Capita di trovarsi più coinvolti con una donna di quanto si pensasse, di quanto si volesse. Capita che questa donna abbia pure un interesse nei vostri confronti, ma non così intenso e dirompente quanto il vostro. Attenzione: è il sintomo dell’inizio di una possibile relazione tossica.
Cercate di vederla di più e più spesso, mentre lei non manifesta particolare interesse e vi regala solo un paio d’ore a settimana, oppure vi ritrovate ad accompagnarla ad un evento pubblico e lei si mette a flirtare – davanti a voi – con un bel ragazzo. Ovvio che ci state male da cani.
Vi avviso subito che non c’è che una soluzione. Non potete obbligarla ad amarvi e più cercherete di avvicinarla più l’allontanerete. D’altra parte nemmeno si può amare un’assenza. Quindi l’unica soluzione è quella di rompere il rapporto in modo definitivo. Non vederla e nemmeno sentirla più. Dedicarsi ad altro e dimenticarla. Facile no?
Se cercherete di rompere in modo soft, ovvero non chiamandola più, non è detto ci riusciate, ma se anche vi riuscisse, lei potrebbe chiamarvi in qualsiasi momento, con la massima naturalezza. A quel punto il criceto che avete in testa vi dirà – mentendovi – che lei vi ha cercato perché ha un interesse nei vostri confronti. Sì certo, ce l’ha. Di livello uno, mentre il vostro nei suoi confronti è di livello mille. Quindi così non ne uscirete.
L’obiettivo, sia chiaro, non è quello di conquistarla – cosa che non potrà più capitare perché ormai voi siete in un ruolo di sudditanza, e questo rapporto si è così cristallizzato e non cambierà mai più – ma quello di provare a scappare senza rompersi tutte le ossa.
Potreste parlare con lei, spiegare la situazione, dirle che sparirete e pregarla di non ricomparire più sul vostro uscio. Però lei non prova quest’urgenza, non capisce la situazione in cui siete, o se la capisce non la giudica grave, quindi è molto probabile ricompaia. Il criceto di prima – stronzo e mentitore – vi dirà che è ritornata perché in realtà qualcosa per voi in fondo sente e proverete, nel rivederla, una gioia immensa. Tempo una settimana e la realtà prenderà il sopravvento, gettandovi nello sconforto.
A questo punto non rimane che creare un casus belli. Va bene qualsiasi cosa la faccia arrabbiare e sia lei a mandarvi a quel paese. È la situazione ideale. Attenzione che se sospettasse ciò, ovvero che il vostro comportamento non fosse spontaneo ma funzionale, lei ritornerà indietro. Magari con la scusa di restituirvi qualcosa, o qualsiasi altra fesseria, ma ritornerà. E voi avete sempre il problema di quel criceto, per cui sarete felici come non mai al solo risentirla e rivederla, ma tempo una settimana sarete punto a capo. Disperati come non mai.
È una coazione a ripetere, e si rischia di non uscirne. Intanto bisogna capire perché ritorna. Facile: la trattate bene. Lei sente il vostro amore, la vostra dedizione. Esercitare quel potere su di voi è una tentazione cui difficilmente una femmina può resistere. In pratica diventate il suo Golem, al quale lei comanda qualsiasi cosa. Non si rende conto di quando, come e quanto vi ferisca.
Non rimane che litigare, magari offenderla un po’ colpendo i suoi lati deboli. Bloccare social, cellulare, mail. Ogni cosa. Non serve tanto a lei, che per tenervi d’occhio può usare un altro telefono o un altro account, serve a voi: una piccola barriera per evitare di andare compulsivamente a vedere il suo profilo. Perché è chiaro che non dovete né cercarla, né sentirla né tantomeno leggere i suoi social. Dovete provare a scordarvela.
Di solito, a questo stadio, è lei a scomparire. Dipende da quanto siete riusciti a farla arrabbiare, o semplicemente a stufarla. Obiettivo raggiunto. Tempo un mese e sarete di nuovo in forma.
Se invece nonostante tutto ciò dovesse nuovamente ricomparire, i casi sono due: non avete capito nulla, e lei è veramente interessata, oppure è semplicemente molto egoista. A quel punto però, prima di fare qualsiasi cosa, uccidete quel cazzo di criceto.
Haruki Murakami
Nato a Kyoto nel 1949, cresciuto a Kobe. Ha aperto un jazz bar a Tokyo prima di diventare scrittore — quasi per caso, quasi per noia. Esordisce nel 1979, diventa un fenomeno globale negli anni Novanta. Tradotto in cinquanta lingue, candidato perenne al Nobel che non arriva mai. Corre maratone, ascolta jazz e rock, cucina pasta. Vive tra Giappone e Stati Uniti.
La ragazza dello Sputnik
Tutti noi siamo degli Sputnik o la sua evoluzione. Dei satelliti che girano in orbite solitarie, che si sfiorano, ma che non si toccano mai. Anche in quest’opera Murakami affronta il tema dell’incomunicabilità. Lui che ama lei, lei che ama un’altra che non può amare nessuno, almeno in questo mondo. Ecco, ritorna anche il tema delle differenti realtà, contingentate, esclusive, prive di travasi. La dicotomia dell’anima.
Più di ogni cosa però prevale l’assenza come condizione permanente, subita, immotivata, rassegnata. L’assenza fisica delle persone amate, sempre o quasi definitiva ed ineluttabile. La mancanza come condizione esistenziale primaria.
Forse superabile solo in sogno, forse solo da una telefonata che arriverà forse realmente, forse solo oniricamente.
Sono le 9:00 del mattino quando Leila chiama Eugenio. Gli dice di non andare in ambasciata, ma di raggiungerla alla libreria italiana nella Medina. Leila lavorava come interprete all’ambasciata siriana a Tripoli, Eugenio faceva l’autista/factotum per l’ambasciata italiana, sempre nella capitale libica.
Leila era nata in Iran, da genitori europei. Parlava correntemente le maggiori lingue europee, il farsi, l’arabo e il pashto. A Eugenio era sempre sembrato strano che lavorasse per l’ambasciata siriana, ma l’unica volta che le aveva chiesto delucidazioni al riguardo, lei era stata molto vaga e aveva lasciato cadere il discorso.
Eugenio l’attende davanti alla libreria, con il naso all’insù a guardare i nomi delle vie, quasi tutti ancora in notazione araba e italiana. Eccola. Vanno al bar vicino. Lei gli dice di non andare in ambasciata perché i francesi e gli americani avrebbero presto iniziato a bombardare la Libia. Questione di ore, secondo lei. L’ambasciata italiana, già sgomberata, avrebbe potuto divenire un obiettivo di ritorsione da parte dell’esercito libico. In pratica lo avevano lasciato a piedi. Se n’erano andati tutti già il giorno prima, ma nessuno si era preso la premura di avvisarlo. Anche Leila non si sentiva più sicura, troppo vicina all’Occidente per poter continuare a lavorare all’ambasciata siriana. Almeno così credeva Eugenio.
—Cosa vuoi fare? le chiede Eugenio. Prendiamo la macchina e andiamo subito a Ras Jedir?
—No, fa lei. Lo hanno già chiuso. Non ci farebbero entrare in Tunisia. Idem per Salloum, confine lato egiziano. Chiuso pure quello.
—Quindi rimaniamo bloccati qui a Tripoli?
—Se vuoi potremmo andare a Sabha, lì ho dei contatti e da lì potremmo uscire verso il Niger, il Chad o l’Algeria.
—Anche passando per Bani Walid saranno 800 km, e se cominciano a fischiare le bombe e a muoversi l’esercito e le tribù varie potrebbe non essere molto piacevole.
—Delle bombe non mi preoccuperei. È più facile le sgancino qui sulla costa che in mezzo al deserto. Per le bande potrebbe essere un rischio, ma non si organizzeranno subito, si spera. Non abbiamo alternative.
Prendono il minimo indispensabile. Un po’ di provviste, tanta benzina, e partono. Arrivano a Sabha dopo le 22:00 e scoprono che i francesi e gli americani hanno iniziato a bombardare le difese antiaeree sulla costa. Era il 19 marzo 2011: era iniziata la guerra.
I contatti di Leila non si trovano, e mentre Eugenio comincia ad agitarsi, lei non si scompone minimamente. Vanno a cena; anche se è molto tardi li accolgono in un locale. Vengono a sapere che i contatti che dovevano incontrare sono spariti. Tutti partiti quella mattina su delle camionette, per andare dove non si sa. Vengono avvertiti di lasciare Sabha quanto prima, perché di lì a poco sarebbe diventata una zona calda.
—Andate a Ghadames, poi da lì troverete qualcuno che vi scorti in Algeria. Da soli, come occidentali, viaggiare per l’Algeria sarebbe troppo azzardato. Ma a Ghadames troverete sicuro qualcuno pronto a farvi da scorta.
Eugenio guarda interrogativamente Leila, la quale fa spallucce e gli dice: —Vedi? Risolto.
È stanca, ma serena. È una bella donna, alta forse un metro e settanta. Sempre in pantaloni, quindi Eugenio non le aveva mai visto le gambe, ma le immaginava belle, da ex nuotatrice qual era. Con fianchi stretti e un bel fondoschiena. Energica, atletica, decisa sia nel muoversi negli spazi sia caratterialmente. Una donna forte, determinata. Lei sapeva di piacere molto a Eugenio, ma faceva finta di nulla e di certo non lo incoraggiava. Ma non sapeva perché Eugenio aveva iniziato ad innamorarsi di lei. Non era solo per la sua bellezza o per il suo carattere indomito. Anzi. L’amava perché in alcuni momenti, nel suo sguardo, vedeva le sue fragilità. Riusciva a scrutarla dentro come lei nemmeno immaginava. E quello che vedeva gli provocava il bisogno di correre a salvarla. Da cosa? Non ne aveva la più pallida idea. Ma il meccanismo che si innescava era quello, e non poteva sfuggire. Almeno così Eugenio credeva.
Le fragilità che Eugenio vedeva — quei piccoli dolori profondi come stilettate, ricacciati indietro a suon di rumori della vita, del lavoro, degli amici — lei non li ammetteva nemmeno a se stessa. Ma a lui erano evidenti. Duravano pochi istanti, ma riempivano il suo sguardo. Avrebbe voluto abbracciarla, dirle che sarebbe andato tutto bene, ma lei non si faceva nemmeno avvicinare. Anzi, a voler essere onesti, era lei che stava salvando lui.
Eugenio accompagnò Leila alla sua camera. L’abbracciò forte, dominato da un intenso desiderio; lei lo lasciò fare ricambiando anche un bacio appassionato, ma lo interruppe dopo poco: —È tardi e domani bisognerà partire presto. Andiamo a dormire.
A malincuore Eugenio annuì e si diresse verso la sua stanza. Era in subbuglio: per la prima volta Leila si era lasciata andare.
Di mattina presto fanno rifornimento di carburante, acqua e viveri. Decidono di non prendere la strada asfaltata via Qaryat e Dirj — troppo rischioso. Optano per andare a ovest, attraverso il deserto dei laghetti: l’Idehan Ubari, il grande erg. Germa, Ubari, poi dritti verso nord-ovest su piste.
Al sopraggiungere del buio si trovano a circa 70 km da Ghadames e decidono di accamparsi. Meglio non rischiare: sono con un unico mezzo, il carburante è quasi finito e l’unica ancora di salvezza è un Thuraya. Su piste e pietraie, meglio viaggiare solo con la luce del giorno.
Il giorno dopo, in tarda mattinata, sono a Ghadames. La chiamano la Perla del Deserto. Cerniera al confine tra Libia, Tunisia e Algeria. La città vecchia è un labirinto di vicoli che corrono a zig-zag per bloccare vento e sabbia; in cima a ogni casa c’è una terrazza, e le terrazze erano collegate tra loro: erano lo spazio riservato alle donne, una città parallela sospesa sopra quella degli uomini. La città vive, e ha sempre vissuto, grazie a una sorgente, l’Ain al-Faras.
Leila, poco dopo l’arrivo, sparisce con alcuni arabi del luogo ad organizzare l’attraversamento verso l’Algeria. Ricompare di sera. Serena, tranquilla, bellissima come sempre. Vanno a cena e lei spiega a Eugenio che l’indomani di buon’ora dovranno partire per Merixen, dove troveranno le guide che li condurranno verso il nord dell’Algeria.
Eugenio non è d’accordo.
—Scusa, da Ghadames potremmo tirare dritti verso la Tunisia. Saremmo a Borj el Khadra in tre o quattro ore. E saremmo al sicuro, senza preoccuparci di predoni, banditi, rischi di rapimento. Cose sempre possibili in Algeria.
—No, fa lei. Non voglio problemi. In Tunisia saremmo senza guida e non potremmo giustificare il nostro ingresso. Preferisco fare il giro più lungo e fidarmi dei contatti che ho in Algeria.
Eugenio ovviamente acconsentì, avrebbe acconsentito a qualsiasi cosa avesse detto Leila. Cercò di avvicinarsi a lei dopo cena, ma venne immediatamente liquidato anche con una certa scostanza.
Il giorno dopo, a pochi chilometri da Merixen, fuori pista, incontrano tre pickup, di cui uno — un Toyota Land Cruiser serie 70, il cosiddetto “Toyota War” — con una DShK da 12,7 mm montata in cassone. Saranno una decina di uomini, parte di qualche milizia: quale, è impossibile a dirsi. Parlottano con Leila in arabo. Poi si rivolgono a Eugenio ordinandogli di scendere: —Yalla, yalla.
Eugenio guarda Leila stupito, chiedendole cosa stia accadendo, ma lei ha già girato la testa dall’altra parte. Quando finalmente si volta verso di lui, parla con voce piatta: —Sei il mio passaggio per la libertà. Andrai con loro: gli ho detto che eri un pezzo grosso dell’ambasciata italiana.
—Ma non è vero, se ne accorgeranno, replica Eugenio.
—Non è importante, dice Leila. A quell’ora sarò già in Europa.
—Perché lo hai fatto? Mi sembrava che tra di noi stesse nascendo qualcosa…
Leila si mette a ridere. —Sul serio? Ma ti sei guardato bene? Mi servivi solo come biglietto di viaggio. Per la Tunisia non avrei potuto transitare, mentre qui in Algeria sono protetta da russi e arabi. Stanno cercando ostaggi occidentali da usare come scudi umani. Probabilmente ti venderanno a Gheddafi e tornerai in Libia. Nessuno fa nulla per nulla.
Eugenio venne fatto sedere sul cassone di un pickup, con le mani legate. Guardava il Toyota di Leila allontanarsi verso nord. Presto non si vide più nemmeno la polvere della sabbia che si alzava dietro le ruote.
Di Eugenio non si seppe più nulla. L’ambasciata italiana lo disconobbe: era stato, dissero, un impiegato esterno per un breve periodo. Amici e parenti in patria non ne aveva più da tempo. Nessuno che avrebbe potuto ricordarsi di lui, figuriamoci chiedere che fine avesse fatto.
Non venne mai ritrovato. Probabilmente le sue ossa sono disperse in qualche erg, abbandonato là quando anche i suoi rapitori si accorsero che non era proprio nessuno.
Haruki Murakami
Nato a Kyoto nel 1949, cresciuto a Kobe. Ha aperto un jazz bar a Tokyo prima di diventare scrittore — quasi per caso, quasi per noia. Esordisce nel 1979, diventa un fenomeno globale negli anni Novanta. Tradotto in cinquanta lingue, candidato perenne al Nobel che non arriva mai. Corre maratone, ascolta jazz e rock, cucina pasta. Vive tra Giappone e Stati Uniti.
After Dark
Più un racconto lungo che un libro. Si svolge in una sola notte, e ci mostra vari personaggi. Per me che sono di base razionalista, il passaggio onirico/fantascentifico del “punto esterno di osservazione” non mi appassiona molto. È un espediente letterario che dovrebbe incuriosire, su di me non ha questo effetto, ma nemmeno mi disturba.
Lo stile è asciutto, mai ampolloso, sempre scorrevole, intramezzato da dialoghi brevi, sempre esaurienti ed efficaci.
I protagonisti hanno tutti il problema dell’incomunicabilità, anche se i due ragazzi, alla fine, si ritrovano in una promessa di amore. Classicamente ingenuo, per questo tenero.
Altri personaggi – mai moralmente giudicati, ma solo raccontati – scompaiono così nella trama, senza che del loro destino si sappia più nulla. Ciò non dà assolutamente sensazione di incompiutezza, anzi. È quanto di più vicino alle nostre vite reali sia, dove persone care spariscono senza un perché, senza che si sappia più nulla di loro, dove noi stessi viviamo l’indeterminatezza del presente, del passato che via via si perde nelle nebbie, di un futuro che non riusciamo immaginare.
Ero giovane. Quanto non ricordo. Forse 20 anni o giù di lì. Maledivo chi mi aveva convinto ad andare a Udine, dove secondo lui c’era un bellissimo locale. Una schifezza. Una specie di country pub con musica di merda, arredamenti di merda, gente di merda. Insomma una merda, come forse solo i “furlani” sanno fare. Non me ne vogliano i miei (tanti) amici friulani, ma prima di mettervi a fare ‘ste cose, almeno girate un po’ il mondo, guardate come le fanno gli altri. Ovvero: due sere, passatele a Trieste. Deluso della serata giro un po’ per Udine e dintorni, piuttosto sconfortato, bevo l’equivalente del Nilo in gin-tonic e rimetto la prua verso Trieste. Saranno state le 2 o le 3 del mattino e mi viene la brillante idea di passare a trovare Cinzia, un’amica di lungo corso. Mi fermo sotto casa sua e penso a come fare a svegliarla senza allarmare anche i suoi. Opto per un sassolino alla finestra.
Terzo piano, io non sono propriamente a bolla. Tiro il primo sassolino, il secondo, il terzo… nulla. La finestra non si apre e nemmeno si accende la luce in camera. Non avrà sentito, penso. Riprovo con dei sassolini più grandi. Stesso esito. Riprovo con dei sassolini ancora più grandi. Spacco il vetro. Un casino epico. Però la luce si accende e si apre la finestra, al che esordisco: —Cinzia, scusa l’ora, aprimi dai che ho voglia di fare l’amore. —Ah sei tu Paolo. Adesso ti chiamo Cinzia. Minchia, era sua madre. Figura di merda. La mattina presto, se passavate da quelle parti, avreste potuto vedere un idiota con una finestra sottobraccio che andava dal vetraio.
Qualche anno più tardi Cinzia presterà a me e a Luca (che nel frattempo stava con Cinzia) una Suzuki 600 (mi pare, non ricordo di preciso) per andare in ferie. Partiamo con l’idea di arrivare a Rimini, Riccione o da quelle parti. Ovviamente a caccia di donne.
Ci fermeremo alla prima tappa, a Lignano. Lì conosceremo tre ragazze parmensi (sapete che parlano veramente come i Puffi?), ma prima succede altro. La sera che conosciamo queste ragazze, vengono a trovarci in camera. Ridiamo, scherziamo e poi se ne vanno a dormire. Visto che i piani per il giorno dopo non incontravano l’approvazione di Luca, e la discussione continuava, decidemmo di dormirci sopra. Avevamo un letto matrimoniale. Spengo la luce. Dopo 10 minuti si sente un tonfo pazzesco. Riaccendo la luce. È Luca che è caduto dal letto. Luca è alto. Si vedeva la sua testa vicino al cuscino, con un’espressione di un comico mai visto, e in fondo in fondo al letto, sul letto, era rimasto un suo piede. Riesco a non ridere. Gli chiedo se si sia fatto male. Mi risponde di no e mi fa giurare e spergiurare che mai e poi mai avrei raccontato questo episodio ad anima viva. Ci rimettiamo a dormire. Passano un paio di minuti, mi viene in mente la faccia di Luca, e mi metto a ridere senza poter più fermarmi. Dopo un po’ mi calmo. Ritorna il silenzio. Passa qualche minuto e sento Luca: —Stronzo! A momenti mi strozzo dalle risate.
Ritornando a noi, io e Luca eravamo in disaccordo perché ‘ste ragazze, con un Renault 4, volevano andare a Monaco di Baviera. Ovviamente mi sono subito proposto che le avremmo accompagnate noi, in quanto in pratica guide turistiche ufficiali di Monaco. In fondo eravamo lì per trovare ragazze. E le avevamo trovate. Invece di andare a Rimini saremmo andati a Monaco. Non cambiava una cippa, almeno per me. Per Luca sì. Difatti ritornati a Trieste per riconsegnare la moto, Luca ci salutò, mentre io mi misi alla guida del Renault 4. Non prima di aver rifocillato le fanciulle. Anzi, fu mia madre a farlo, fu molto gentile, ma vi assicuro che aveva il fumo che le usciva dalle orecchie e di tanto in tanto mi lanciava delle occhiatacce che erano tutto un programma.
Il viaggio è stato carino, avevano un paio di cassette di Zucchero che ormai se sento quelle canzoni non può non venirmi in mente quel viaggio. A Monaco trovammo una camera, anzi: un camerone che avrà avuto 4 o 5 letti. Durante tutto il giorno una di queste ragazze, probabilmente molto povera perché non aveva nemmeno i soldi per comperarsi un paio di mutande, si era ben preoccupata che io mi accorgessi del suo stato di indigenza. Cosa che ha causato in me un certo turbamento. Difatti, quella sera attesi che le compagne si fossero addormentate per andare a consolare la poverella. Solo che questa ad un certo punto si è messa a strillare come un aquila, svegliando le sue amiche, ma credo anche qualcuno delle stanze accanto.
La sera dopo ero di fronte ad un dilemma: tutte sapevano cosa fosse capitato tra me e l’indigente, quindi come comportarsi? Non mi sembrava giusto non preoccuparmi dello stato della biancheria intima delle altre. Così, appena andammo a letto mi avvicinai ad un’altra amica. Questa mi fece un pippone (figurato, intendo) su come si potesse sentire la sua amica con la quale ero stato la sera precedente, se mi pareva il caso, ecc. —Solidale, le dissi. Come caspita vuoi che si senta? A me sembrava semplicemente cortese occuparmi anche di voi: siete in tre e qui staremo tre notti, mi pareva perfetto. Nulla da fare. Allora mi avvicino alla terza. Però a questa stavo sulle balle già prima, figuriamoci quando si è sentita l’ultima scelta.
Cercate di capire la situazione, non è che era un film porno, dove parte l’orgia già sui titoli di testa. Era complicato, perché sarebbe bastato un niente e mi sarei trovato a dormire in corridoio. Ritorno dalla seconda e non so come inizio a raccontarle una storia tristissima della mia situazione sentimentale, di quanto le donne siano state cattive con me, ecc. Poi il colpo di genio: —Hai visto anche mia madre con che freddezza mi ha trattato? Ed era vero! Solo che lei non sapeva perché. A quel punto l’ho commossa, si è lasciata mettere la mia testa sulla spalla, che poi è scivolata sui seni e poi… questa però le mutande ce l’aveva.
Tempo di ritornare. Mi ricordo che un mio amico carissimo si era trasferito a Tarvisio o Sella Nevea per lavoro. Quando era a Trieste giravamo spesso assieme per locali alla sera. Bene, vuoi non passare a trovarlo con queste tre? Certo che sì. Quello che però non mi aspettavo è che questo si mettesse veramente con una di ‘ste puffe. E quindi per un po’ di tempo fece Tarvisio-Parma.
“Rompighiaccio”, mi chiamava, perché effettivamente avevo una certa facilità di relazione. Avevo rotto anche un vetro, a pensarci. Ma non credo i due talenti fossero collegati.
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