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A margine della Conventio PD

Oggi ho ascoltato su Radio Radicale la “Convention” del Pd, acronimo del Partito Democratico, tenutasi all’hotel Ergife di Roma e terminata alle ore 16 e quattro minuti con la puntualità che solo una radio radicale riesce a registrare.

Mentre, al fin della diretta, il collegamento termina con la citazione del titolo di Repubblica.it che Zingaretti vuole “voltare pagina” e Martina vuole “votare mozione di sfiducia”, aggiungendo che nessun commento traspare sulla pagina Web del Corriere della Sera e della Stampa.it, sulla “novità” ho spento la radio per non ascoltare che c’è uno “Scontro sulla TAV nel Governo” e per scrivere, forte degli arraffazzonati appunti che solo dopo aver ascoltato gli interventi di Giachetti e di Martina, mi sono deciso a prendere sul mio quadernetto, dell’argomento che sta a cuore degli italiani: La convention Pdiessina.

 Che Giachetti riscuota le mie simpatie non ho difficoltà a dichiararlo e, se mi trovassi a ad essere seguace di questa conformazione politica in un mondo parallelo, non avrei difficoltà a scegliere lui come un auspicabile segretario.

 Non ho appunti sul suo discorso, ascoltato mentre era già in corso per cui, per essere quello che ha meno riscontri di aderenze, mi basti la mia “empatia” per ritenere buone le sue affermazioni e il suo programma o, quantomeno, le sue intenzioni, per quanto potrebbero trovare spazio solo in un mondo quantistico.

Ricordo, al momento, soltanto una sua affermazione, che cito a memoria, sul fatto che un “congresso” (termine abusatamente usato da più oratori per definire questa “Convention” volta a dare evidenza alla sua presunta esistenza in vita) è basato sulle divergente e le contrapposizioni, in quanto, a suo dire, si può parlare di unità solo dopo che una nuova segreteria sia stata eletta, e nel ricordo del suo digiuno che, solo, avrebbe reso possibile la indizione di un congresso, altrimenti destinato a tenersi dopo le prossime elezioni.

Ma, l’ho detto: è troppo simpatico il personaggio per essergli contro!

  Ha parlato, di poi, Martina, il quale ha fatto un discorso che non ho tema di definire del tutto retorico e volto unicamente alla ricerca di applausi da parte di un pubblico che gliene ha dati molti di più di quanti ne meritasse visto che si è limitato a fare un discorso improntato, con affermazioni brevi e sostanzialmente tendenziose al plauso, all’elenco delle cose che a lui dispiacciono senza dar conto che il mio elenco, come quello di altri elettori, sarebbe ben più lungo e, certamente, meglio argomentato.

 Su Zingaretti -, il terzo oratore con il 46 percento e oltre di consensi che lo rendono il più accreditato vincitore alla carica del nuovo partito risorgente dalle ceneri irrisolte della conduzione dell’invitato di pietra, al momento in apnea profonda - avrei, sulla base dei miei indecifrabili appunti, da osservare che si è dimostrato il più inconsistente democristiano e populista che tale partito riesce a fornire al momento per la sua eccellenza nel rappresentarlo in tutta la sua inutilità tanto che gli bastava alzare la voce (ricordate Bersani?) per ottenere scroscianti applausi, specie quando, contro i 5 stelle, ha orgogliosamente enunciato “Non lo farò mai”.

Traggo dai miei appunti la sua determinazione, per quanto non ne abbia dato alcun segno, a “mettere in campo una nuova proposta” con la facile accusa ai Salviniani di “odio come radici profonde in questo paese” e della sua ambizione a un “nuovo patto per lo sviluppo” per mettere in campo “una nuova proposta” confermando, udite, udite, che vuole mettere “prima le persone” e che vuole “rifondare l’Europa”, “ascoltando le differenze” per creare un “nuovo PD” per “aiutare a cambiare pagina e rivolgersi al futuro”.

 E’ facile prevedere, dopo averlo ascoltato, che sarà “Lui”, dopo un tale discorso del tutto inconsistente, a fungere da nuovo segretario di questo partito defunto, ormai, a sua insaputa.

  Alla fine, allo sgocciolare dei minuti che gli organizzatori si erano prefissati per lasciare a “liberi” interventi la possibilità di esprimere, nel tassativo arco di soli 3 minuti, le loro opinioni a sostegno delle posizioni in concorrenza, ho dovuto ascoltare un inconsistente Calenda, al quale è stato concesso, altrimenti e senza che alcuno lo richiamasse, tutto il tempo per dire, senza costrutto prospettico e senza alcuna rilevanza, le proprie personali “cazzate” per oltre dieci minuti in virtù, evidentemente, della considerazione in cui è tenuto, a differenza degli altri che lo avevano preceduto e seguito, dopo l’invito ai futuri iscritti, per l’esigenza di restare nei tempi, a parlare nel limite loro concesso se non, addirittura, a rinunciarvi quale dimostrazione di quanto sia democratico questo partito che si fregia di quell’aggettivo.

 Non per questo mi è stato impedito di ascoltare un delegato pugliese - , di cui non ho avuto la possibilità di appuntare, ahimé, il nome - il quale ha avuto l’ardire di fare riferimento al Levantino di Puglia e riconosciuto e rinomato ipocrita, tale Michele Emiliano, governatore del Gran Sultano di Bari, fraudolento assertore della difesa dei diritti degli “ultimi” di cui si è fatto millantatore e omertoso rinnegato, per essersi, il desso, reso responsabile di aver sostenuto liste elettorali di Forza Italia in diversi comuni pugliesi, dimostrando la sua “sesquipedale inadeguatezza” farcita dalla sua capacità di “dire tutto e il contrario di tutto”.

Da Zingaretti a Emiliano il passo è tanto breve da ritenersi facile profezia la inesorabile sorte di questo mal aggettivato partito che, al pari del suo trisavolo del 1921, ha reso possibile, e senza rimorsi, la consegna di questo “bel paese” alla destra di turno.

Sanseveropuntoit, 3 febbraio 2019

Foto: Partito Democratico/Flickr

Giovannantonio Macchiarola

 

Questo articolo è stato pubblicato qui

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