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Aspettativa di vita: residenze per anziani e statistiche

Forse non tutti sanno che il nostro Paese, da molti anni, è detentore del record della più bassa natalità e di conseguenza del progressivo invecchiamento della popolazione. Questo fenomeno, è evidentemente acuito da un altro primato europeo certamente positivo: è nostra la più elevata aspettativa di vita. Insomma, si campa più a lungo e si vive meglio. Tale circostanza comporta come conseguenza una significativa disomogeneità nelle fasce d’età, nel senso che il numero degli anziani progressivamente supererà quello dei giovani. Il fenomeno in atto è di tale imponenza da far prevedere la scomparsa della razza italiana nello spazio di pochi decenni.

L’altro fenomeno più che mai alla ribalta della cronaca, quello dell’invasione massiccia e repentina d’immigrati, se da un lato spaventa molti, dall’altro riflettendoci approfonditamente, deve essere valutato positivamente, in quanto importiamo giovani di cui abbiamo assoluto bisogno per colmare il deficit in atto.

Ne abbiamo bisogno perché i giovani dovranno pagare le pensioni agli anziani, le badanti dovranno assisterli, gli infermieri africani o romeni li cureranno negli ospedali, i pescatori maghrebini faranno, anzi fanno i pescatori e le avvenenti donne dell’Est si offriranno come mogli ai nostri anziani, vedovi.

Il popolo della “Padania” mostra la faccia feroce agli immigrati, ma sa benissimo che ne ha assoluto bisogno. Se, per ipotesi del tutto improbabile, e non auspicabile, da un giorno all’altro tutti gli immigrati dovessero lasciare l’Italia, la prima regione a trovarsi in ginocchio sarebbe proprio il Veneto. Non si troverebbe chi assiste gli anziani, chi lavora nei campi, nelle fabbriche e mancherebbero muratori e artigiani di ogni specialità.

Inoltre si assiste ad un fenomeno sconosciuto ai più: oltre il sessanta per cento delle imprese che nascono nella florida Lombardia è opera di dinamici immigrati. Spesso sono più acculturati degli italiani, più diligenti e instancabili. Per carità di patria, è meglio non andare oltre nei confronti, anche se in verità tra loro vi è una percentuale non trascurabile di fuorusciti dalle patrie galere attirati qui da un’improvvida benevolenza e tolleranza da parte di alcuni elementi della magistratura.

La società patriarcale, autarchica, in grado di rispondere alle proprie necessità in quanto composta da genitori, figli, nonni, zii, zie, compari, ma anche vicini di casa e paesani si è dissolta.

Adesso vi sono tanti single, tanti vedovi e vedove soli, senza nessuno che li accudisca. Succede anche di anziani che vengono a mancare senza che nemmeno i vicini di condominio se ne accorgano se non dopo giorni o mesi. “Io mi faccio i fatti miei”, questo è il motto oggi in voga, motto cinico, terribile.

Molto meglio il pettegolare delle commari di una volta.

In questo triste quadro epocale, emerge l’impellente necessità dell’assistenza agli anziani, assistenza sanitaria, ma anche contesto per favorire la socializzazione, il contatto umano, per scongiurare la depressione e la demenza, patologie della psiche, altrettanto quando non peggiori delle patologie organiche.

A questo punto sorge la necessità urgente di strutture che si facciano carico di questi nuovi bisogni come “Il Parco degli Ulivi” realizzato a Pomezia dal dottor Angelo Capriotti, già benemerito editore dei più autorevoli periodici del litorale laziale, così come descritto a pagina 19 del numero 7 de “IL LITORALE” il cui titolo è: "Viviamo di più e viviamo meglio". 

Nell’articolo di Franca Moratti, s’illustra con dovizia di dati statistici come ora, grazie ai progressi scientifici, alla dieta mediterranea, alle migliori condizioni economiche, in pochi anni sia aumentata enormemente l’aspettativa di vita e, particolare assai importante, come questi anni in più siano anche trascorsi in stato di migliore salute e benessere anche se purtroppo, nell’ultimo lustro si sta delineando un’inversione di tendenza con il progressivo abbandono della nostra dieta apprezzata in tutto il mondo e con la micidiale diffusione dell’obesità, del fumo, particolarmente fra le donne, dell’uso delle droghe e dell’alcol già in età infantile. 

L’articolo è importante in quanto dovrebbe rendere la popolazione italiana fiduciosa del progresso, delle nuove tecnologie, della scienza.

Invece, stranamente, gli italiani, oggi più che mai sono impauriti dal progresso che non riescono a cavalcare e rimpiangono la cultura contadina, quando si campava meno e di gran lunga in peggiori condizioni di salute, quando tubercolosi, ulcera, vaiolo, poliomielite, sifilide, rachitismo, portato della miseria, e difterite mietevano vittime in gran numero.

Gli italiani d’oggi, in gran parte se non tutti, non si fidano del forno a microonde che è per alcuni cibi il più salutare sistema di cottura, sono terrorizzati dai conservanti che li salvano dalle infezioni intestinali, hanno in gran parte ancora paura dei viaggi in aereo, usano pochissimo internet, unici in Europa hanno detto “no” al nucleare e “sì” alla miseria, continuano a dire no alla creazione di nuove infrastrutture stradali al prezzo di un tragico tributo di vittime per incidenti, no ad una portualità al passo con le esigenze moderne, no al piano parcheggi. Ad ogni tentativo di creazione di nuovi posti auto si mobilitano interi quartieri che si oppongono, mentre invece è indispensabile liberare le strade dalle auto in sosta per consentire una fluida circolazione dei mezzi pubblici e, di conseguenza, evitare lo smodato uso delle auto private che tanto costano in termini economici, di tributo di vittime della circolazione e di inquinamento atmosferico. 

E’ così, gli italiani, in gran parte hanno paura del progresso, soprattutto i sedicenti progressisti, condizionati da una ben individuata fazione politica che spaventando il popolo costruisce le sue carriere politiche.

Mentre scrivo, ad Anzio è in corso una mostra che si oppone ostinatamente all’indispensabile ammodernamento del porto.

La Cina la cui economia è in tumultuosa espansione, espansione che sta diffondendo velocissimamente il benessere fra le masse della popolazione, aveva manifestato l’intenzione di investire nella portualità nel nostro Paese ma ben presto ha dovuto desistere e si è rivolta saggiamente alle coste dalmate.

Siamo un popolo in misero declino, un popolo a perdere.

Gli immigrati ai quali gli Italiani faranno da servi, saranno artefici di un Nuovo Rinascimento. 

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