza per chi sarà interessato dalla chiusura delle 
    stesse. E intanto il mercato del vero lavoro langue; quello assistito prospera, 
    compreso l’intra- e l’extra-comunitario.
    Un appunto alle sofferenze industriali del nostro Friuli.
    Le odierne vicende delle cartiera Burgo di Tolmezzo ed Ermolli di Moggio 
    Udinese, che operano fuori mercato. In Finlandia sono prodotte bobine di carta 
    con un fronte di 11,60 metri (hanno materia prima, acqua a volontà, centrali 
    nucleari). E giù a far finta di finanziare depuratori che poi non sono 
    realizzati; una maniera surrettizia di finanziare i livelli occupazionali. 
    Altro per l’ex-Manifattura di Gemona.
    Ricordiamo ancora i nomi: Cumini? Comello? Patriarca? Dilapidarono miliardi di 
    Lire d’intervento pubblico, per poi chiudere. E poi ci vengono a dire che serve 
    importare manodopera! Facendo mente alla Zona Industriale di Osoppo, dicono 
    niente le esperienze industriali dei gruppi Pittini e Fantoni? Nel "Gruppo 
    Pittini" nell’ anno 1973 si producevano circa 180.000 tonnellate di vergella; 
    nell’anno 1979 circa 360.000 tonnellate, con circa 1500 unità lavorative; 
    nell’anno 1989 circa 700.000 tonnellate con circa 1100 unità lavorative; oggi 
    anno 2004 circa 1.000.000 tonnellate con circa 700 addetti. Per non dire di 
    tutte le piccole aziende che operano senza particolari aiuti.
    Nell’apparato statale invece, nonostante "pensionati baby", scivolamenti, svii 
    e deragliamenti, procedure informatizzate ed altre diavolerie moderne, 
    prosperano i "lavori socialmente in-utili". Sempre per la nota teoria:
    poi chi vota chi?
    Renzo RIVA
    Buia

  • Di (---.---.---.206) 18 novembre 2010 15:24

    Più che di "precarietà" parleri di disagio.
    Un disagio, in realtà, poco dovuto al numero dei professionisti e molto alla surreale inefficienza del Ministero di Grazia e Giustizia.

  • Di (---.---.---.9) 21 dicembre 2010 16:47

    Dall’avvocato vanno solo le donnine oche dello spettacolo, causa rifacimento errato tette, i politici e i giornalisti da strapazzo per querele di diffamazione o ingiuria, i poveracci analfabeti (quelli cioè che, al 99%, popolano le carceri e servono a sfamare gli avvocati), i calciatori, i tronisti, quelli che organizzano gli incidenti stradali, quelli che hanno avuto la "fortuna" di sposarsi una donna adultera, le grandi associazioni a delinquere e compagnia bella.
    Le persone "normali", responsabili e con un minimo di preparazione culturale non hanno bisogno degli avvocati.

  • Di (---.---.---.55) 22 dicembre 2010 21:59

    Non credo proprio. La preparazione culturale delle persone non c’entra proprio nulla con la necessità che esse hanno di questa figura professionale.
    In ogni caso, questa obiezione ha poco a che fare con le argomentazioni dell’articolo, mi pare.

    Sara De Balsi

  • Di (---.---.---.207) 26 dicembre 2010 19:17

    Sig.ra De Balsi,
    L’istruzione, la lotta alla povertà ed un atteggiamento di vita responsabile sono elementi costitutivi di una societas che si possa definire veramente civile e, come tali, aiutano alla prevenzione delle controversie e quindi ad un minor ricorso agli avvocati.
    L’eccessivo ricorso al giudizio è espressione della mancata cura di valori superiori, nella nostra società, quali l’ istruzione, la valorizzazione di relazioni autentiche e di qualità, la tutela dell’ambiente, redditi adeguati e meglio distribuiti.
    I soggetti citati nel precedente post sono, vittime o carnefici, espressione di una società da cambiare, non da affidare ulteriormente agli avvocati!

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