Con le loro visioni strategiche hanno segnato in maniera indelebile la presidenza di George W. Bush, in particolare nel primo mandato, e di fatto hanno influenzato la geopolitica mondiale per come essa è oggi. Hanno lasciato agli Stati Uniti, tra le altre cose, due guerre ancora in corso, una lista di stati canaglia e metodi “sbrigativi” per gli interrogatori dei presunti terroristi. Continuano ad essere osservatori, analisti, lobbisti, continuano a rivestire ruoli di prestigio nei think thank di riferimento per i repubblicani e non solo. Ma non sono più al centro della scena, messi in disparte prima dai fallimenti delle loro politiche, poi dall’elezione di Barack Obama. Nel giorno del decimo anniversario dell’attentato al World Trade Center, alcuni forse si saranno posti una domanda: che fine hanno fatto i neocon?
Il mondo secondo i neoconservatori
Erano tra gli uomini chiave dell’amministrazione di Bush figlio, e, molti di loro, venivano direttamente dall’entourage di Bush padre. La graduale affermazione e ascesa delle loro teorie politiche è durata all’incirca un trentennio e contrariamente a quanto si possa immaginare, il nucleo originario del pensiero neoconservatore si è sviluppato all’interno del Partito Democratico. Nel 1973, quando apparve per la prima volta il termine, i “neoconservatori” erano una frangia dei democratici fortemente antisovietici, insofferenti alle politiche di welfare state proposte dall’allora presidente Lindon Johnson e infastiditi dall’avversione alla guerra in Vietnam.
Negli anni ’80 appoggiarono convintamente Reagan, le sue scelte in campo militare e la sua propaganda ideologica in chiave anticomunista. Il collasso dell’Urss costituì un motivo in più per riaffermare le responsabilità degli Stati Uniti in quanto potenza leader: non bisognava abbassare la guardia per evitare ad altri stati di poter approfittare del nuovo scenario post guerra fredda e minare gli interessi americani nel mondo. Sotto la presidenza Clinton si è andata definendo chiaramente la loro idea di quella che sarebbe dovuta essere la politica estera statunitense: rifiuto dell’isolazionismo; capacità di azionei militari unilaterali, dunque anche al di fuori dei consessi internazionali se necessario; accettazione, a differenza dei democratici interventisti, dell’uso della forza non solo per tutelare i diritti umani, ma per salvaguardare la sicurezza globale e quindi, indirettamente, quella statunitense. In sintesi, erano questi gli ingredienti principali del loro pensiero strategico che porteranno prima alla nascita del Progetto per un nuovo secolo americano e pochi anni dopo plasmeranno le scelte di George W.
Dove sono finiti?
Il più potente politico neoconservatore dell’amministrazione del 43° presidente degli Stati Uniti è stato senza ombra di dubbio il vicepresidente Dick Cheney, non a caso ministro della Difesa con Bush senior, e dunque tra i principali artefici della prima guerra del Golfo. Uscito di scena dopo l’elezione di Obama soprattutto per le sue condizioni di salute in seguito ad n attacco cardiaco, ha continuato tuttavia ad intervenire sui media criticando l’attuale presidente. Di recente ha fatto molto discutere la pubblicazione della sua autobiografia in cui non rinnega nessuna delle scelte fatte, neanche quelle in merito alle misure antiterrorismo e alle tecniche avanzate di interrogatorio (leggi tortura) messe in atto dall’esercito statunitense e dai servizi di intelligence per far crollare i presunti terroristi. Gongola, addirittura, del fatto che Obama non abbia mantenuto la sua promessa di chiudere Guantanamo e aggiunge: “Alla fine ha dovuto adottare molte delle politiche che noi abbiamo messo in campo perché erano le più efficaci per difendere la nazione”.