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Alfano, il "mostro di Lecco" e il bigotto dentro di noi

Un orribile delitto e una emergenza creata ad arte. Come nel 2006; peggio che nel 2006. Una questione femminlie che si rivela solo oggi, e che ha scopritori tra i più sospetti, e una Repubblica che, nel silenzio, si avvia a diventare altro.

Senza un altro, su cui proiettare il male che abbiamo dentro, non riusciamo proprio a definirci. Dopo la lezione impartitaci dalla guerra, noi italiani abbiamo imparato a fare tutto da soli. Ci siamo divisi tra destra e sinistra; abbiamo alzato un muro tra settentrionali e meridionali. Adesso? I più rozzi tra noi si accontentano degli immigrati, dei gitani o degli omosessuali. I più colti, i letterati, con bell’eloquio e adatte citazioni, se la prendono con chiunque non sentano appartenere alla propria raffinata tribù. Quanti sforzi, e quanta crudeltà, pur di non guardarci allo specchio e dirci chi siamo.

Il mostro, poi, è l’altro per eccellenza. Non solo definisce la nostra normalità, ma ci tranquillizza. Per quanto schifo possiamo fare, per quanto possiamo frodare, mentire, evadere, eludere, svicolare, non siamo come lui. Di che essere orgogliosi di noi stessi. E correre a preparargli il capestro.

Questo, almeno questo, sono arrivato a capirlo. E per questo non iscriverò alla categoria dei mostri quello che per tale si è mostrato, in occasione del triplice omicidio di Lecco. No, non intendo quella disgraziata, disperata, malata, di cui i giornali nulla ci dicono tranne il paese d’origine (informazione certo importantissima per capire; ma vergognatevi…) che pare abbia accoltellato le proprie figlie. Parlo del ministro degli Interni della Repubblica che, quando ancora giravano le più disparate voci sull’autore del delitto, si è sentito in dovere di calcarsi sul viso il dolore e l’indignazione di circostanza per dichiarare: “L’assassino non avrà scampo”.

Una frase tanto fatta quanto insulsa; priva di qualunque significato che non fosse emotivo. Che non giocasse, voglio dire, con le emozioni del momento. Indegna di un responsabile politico al massimo livello; buona, al più, in un film di serie B, ambientato in qualche sperduta contea del Sud degli Stati Uniti, per essere messa in bocca ad caricatura di sceriffo. Uno, per intenderci, di quelli capaci, subito dopo aver catturato il presunto colpevole, di organizzare il suo linciaggio.

Troppo facile, però, definirlo un mostro, anche se tale può sembrare chi cerchi di trovare anche di fronte a simili tragedie il proprio tornaconto, elettorale e di immagine. Facile e assolutorio. Assolutorio di una società intera che ha scordato ogni pietas e dove solo resta una religio ridotta sempre più di facciata. Di un paese sempre, eternamente, bigotto.

Piuttosto che prederlo a misura, per convincerci della nostra supeiorità morale, cerchiamo di comprendere quanto di lui c’è in noi. Quanto qualunquismo; quanta passiva accettazione di evidenze che tali non sono.

E cerchiamo di capire che sta accadendo. Di capire perché mai sia esplosa la questione dei “femminicidi”. Ve ne sono stati tre, durante il fine settimana; erano sulle prime pagine di tutti i giornali. (madre e figlia, sempre sabato, hanno ucciso papà a coltellate e martellate, ma a questa notizia non è sembrato il caso di dare troppa evidenza).

Non vi pare di essere tornati al 2006? Li ricordate gli onnipresenti stupratori romeni? L’emergenza sicurezza che Berlusconi cavalcò per vincere quelle elezioni? 

Forse può aiutarci ricordare che il 2013 è stato l'anno con meno omicidi della nostra storia unitaria. In dodici mesi, in tutto il nostro paese, ce ne sono stati quanti a Chicago in nove. Nella dolce Italia dei nostri bisnonni si uccideva dieci volte tanto; in quella acqua e sapone dei nostri genitori, quattro o cinque, e, parlando di violenza di genere, v'era ancora il delitto d'onore. Se oggi è “emergenza femminicidio”, ieri cosa c’era? E soprattutto, che altro c’è oggi?

Perché la condizione femminile è improvvisamente diventata un problema? Lo, è eccome, intendiamoci, ma non certo più dell’anno scorso o di quello prima ancora. Che a rendersene conto siano uomini politici che nel loro club, quello dei segretari di partito, di chi ha davvero nelle mani il potere, si guardano bene dal lasciar entrare signore, dovrebbe pure farci sospettare qualcosa. E che si pensi che la parità, che dovrebbe essere fatta di analisi nido e congedi di paternità obbligatori, di vigilanza sui livelli retributivi e sulle opportunità di carriera, debba cominciare dalle liste elettorali, dovrebbe lasciare tutt'altro che tranquilli. Una parità che non costa nulla, che ignora il semplice fatto che le elettrici sono la maggioranza assoluta (e se solo volessero potrebbero eleggere un parlamento tutto di donne o quasi), ma che, specie di fronte all’evidente “emergenza femminile”, sembra quasi un atto dovuto.

Una conquista di civiltà, anzi, a cui il nostro bigottismo c’imporrà d’applaudire (mentre in casa scateniamo la terza guerra mondiale perché quella sera dobbiamo lavare i piatti), senza neppure accorgerci di altre norme, magari approvata proprio con quella, che minacciano di fare delle Repubblica qualcosa di molto diverso da quel che avrebbero voluto i Padri Costituenti.

E con la nosta complicità, dato che per mostri certo non vogliamo passare, fare del nostro un paese meno libero, tanto per le nostre figlie quanto per i nostri figli.

P.S.: “Non v'è alcuna devozione nel mostrarsi spesso con il capo velato, nel rivolgersi a una statua di pietra e visitare tutti i templi, nel gettarsi prosternati in terra e nel tendere le palme davanti ai templi degli dei, nel cospargere le are di molto sangue di animali, nel reiterare offerte votive: devozione è piuttosto poter guardare tutto con mente serena”.

Lucrezio, La natura delle cose, Libro V.

Che c’entra? C’entra, eccome.

 

Foto: European People's Party/Flickr

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