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di Federico Pignalberi (sito) venerdì 31 luglio 2009 - 0 commento oknotizie
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Antologia della trattiva

Ecco cosa è stato storicamente accertato nelle sentenze definitive sulle stragi.

Da quando Ciancimino figlio ha annunciato di avere il “papello” e di volerlo consegnare ai magistrati insieme alla lettera integrale di Provenzano a Berlusconi e a tutti i documenti dell’archivio segreto di “Don Vito”, da quando anche Totò Riina si è messo a parlare per non parlare, è iniziata una ridicola diatriba sulla trattativa: c’è stata? Non c’è stata? E il papello? Possibile che non sia mai stato trovato? E Ciancimino c’entra qualcosa? Se stesse solo millantando?

Per fortuna esistono delle verità storiche, assodate in sentenze passate in giudicato, sulle quali possiamo ancorarci per fare altre domande. Ma consapevoli che certi fatti sono veri e sono stati storicamente accertati. Esiste un ruolo indiretto e inconsapevole di Berlusconi e Dell’Utri nella strage di via d’Amelio, esiste la trattativa, che si è disputata tra Cosa nostra e due esponenti dell’Arma dei Carabinieri (il generale Mori e il capitano De Donno) per il tramite di Vito Ciancimino, ed esiste il papello di cui conosciamo persino alcuni dettagli (“Nel papello il Calò era personalmente citato, con riguardo al migliore trattamento dei detenuti”, Cassazione Borsellino ter, p.13).

Pubblichiamo, di seguito, uno stralcio della sentenza della Corte d’Appello di Caltanissetta, confermata dalla Corte di Cassazione (sentenza n. 948/2003), del processo Borsellino bis sulla strage di via d’Amelio:

 
"La seconda “anomalia” o “ patologia” che spiega l’anticipazione della strage attiene alla vicenda della “trattativa” con Cosa Nostra […] Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato [...]

La trattativa ebbe inizio nel giugno del 1992 e ebbe per protagonisti inizialmente il capitano De Donno e Vito Ciancimino. Il Mori ha dichiarato di essere stato scettico sull’iniziativa, ma aveva ritenuto di assecondare il suo subordinato per lo stato di impotenza provata al momento della strage di Capaci. I rapporti con Ciancimino vennero gestiti successivamente dal capitano Mori […]

E’ certo […] che fissato il contatto e stabilito che i carabinieri avevano avvicinato il Ciancimino subito dopo la strage di Capaci per prendere contatti con Cosa nostra […], la comunicazione di Riina a Brusca (“si sono fatti sotto”) era assolutamente giustificata dal modo in cui quel contatto si era realizzato, rafforzandosi così la convinzione di Riina di poter portare lo Stato a trattare e a fare concessioni a suon di stragi, avendo dimostrato quel primo contatto ai mafiosi che dall’altra parte si brancolava nel buio e si era disponibili ad un “dialogo” o ad una “trattativa”, nella quale far rientrare quei famosi punti del “papello”, la cui esistenza non può essere negata per il solo fatto che la negano i due ufficiali. E’ assolutamente logico pensare che Ciancimino, quando chiese di sapere cosa avessero da offrire gli interlocutori e quando capì che non avevano da offrire in concreto alcunché, abbia capito che non era il caso di presentare le richieste di Cosa Nostra. Ovvero è ben possibile che l’ambasciatore di Riina, Cinà [Gaetano Cinà, già intimo amico e coimputato di Marcello Dell'Utri, ndr] abbia atteso, prima di autorizzare la presentazione delle richieste dell’organizzazione, di sapere quale fosse il grado di disponibilità ad accoglierle e il grado di rappresentatività dei carabinieri.

In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage.

Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante.

Questo episodio, per altro verso, conferma che gli interlocutori di Ciancimino, e cioè il gruppo corleonese al vertice di Cosa nostra, giocava consapevolmente la carta delle stragi nella partita in corso per il ristabilimento delle condizioni di convivenza venute nel frattempo meno.

Ciò dimostra che Cosa nostra rivendicava la paternità delle stragi e si collocava nella trattativa come l’elemento forte che poteva addirittura pensare di imporre, con la minaccia della prosecuzione dell’attacco al cuore dello Stato, l’accoglimento delle misure indicate nel “papello” e che solo una capacità di ricatto portata al livello delle stragi compiute poteva giustificare, nella logica della trattativa alla quale la mafia pensava: le richieste erano correlate al danno che l’organizzazione aveva provocato e a quello che si riprometteva di produrre se le richieste non fossero state accolte".

 

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di Federico Pignalberi (sito) venerdì 31 luglio 2009 - 0 commento oknotizie
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