"Sono passati cinque anni dalla morte di Anna Politkovskaja, ma il suo coraggio e la sua onestà continuano a vivere dopo di lei. Pur di raccontare ciò che ha visto, la giornalista russa ha sacrificato la sua vita. In un momento tanto difficile per l’informazione, la sua figura ci ricorda che il diritto di sapere dipende dal dovere di informare. Tutti noi abbiamo ancora tanto bisogno di Anna. È un simbolo che deve aiutarci a non rassegnarci". Regina del teatro italiano, Ottavia Piccolo calca da qualche anno le scene di tutta Italia con l’intensa intepretazione di un monologo di successo (meritatissimo, e incoronato da ben tre premi Enriquez) dedicato alla giornalista della Novaja Gazeta. Scritto da Stefano Massini, per la regia di Silvano Piccardi e le musiche a cura dell’arpista Floraleda Sacchi, Donna non rieducabile è stato al Teatro India di Roma fino a ieri 9 ottobre. E nonostante veleggi ormai verso le cento repliche, sarà ancora a Perugia, Bergamo, Cagliari e molte altre province d’Italia.
Ottavia, che cosa ti ha spinto ad accettare la sfida di raccontare Anna Politkovskaja?
Nel tempo di internet l’informazione è in apparenza sempre più libera e sfuggente alle maglie del potere. Ma anche se in parte è così, è cresciuta molto anche la possibilità di manovrarla ad arte. Raccontare ciò che si vede senza sconti, senza paura delle conseguenze proprio come faceva Anna Politkovskaja, è stato e resta pericoloso ancora oggi. E qualche volta, come sappiamo bene anche in Italia, ci si rimette la pelle.
“Donna non rieducata” si compone di alcuni estratti della sua attività giornalistica. Ma che cosa ti ha colpito di lei in quanto donna?
La sua apparente tranquillità. Una specie di quieta ostinazione che la portava in terre pericolose in cui sapeva benissimo di essere una presenza scomoda. Sapeva anche di non poter fare altrimenti. La forza della verità, la voglia di raccontarla, l’ha indotta a non tirarsi mai indietro. Non solo a parole, ma anche con i fatti.
Ha salvato molte vite senza mai un accenno autoreferenziale.
Anche lei, come Perlasca, ha salvato vite umane pensando che al suo posto tutti avrebbero fatto la stessa cosa. Nonostante gli orrori di cui fu testimone, dai desaparecidos ceceni alle torture, Anna aveva ancora grande fiducia nell’umanità.
Non si era mai data arie.
Era una donna riservata ma caparbia. Viveva il suo mestiere come una specie di obbligo. Era nata a New York, aveva passaporto americano e un nome ormai consolidato che le avrebbe permesso di condurre una vita serena. Eppure continuò a considerarsi una persona normale, che si limitava a fare il suo mestiere.
Quanto bastava perché il Cremlino la definisse iuna “donna non rieducabile”.
Ciò che addolora è che dai suoi scritti non traluce mai accanimento ideologico. Raccontava ciò che vedeva con rigore e lucidità perché non ancorava la sua libertà di pensiero al pregiudizio. La forza dei suoi scritti è tutta nei fatti che racconta.