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Ascolta la puntata “Tutta la città ne parla” RAI Radio 3
Oggi andiamo a Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove il governo vuole aprire un CPR, Centro di Permanenza per il Rimpatrio. Castel Volturno è la città che ha la maggiore presenza di residenti di origini straniera. Da anni le associazioni, la Chiesa, i cittadini e gli operatori del terzo settore lavorano per un progetto di integrazione ed evitare l’emarginazione sociale. Com’è la situazione a Castel Volturno oggi? Come vivono i cittadini in questa realtà segnata da tantissime difficoltà sociali e strutturali? Il CPR può rappresentare una soluzione?
Ospiti di Rosa Polacco: Gianfranco Schiavone, componente del direttivo ASGI, Associazione di Studi Giuridici sull’Immigrazione; Michela Suglia, giornalista dell’Ansa, ha firmato il podcast “Qui non siamo razzisti – La strage di Castel Volturno raccontata a mia nipote”; Sergio Nazzaro, giornalista, reporter e documentarista, conosce e racconta da anni quei territori, tra i suoi libri “MafiAfrica”, “Castel Volturno. Reportage sulla mafia africana” (Einaudi 2013); Enzo Ammaliato, attivista e giornalista, da oltre venti anni scrive di queste terre, animatore di due progetti: Start, Castelvolturno “Porto franco dell’Arte” e “Domizia”, per favorire le buone pratiche ambientali, tutelando e valorizzando il ricchissimo patrimonio di biodiversità costiero; Maurizio Ambrosini, docente di Sociologia dei processi migratori e Politiche migratorie all’Università degli Studi di Milano e responsabile scientifico del Centro studi Medi-Migrazioni nel Mediterraneo di Genova, tra i suoi libri, “L’invasione immaginaria. L’immigrazione oltre i luoghi comuni” (Laterza 2020) e “Sociologia delle migrazioni”, 2026.
L'articolo Un nuovo CPR a Castel Volturno? proviene da Sergio Nazzaro.

di Marco Gallo postfazione a cura di Sergio Nazzaro
Eugenio Cammarata è un uomo tutto d’un pezzo. Geniale, testardo, imprevedibile, capace di notare ciò che altri ignorano, seguire piste impossibili e ragionare fuori da ogni schema. Il miglior ispettore di polizia che la fervida Milano degli anni ’50 e ’60 abbia mai conosciuto. Siciliano nel cuore e nello spirito, è la spina nel fianco non solo dei gruppi mafiosi locali, la Ligéra, ma anche delle più importanti e pericolose famiglie criminali dell’intera penisola. Mario Furnò, il medico che aveva già raccontato la storia dell’ex ligerino Gaetano Mennella, divenuto suo grande amico, parecchi anni dopo entra in possesso del diario dell’ispettore scoprendo tutta un’altra storia… Da “Quel posto vuoto accanto a me”, questo secondo capitolo descrive una delle indagini più impegnative di Eugenio Cammarata in cui l’intuito diventa un’arma, l’ironia una copertura e la verità l’ultimo colpo di scena.
Cammarata è l’ora d’oro
Un lungo racconto che mischia il tempo e i tempi. C’è chi, ancora oggi, si ostina a scrivere. E oggi, ancor più di ieri, è qualcosa che diventa sempre più straordinario. In una corsa verso il burrone della superficialità e della disattenzione, Marco Gallo e l’ispettore Cammarata ci riportano al racconto. Lungo, sostanzioso, che si prende e ci prende tutto il tempo per guidarci a riscoprire la fascinazione del leggere. Pagine e pagine che scorrono con il ritmo di chi ha la necessità di condividere un tempo. Un tempo aperto, lungo, mai breve. Un tempo che respira per immergersi. Non si può che rimanere stupiti dalla volontà Alfierana di scrivere, raccontare.
Cammarata diventa un viaggio, nella migliore tradizione dei polizieschi italiani. Già, chi decreta l’importanza di un testo? Solo i lettori, ma di sicuro il cosa è ancor più importante. La pienezza di idee, le pagine dense che hanno materiale da raccontare, perdersi nei dettagli perché necessari e non riempitivi. Un romanzo nella sua più profonda accezione, il tempo di una storia che sembra non finire mai, eppure all’ultima pagina si vorrebbe continuare a rimanere lì dove tutto è disordine e bellezza. I personaggi di Gallo si muovono nel tempo, nei ricordi, si agitano con passo calmo nella nostra testa. Sembra si sentire il calpestio sulla strada, quasi a girarsi e ascoltare pioggia e odorare tabacco. Forse era solo lo smog di una città in divenire e di una vita che stenta a passare. Nella capacità e nella testardaggine della scrittura di Gallo si ravvisano i grandi autori contemporanei, senza timore di dirlo. In un’epoca fatta di e per distrazione, quanta volontà ci vuole per credere nella lettura, nella scrittura costruttiva di storie studiate per essere sfogliate e non scorse su uno schermo.
Cammarata appartiene alla tradizione della nostalgia, della scrittura che ci ricorda chi siamo, della celebrata giovinezza che passa su un motorino caschi in mano durante l’estate assolata. Eppure, cristallizza un’epoca, ciò che questo nuovo millennio non vuole proprio lasciare andare sono gli anni del Novecento, della gente che quegli anni li ha vissuti e che, analogicamente, ha ancora la voglia di non avere schermi da toccare ogni attimo.
Scrivere un libro oggi è un atto di resistenza, è tempo speso di anni come rivolta contro gli instant book che non lasciano neanche un tempo perché non l’hanno mai trovato. Cammarata sa di classico dalle prime pagine. E non perché lo grida la fascetta con il marchio di una grande fabbrica editoriale, ma perché lo dicono i lettori, perché lo dice un editore piccolo che continua a credere nel sacro rito della lettura come disfida allo scorrere imposto del tempo e dei conti alla rovescia. Potremmo citare Izzo o Velardi, oppure lasciar stare perché non sono i richiami ai nomi tutelari a fare importante un testo, ma il desiderio di chi lo ha creato. Non insegue il tempo e la moda della settimana, perché ora parlare di libri generazionali sembra di allargare la materia quantistica, ma semplicemente Cammarata ci riconsegna il tempo perché in esso si imprime.
E pagina dopo pagina ci ritroviamo in un poliziesco come non si leggevano più, riempiendosi del senso della vita che è scomparire un poco alla volta. Riempiendosi di rimpianti e occasioni perdute, di risate che nel silenzio si fanno assordanti. Di baci definitivi che sono scomparsi nell’orizzonte della memoria. Si riempiono le pagine di tradimenti, di lacerazioni, di ferite, si riempiono di spettri quelli a cui sono condannati soltanto i viventi, e i lettori. Quelli accaniti. E gli scrittori, quelli veri, sinceri come Marco Gallo che sono prigionieri di un sentire che li costringe a riempire pagine di storie che non possono e non devono andare perdute. Cammarata è l’ora d’oro.
L'articolo L’ispettore Cammarata. Memorie di uno spettro proviene da Sergio Nazzaro.
Paul Neeraj, bracciante di 36 anni, è morto il 24 aprile 2026 dopo due settimane di agonia straziante. È stato abbandonato al Pronto Soccorso dell’ospedale Ruggi di Salerno nella notte tra il 10 e l’11 aprile in condizioni disperate: incosciente, con entrambe le gambe completamente annerite dalla cancrena.
Abbandonato come un rifiuto: l’uomo è stato lasciato solo, privo di conoscenza e incapace di parlare italiano, senza nessuno che lo accompagnasse. Per due settimane ha lottato tra la vita e la morte, sottoposto a sedute in camera iperbarica nel reparto malattie infettive, ma i medici non sono mai riusciti a portarlo fuori pericolo. La cancrena e l’infezione hanno compromesso il fegato e altri organi interni, rendendo vano ogni tentativo di salvargli le gambe.
Secondo i medici dell’ospedale, il quadro clinico è compatibile con un’esposizione diretta e prolungata a sostanze chimiche tossiche senza alcuna protezione adeguata. Le gambe annerite dalla cancrena sono la tragica prova delle condizioni disumane in cui molti braccianti stranieri vengono costretti a lavorare nei campi italiani.
Neeraj lavorava molto probabilmente in una delle numerose aziende zootecniche o agroalimentari della zona (Piana del Sele), uno dei poli più importanti dell’agroalimentare italiano, dove si produce tra l’80 e il 90% delle insalate imbustate nazionali. Gli indiani, in particolare, sono spesso impiegati negli allevamenti di bufale per la produzione di mozzarella.
Reclutato attraverso il sistema del caporalato, Neeraj lavorava in nero, in condizioni che i sindacati definiscono di “vero e proprio paraschiavismo“. Nessuna formazione sulla sicurezza, nessun dispositivo di protezione individuale: i lavoratori stranieri sono esposti quotidianamente a veleni senza alcuna tutela.
L’uomo, secondo alcune ricostruzioni, avrebbe evitato di indicare l’azienda per timore di vendette contro i familiari ancora impiegati lì, dimostrando il clima di terrore e ricatto che domina questi contesti di sfruttamento.
Morire a 36 anni con le gambe marce per sostanze tossiche non è un “incidente”, ma il risultato brutale di un sistema che considera i braccianti stranieri come meri strumenti usa-e-getta, sacrificabili pur di abbassare i costi di produzione.
La Procura di Salerno ha aperto un’indagine. Il nuovo procuratore capo Raffaele Cantone e il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo hanno definito il caso “la spia dello sfruttamento dei più fragili”.
Paul Neeraj non è morto per malattia. È stato lentamente ucciso da uno sfruttamento brutale, disumano e sistematico, che continua a sacrificare vite umane nei campi e nelle fabbriche italiane pur di mantenere profitti alti e costi bassi. Le sue gambe annerite dalla cancrena sono l’immagine cruda della violenza nascosta dietro il “made in Italy” agroalimentare.
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The Siracusa International Institute, in collaboration with Next Wave: The International Center for Children and Global Security, is pleased to announce the publication of the two volumes of the project “Mafia-Jihad: An Intersectional Study on Youth Trajectories and Innovative Models for Security Policies Aimed at Preventing Radicalization and Terrorism.”
Family dynamics and parental radicalization are increasingly recognized as critical factors in the transmission of violent ideology to youth. Jihadist family units, like organized crime families, exploit pre-existing bonds of trust and interdependence to socialize children into extremist or criminal behavior. Similarities emerge in cultural and familial factors, as well as in networks of loyalty and militancy, with both mafia offspring and underage jihadists experiencing intergenerational indoctrination. Parental radicalization and terrorist family networks are emerging strategies that allow extremists to operate more covertly, making detection and prevention by authorities more challenging.
Over the past two decades, the overlap between organized crime and terrorism has become clearer. By drawing on Italy’s extensive experience in combating the mafia, this project explores innovative policies and intervention strategies to address youth radicalization. It promotes a multidimensional, inter-sectoral approach to public security grounded in the rule of law.
Objectives of the Mafia-Jihad Project:
The project investigates the role of family influence in shaping youth trajectories within both organized crime and terrorist contexts. By examining similarities and differences between these dynamics, it seeks to identify effective strategies already used against the Italian mafia that could be adapted to prevent and counter youth radicalization.
Building on the comparative analysis, the project formulates lessons learned and proposes best practices to guide policymakers. These recommendations aim to support the design of coherent, evidence-based strategies to prevent and address youth radicalization and terrorism.
Principal Investigator: Cecilia Polizzi
Co-Investigator: Sergio Nazzaro
Co-Investigator : Nicoló Scremin
This project is realized with the support of the Unit for Analysis, Policy Planning, Statistics and Historical Documentation – Directorate General for Public and Cultural Diplomacy of the Italian Ministry of Foreign Affairs and International Cooperation, in accordance with Article 23 ‒ bis of the Decree of the President of the Italian Republic 18/1967.
The results of the project are presented in two dedicated volumes: one published in English and the other in Italian.
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