laboratorio di consapevolezza critica.
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Mercenari, Servizi Segreti e il Laboratorio Bosnia (1992-1995)
Un’analisi integrata che svela il sistema occulto dietro il conflitto bosniaco
Introduzione: La Maschera della “Guerra Tribale”
Per decenni, la guerra in Bosnia-Erzegovina (1992-1995) è stata presentata all’opinione pubblica occidentale come uno scoppio improvviso di “odii etnici antichi”, un conflitto tribale in una regione arretrata. La narrazione dominante dipingeva un quadro semplice: i “cattivi” serbi nazionalisti contro le “vittime” bosniache musulmane, con i croati in un ruolo ambiguo.
Questa analisi, basata sull’incrocio di documenti storici riservati, reportage investigativi e recenti studi accademici, smonta radicalmente quella narrazione. Attraverso l’esame del Dossier96_1.pdf (una raccolta di documenti italiani del 1992-1995) e dell’articolo di Al Jazeera “Chi erano i mercenari stranieri nelle unità HVO?” (2019), emergono i contorni di un sistema organizzato, transnazionale e occulto che trasformò la Bosnia in un laboratorio per la guerra postmoderna.
Qui non si raccontano solo le atrocità commesse, ma si rintracciano nomi, collegamenti, finanziamenti e logiche che dimostrano come il conflitto fu in larga parte fomentato, alimentato e diretto da forze esterne, con la complicità attiva o passiva delle istituzioni internazionali e dei media mainstream.
Capitolo 1: La Macchina dei Mercenari – Due Volti della Stessa Medaglia
Il cuore dell’interferenza esterna risiede nel massiccio impiego di mercenari stranieri, reclutati in Europa e oltre. L’analisi rivela non una massa indistinta di avventurieri, ma una struttura dicotomica e funzionale.
1.1 I Professionisti (Tipo A): Il Braccio Armato dei Servizi
Questi non erano semplici soldati di ventura. Provenivano dalle fila di eserciti e servizi occidentali, spesso con carriere improvvisamente interrotte per “andare a combattere in Croazia”.
1.2 Gli Ideologici e i Psychopatici (Tipo B): Il Volto della Brutalità
All’estremo opposto, una galassia di personaggi mossi da fanatismo, nichilismo o pura psicopatia.
1.3 L’Operazione “Totenkopf”: La Prova della Struttura Organizzata
Il Primo Dossier (p.11-12) descrive un’operazione emblematica, denominata “Totenkopf” (Testa di Morto).
Capitolo 2: Le Mani Occulte – Servizi Segreti e Istituzioni Complici
I mercenari non arrivavano a caso. Operavano all’interno di un sistema di supporto e copertura che coinvolgeva attori statali e istituzioni internazionali.
2.1 Il Ruolo Attivo dei Servizi Segreti Occidentali
Entrambi i documenti convergono nell’indicare un coinvolgimento attivo dei servizi di intelligence.
2.2 Il Collegamento ONU-Mercenari: Il Braccio “Negabile”
L’articolo di Al Jazeera (p.2) avanza un’ipotesi gravissima: esisterebbero collegamenti tra i contingenti UNPROFOR/IFOR (le forze di pace ONU) e i mercenari, usati come “braccio armato per il lavoro sporco”.
2.3 Il Vaticano e la Crociata Politico-Religiosa
Il Primo Dossier (p.3) accusa esplicitamente il Vaticano di aver rivitalizzato “una malaugurata politica d’intervento destabilizzante”, paragonandola ai piani del dopoguerra per una confederazione di stati cattolici danubiani in funzione anti-comunista.
Capitolo 3: La Fabbrica del Consenso – La Distorsione Mediatica Sistematica
La guerra non si combatte solo sul campo. Si vince anche nell’opinione pubblica. E qui, l’Occidente condusse una campagna quasi perfetta.
3.1 Il Giornalismo d’Assalto
L’analisi del giornalista americano Peter Brock nel Primo Dossier (p.14-20) è spietata. Accusa i media occidentali (soprattutto angloamericani) di essersi trasformati da cronisti in “co-beligeranti”, abbandonando ogni neutralità per spingere all’intervento militare contro i serbi.
3.2 La Fabbricazione delle Prove
Il dossier elenca una serie di errori” gravissimi e sistematici, che vanno ben oltre la svista giornalistica:
Queste non furono disattenzioni, ma manipolazioni deliberate per alimentare l’odio contro i serbi e creare il consenso per un intervento che altrimenti sarebbe stato impopolare.
3.3 La Manipolazione dell’Assedio di Sarajevo
Il Primo Dossier (p.19) smonta anche la narrativa unidirezionale dell’assedio di Sarajevo, citando fonti ONU:
La realtà era un fuoco incrociato complesso, ridotto dai media a un semplice assedio dei “cattivi serbi” contro gli “indifesi bosniaci”.
Capitolo 4: La Connessione Transatlantica – Il Canale Sudamericano e Villa Alpina
L’analisi più sconvolgente emerge da un elemento nuovo: la rivelazione di un canale di reclutamento attivo in Argentina, che mostra la vera scala globale del sistema.
4.1 Il Campo Segreto di Villa Alpina
Una fonte citata nel Primo Dossier (p.24-25) afferma: “I legionari vengono preparati al loro intervento in Bosnia-Erzegovina in un campo di addestramento segreto a Villa Alpina”.
4.2 Gli Attori: Dalla Diaspora Ustascia alla Dittatura Militare
Chi reclutava e addestrava in Sudamerica?
4.3 La Fusione dei Mostri
Questo canale rappresenta la fusione di due tradizioni di terrore:
Il prodotto erano combattenti non solo motivati da un odio etnico radicato, ma anche tecnically skilled nelle peggiori pratiche di contro-insurrezione. Erano la forza ideale per condurre quelle “operazioni sporche” di pulizia etnica che caratterizzarono il conflitto.
4.4 La Catena Logistica Globale
La macchina era perfetta:
Questa struttura spiega come combattenti argentini siano finiti a torturare prigionieri nei campi di Dretelj, in Bosnia.
Capitolo 5: L’Eredità della Bosnia – Il Prototipo della Guerra Postmoderna
La Bosnia non fu un’anomalia. Fu il prototipo, il laboratorio dove furono testate e perfezionate le tattiche che avrebbero definito il conflitto nel XXI secolo.
5.1 La Privatizzazione della Guerra
La Bosnia ha normalizzato l’idea che parti fondamentali di un conflitto (reclutamento, addestramento, combattimento) potessero essere outsorced a attori non statali: mercenari, contractors, foreign fighters. Questo modello è esploso in Iraq e Afghanistan con compagnie come Blackwater.
5.2 La Guerra Ibrida
Il conflitto bosniaco combinava, per la prima volta in Europa dopo il 1945:
5.3 L’Impunità come Sistema
Il destino post-bellico degli attori è illuminante:
L’impunità non è un fallimento della giustizia, ma il suo esito previsto. Chi agiva per conto, o nell’interesse, delle potenze egemoni era protetto.
Molti elementi del copione bosniaco si sono ripetuti:
Conclusione: Svelare la Macchina
La guerra in Bosnia-Erzegovina non scoppiò per un “odio antico e incomprensibile”. Fu, in misura significativa, prodotta.
Fu prodotta da:
Quello che il mondo vide come una tragedia balcanica fu, in realtà, il primo grande esperimento di guerra postmoderna: privatizzata, mediatizzata, globalizzata e caratterizzata da un’impunità quasi assoluta per i suoi architetti occulti.
Comprendere la Bosnia in questi termini non è solo un esercizio storico. È un monito necessario per decifrare i conflitti di oggi e di domani, e per riconoscere, dietro la facciata della retorica umanitaria o della sicurezza nazionale, il funzionamento di macchine belliche che continuano a operare nell’ombra.
Fonti Principali:
Nota: I nomi propri, le citazioni e gli eventi riportati sono tratti dalle fonti documentali indicate.
Come l’Italia, Israele e gli USA stanno ridisegnando il Mediterraneo
(Cosa ci perdono i popoli?)
Di [INTERZONALAB]
Mentre i riflettori del mondo sono puntati sugli scontri in Iran e sulle tensioni in Medio Oriente, una silenziosa ma profonda riconfigurazione sta ridisegnando le rotte energetiche del Mediterraneo.
Al centro di questa partita, l’Italia tenta di giocare un ruolo da protagonista, con il governo Meloni impegnato a creare in una strategia furba chiara e consapevole: trasformare la penisola nell’hub energetico dell’Europa.
Ma a quale prezzo? E qual’è il livello di consapevolezza e di autonomia?
Per rispondere, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo negli anni Novanta, quando il Grande Gioco energetico prese forma e gettò le fondamenta del mondo in cui viviamo oggi.
1-LE RADICI DEL GRANDE GIOCO (DUE DOCUMENTI DEL 1999)
L’alleanza strategica turco-israeliana (LIMES)
Nel 1999, la rivista di geopolitica Limes pubblicava un’analisi destinata a diventare profetica: “L’intesa fra le due maggiori potenze militari del Medio Oriente ha sconvolto gli assetti strategici e geopolitici nella regione”.
L’articolo descriveva la nascita dell’alleanza tra Turchia e Israele, firmata il 23 febbraio 1996. Un’alleanza che prevedeva:
Le motivazioni profonde erano altre. La Turchia, umiliata dall’Europa (che nel 1997 le aveva sbattuto la porta in faccia al summit di Lussemburgo) e delusa dagli USA (che condizionavano gli aiuti militari al rispetto dei diritti umani), vedeva in Israele “l’alleato migliore per conquistare il Congresso Americano” grazie all’influenza della lobby ebraica.
Come dichiarava il presidente Özal già nel 1983: “Quando gli arabi ci chiedono di interrompere le nostre relazioni con Israele, noi facciamo un’analisi dei costi/benefici. Conosciamo perfettamente il ruolo della lobby ebraica negli USA”.
La Turchia nei giochi del petrolio (LIMES)
Nello stesso 1999, un altro articolo di Limes analizzava il ruolo della Turchia nel Grande Gioco energetico che si stava aprendo nell’area caspica dopo la fine dell’URSS.
Il quadro era chiaro:
Ma c’era un dettaglio cruciale, nascosto tra le righe: questi contratti avevano una durata limitata. Firmati nei primi anni Novanta, sarebbero scaduti tra venti o trent’anni e alla loro scadenza, l’equilibrio costruito con tanta fatica da Washington si sarebbe rotto.
2-LA SCADENZA DEI CONTRATTI E IL DISEQUILIBRIO
La profezia del 1999 diventa realtà
Oggi siamo nel 2026. I contratti degli anni Novanta sono scaduti o in scadenza e il disequilibrio previsto è arrivato, amplificato da eventi che nessuno poteva prevedere:
| Fase | Periodo | Scenario |
|---|---|---|
| Firma contratti | 1993-1994 | Major occidentali controllano risorse caspiche, Russia marginalizzata |
| Gestione stabile | 1995-2015 | Equilibri congelati, Turchia pivot NATO, flussi regolari |
| Avvicinamento scadenze | 2015-2025 | Nuovi attori (Cina, India) cercano di entrare, Russia tenta recupero |
| Post-scadenze | 2025-2035 | Disequilibrio: guerre, nuove alleanze, riconfigurazione totale |
Il Mediterraneo orientale diventa il nuovo Caspio
La novità del 2026 è che il disequilibrio non riguarda solo il Caspio. Riguarda il Mediterraneo orientale, diventato il nuovo grande bacino energetico:
| Area | Anni Novanta | Oggi (2026) |
|---|---|---|
| Caspio | Petrolio, contratti Chevron-BP | Scadenze, nuovi attori (Cina), instabilità |
| Mediterraneo orientale | Inesplorato, nessun interesse | Gas: Leviathan, Tamar, Cronos, Zohr. Major: Chevron, Eni, BP |
| Rotazione | Petrolio caspico verso Ovest | Gas levantino verso Europa (Italia hub) |
La guerra in Ucraina come acceleratore
La guerra in Ucraina (2022-oggi) ha rotto gli equilibri energetici europei costruiti dopo la Guerra Fredda. Il gas russo è stato sostituito dal GNL americano e dal gas del Mediterraneo orientale. È il più grande disequilibrio energetico dal 1973.
Questo il nuovo scenario, l’Italia ha scelto da che parte stare?
3-L’ITALIA COME HUB ENERGETICO EUROPEO
La LINEA ADRIATICA e il potenziamento infrastrutturale
La risposta italiana al disequilibrio si chiama LINEA ADRIATICA. Con un investimento di 375 milioni di euro del PNRR, Snam sta potenziando la dorsale adriatica del gas, aumentando la capacità di trasporto di 14 milioni di metri cubi al giorno. L’obiettivo, dichiarato, è “migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento” e “consentire la diversificazione”. Il tutto sarà completato entro il 31 agosto 2026.
Secondo quanto riportato da Conquiste del Lavoro il 14 febbraio 2026, Snam ha presentato un piano industriale da 10 miliardi di euro fino al 2026, con un incremento del 23% rispetto al piano precedente. Dei 10 miliardi, ben 9 sono destinati all’infrastruttura del gas: trasporto, stoccaggio, GNL.
La fiducia degli investitori è testimoniata dall’upgrade di Goldman Sachs, che a febbraio 2026 ha promosso Snam a “buy” con target price a 6,90 euro. Secondo la banca d’affari, “i punti di ingresso meridionali ora rappresentano circa il 50% delle importazioni totali rispetto a circa il 20% di prima. L’Italia si è trasformata da un mero ricevitore di gas a un condotto chiave per i flussi dal Nord Africa verso il resto d’Europa”.
L’idrogeno: il ponte con Algeria e Tunisia
A questo si aggiungono gli accordi per la produzione di idrogeno con Algeria e Tunisia. Come documentato da Geagency il 16 febbraio 2026, Italia, Germania e Austria hanno esteso al Nord Africa il Corridoio Meridionale dell’Idrogeno (SouthH2 Corridor) .
La mega opera trasporterà idrogeno per oltre 3.300 chilometri dal Nord Africa all’Italia, all’Austria e alla Germania, con entrata in funzione prevista entro il 1° gennaio 2030. Il gasdotto Ravenna-Chieti, finanziato da CDP con 200 milioni, sarà realizzato con materiali idonei al trasporto di idrogeno.
La strategia italiana poggia su due pilastri aziendali perfettamente sincronizzati:
4-IL FRONTE MEDIORIENTALE E LA GUERRA DEI GASDOTTI
Israele e il maxi-accordo da 35 miliardi con l’Egitto
Il 16 dicembre 2025, Associated Press ha riportato una notizia epocale: il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha approvato il più grande accordo sul gas della storia di Israele, un’intesa da 35 miliardi di dollari per aumentare le esportazioni verso l’Egitto dai campi offshore di Leviathan e Tamar, gestiti dalla major americana Chevron. Il gas sarà consegnato all’Egitto nei prossimi 15 anni e la metà dei proventi andrà alle casse dello Stato israeliano.
Secondo fonti autorevoli, il ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen ha deliberatamente ritardato questo accordo per mesi per fare pressione sull’Egitto, ottenendo concessioni su Gaza e sulla smilitarizzazione del Sinai.
Ma c’è un altro fronte, ancora più caldo, su cui Israele sta giocando la sua partita energetica: l’eliminazione dei concorrenti russi dal mercato europeo.
Il fronte ucraino: la guerra parallela sui gasdotti
Mentre Israele stringe accordi con l’Egitto e prepara il terreno per EastMed-Poseidon, un’altra battaglia si combatte nel Mar Nero una battaglia che ha tutto a che fare con gli interessi israeliani.
Gli attacchi ucraini al Turkish Stream
A fine febbraio 2026, il presidente russo Vladimir Putin ha lanciato un allarme diretto: la Russia dispone di informazioni di intelligence su piani ucraini per sabotare i gasdotti TurkStream e Blue Stream nel Mar Nero . L’obiettivo, secondo Putin, sarebbe “fare fallire le trattative di pace” in corso con la mediazione USA .
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha confermato che le informazioni sono state “ripetutamente trasmesse ai colleghi turchi” e che i servizi russi “registrano che il regime di Kiev sta cercando di preparare nuovi atti di sabotaggio” .
Non si tratta solo di minacce. L’ambasciata russa in Turchia ha dichiarato a Izvestia che “tentativi di sabotaggio sono già stati compiuti” contro le infrastrutture del TurkStream e del Blue Stream . In particolare:
La differenza strategica tra i due gasdotti
Capire la differenza tra i due gasdotti è fondamentale per valutare l’impatto sullo scenario energetico europeo:
| Gasdotto | Capacità | Destinazione | Vulnerabilità |
|---|---|---|---|
| TurkStream | 31,5 miliardi di m³/anno | Turchia ed Europa (via Bulgaria) | Unica via residua per il gas russo verso l’UE dopo la scadenza dell’accordo di transito con l’Ucraina |
| Blue Stream | 16 miliardi di m³/anno | Solo mercato turco | Uno dei gasdotti più profondi al mondo (fino a 2.150 m), estremamente vulnerabile e difficile da riparare |
Se l’Ucraina volesse colpire le forniture europee, il TurkStream è l’obiettivo primario. Il Blue Stream, invece, colpirebbe direttamente la Turchia .
Le conseguenze per l’Europa
Il precedente dei Nord Stream è emblematico. Dopo il sabotaggio del 2022, la Germania è stata costretta a “ricostruire urgentemente le importazioni facendo affidamento sul gas norvegese, che si è rivelato due volte più costoso del gas russo” . Un eventuale sabotaggio del TurkStream produrrebbe lo stesso effetto, con conseguenze devastanti per l’industria europea già in recessione.
Il legame con Israele e Poseidon: un’ipotesi sempre più concreta
A questo punto, la domanda sorge spontanea: chi giova dell’eliminazione del gas russo dal mercato europeo? La risposta è sotto gli occhi di tutti: Israele e i suoi partner (Chevron, Eni, gli USA).
1. Israele ha un interesse diretto a eliminare concorrenti
Il TurkStream porta gas russo in Europa bypassando l’Ucraina. Più gas russo arriva in Europa, meno spazio c’è per il gas israeliano che dovrebbe fluire attraverso EastMed-Poseidon. Eliminare o danneggiare il TurkStream significa aprire il mercato europeo al gas israeliano, creando quella domanda che giustificherebbe i miliardi di investimenti necessari per EastMed.
2. Il tempismo è sospetto
Gli attacchi ucraini si sono intensificati proprio mentre Israele e Italia stringevano accordi su Poseidon (incontro Meloni-Netanyahu a febbraio 2026). L’attacco del 28 febbraio è avvenuto “nel contesto del viaggio di Zelensky a Washington” , dove probabilmente si è discusso anche di energia e di come garantire all’Ucraina un futuro senza dover più dipendere dal transito del gas russo.
3. Il ruolo degli USA
Come abbiamo visto nei documenti di Limes del 1999, gli USA hanno sempre usato la leva energetica per ridurre l’influenza russa. Oggi, il gas israeliano (controllato da Chevron) è perfettamente allineato con gli interessi americani. L’analista politico Yevgeny Mikhailov, citato da Izvestia, suggerisce che “dietro le pubbliche promesse di pace si nasconde la necessità di Vladimir Zelensky e della Gran Bretagna, che lo sostiene, di continuare il conflitto” . E la Gran Bretagna è da sempre strettissima alleata di Israele.
4. La reazione turca: un alleato in difficoltà
Gli attacchi hanno provocato una reazione dura da parte di Ankara. Il ministro dell’Energia turco Alparslan Bayraktar ha chiesto di “tenere le infrastrutture energetiche fuori dalla guerra”, sottolineando che anche i gasdotti sottomarini sono sotto minaccia . Il presidente Erdogan ha definito gli attacchi a navi commerciali (avvenuti a fine 2025 a soli 130 km dalle coste turche) “inaccettabili” .
La Turchia, che ha accolto la Russia all’inizio della guerra come mediatrice e che continua a comprare gas russo, si trova ora in una posizione delicata: gli attacchi ucraini colpiscono direttamente i suoi interessi energetici, mentre il progetto EastMed-Poseidon (che bypassa la Turchia) avanza con il sostegno di Italia e Israele.
L’ipotesi di un accordo segreto Ucraina-Israele
Alla luce di tutti questi elementi, l’ipotesi di un accordo segreto tra Ucraina e Israele (mediato probabilmente da USA e UK) appare non solo plausibile, ma perfettamente razionale dal punto di vista strategico.
| Attore | Interesse sul TurkStream | Interesse su Poseidon | Possibile ruolo nell’accordo |
|---|---|---|---|
| Ucraina | Eliminarlo (taglia le forniture russe all’Europa) | Neutrale (non lo riguarda direttamente) | Esecutore materiale degli attacchi, in cambio di supporto militare/politico |
| Israele | Eliminarlo (apre il mercato UE al suo gas) | Vitale (via di esportazione primaria) | Beneficiario finale, possibile finanziatore |
| USA | Eliminarlo (riduce dipendenza UE da Russia) | Strategico (gas Chevron) | Facilitatore e garante |
| Italia | Neutrale (compra già GNL americano) | Vitale (hub energetico) | Beneficiario indiretto, possibile consapevolezza |
| Turchia | Vitale (suo approvvigionamento) | Concorrente (lo bypassa) | Vittima degli attacchi, marginalizzata |
Come scriveva Özal nel 1986, “Israele è una finestra sugli eventi futuri”. Oggi, attraverso quella finestra, vediamo un nuovo Medio Oriente in cui il gas israeliano scorre verso l’Italia, mentre i gasdotti russi vengono sabotati e l’Europa si prepara a pagare il prezzo di una nuova dipendenza.
Il paradosso: l’Europa paga due volte
C’è un’amara ironia in tutto questo. Dopo il sabotaggio dei Nord Stream, la Germania ha dovuto pagare il gas norvegese il doppio del gas russo . Se il TurkStream venisse danneggiato, l’Europa si troverebbe nella stessa situazione: costretta a comprare gas più caro (GNL americano o gas israeliano via Poseidon) da fornitori “amici”, mentre i concorrenti russi vengono eliminati con operazioni militari coperte.
Il costo, come sempre, lo pagheranno i cittadini europei, sotto forma di bollette più alte e industrie meno competitive. E i palestinesi di Gaza, nel frattempo, continueranno a guardare il loro gas restare sottoterra, mentre i gasdotti israeliani portano il gas verso l’Europa passando “a pochi chilometri dalla zona di guerra”.
5-POSEIDON – IL GASDOTTO CHE UNISCE L’ITALIA AL LEVANTE
Cos’è Poseidon
Il progetto Poseidon è l’interconnessione sottomarina tra Grecia e Italia, il tratto finale del più ampio progetto EastMed-Poseidon che punta a portare il gas del Mediterraneo orientale direttamente in Europa.
Ecco i dati tecnici essenziali:
| Caratteristica | Dettaglio |
|---|---|
| Percorso | Dalla costa greca (Tespira) a Otranto (Italia) |
| Lunghezza | 210 km di sezione offshore |
| Capacità iniziale | Fino a 20 miliardi di m³/anno |
| Proponenti | IGI Poseidon SA (joint venture 50-50 tra Edison SpA e DEPA) |
| Stato | Progetto di Interesse Comune (PCI) dell’UE dal 2013, incluso nel piano REPowerEU |
Il progetto integrato EastMed-Poseidon
Poseidon non vive da solo. È il completamento naturale del gasdotto EastMed, che dovrebbe:
L’opera complessiva sarebbe una delle più ambiziose mai realizzate:
Il ruolo strategico per l’Europa
EastMed-Poseidon è un Progetto di Interesse Comune (PCI) dell’Unione Europea dal 2013, confermato negli anni e incluso nel piano REPowerEU per la diversificazione delle fonti energetiche dopo l’invasione russa dell’Ucraina.
Perché l’UE lo sostiene?
Il ruolo dell’Italia: hub energetico europeo
L’Italia gioca un ruolo da protagonista assoluto su Poseidon, e lo fa su più livelli.
1. Promotore industriale
La società IGI Poseidon SA che sviluppa il progetto è partecipata al 50% da Edison SpA, azienda italiana (oggi controllata da EDF francese, ma storicamente e operativamente italiana). Senza Edison, Poseidon non esisterebbe.
2. Sostegno politico di altissimo livello
Il governo Meloni ha fatto della partnership energetica con Israele un pilastro della sua politica estera. In un incontro a Roma con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, la presidente del Consiglio ha dichiarato: “Abbiamo condiviso la necessità di un nuovo incontro intergovernativo, su una decina di argomenti, che si terrà presto, in Israele”.
Il ministro Adolfo Urso è stato ancora più esplicito: “Il destino dell’Europa si gioca nel Mediterraneo”. Nelle intenzioni del governo, l’Italia con il Piano Mattei diventerà l’hub del gas europeo, e Poseidon è l’infrastruttura che renderà possibile questo disegno.
3. Integrazione con la LINEA ADRIATICA
Poseidon approda a Otranto, dove Snam gestisce la rete nazionale. La LINEA ADRIATICA, che abbiamo analizzato, serve proprio a ricevere e distribuire questi flussi verso il Nord Italia e l’Europa. Senza il potenziamento della dorsale adriatica, il gas di Poseidon resterebbe bloccato in Puglia.
6-Il ruolo di Israele: fornitore strategico
Israele è il serbatoio di gas che alimenterà Poseidon. Senza i giacimenti israeliani, il progetto non avrebbe senso.
1. Le riserve: un colosso energetico
I giacimenti offshore israeliani – Karish, Tamar, Leviathan – contengono riserve stimate in 900 miliardi di metri cubi di gas. Una quantità enorme, destinata a crescere con le nuove esplorazioni.
Lo stesso Netanyahu, durante la visita a Roma, ha sottolineato che Israele “ha delle riserve di gas che stiamo esportando e vorremmo accelerare ulteriormente le esportazioni verso l’Europa attraverso l’Italia”, ricordando “la partecipazione dell’Eni nel nostro progetto”.
2. La scelta strategica: bypassare la Turchia
Israele punta su EastMed-Poseidon perché è un corridoio che bypassa completamente la Turchia, con la quale le relazioni sono storicamente tese. In attesa del gasdotto, Netanyahu ha annunciato anche un “condensatore” che permetta di trasformare il gas in GNL e usare le navi, ma l’obiettivo finale resta il tubo sottomarino.
3. L’integrazione con Eni
Netanyahu ha esplicitamente citato “la partecipazione dell’Eni nel nostro progetto”. Eni è già attiva in Israele e nella regione (Egitto con Zohr, Cipro con Cronos). Per Eni, Poseidon rappresenta il braccio italiano di una strategia integrata che copre tutto il Mediterraneo orientale.
Il nodo geopolitico: la Turchia e le acque contese
Qui entriamo nel cuore del nostro discorso. EastMed-Poseidon è anche un campo di battaglia geopolitico.
La Turchia si oppone fermamente al progetto per due ragioni:
Le tensioni sono già degenerate in passato: nell’agosto 2020, una nave da ricerca turca e una greca si sono scontrate in acque contese. Il rischio che il progetto riaccenda il conflitto è concreto.
I rischi ambientali e sociali
Non possiamo ignorare le critiche. Oltre 60 organizzazioni di Turchia, Grecia e Cipro hanno firmato una petizione contro la corsa al fossile nel Mediterraneo orientale, denunciando che “le rivalità per le risorse minacciano la sicurezza di tutti i popoli”.
I rischi evidenziati:
Il legame con la nostra analisi
tabella di riepilogo:
| Elemento | Connessione con Poseidon |
|---|---|
| Israele e le sue riserve | I 900 miliardi di mc di Karish, Tamar e Leviathan sono destinati a riempire EastMed-Poseidon |
| Eni e il gas di Cipro | Eni sviluppa Cronos e Zohr. Il gas cipriota potrebbe confluire nello stesso corridoio |
| Snam e la LINEA ADRIATICA | Poseidon approda a Otranto, dove Snam gestisce la rete. La LINEA ADRIATICA serve a ricevere questi flussi |
| Il governo Meloni | L’Italia sostiene politicamente il progetto come pilastro del Piano Mattei e dell’hub energetico italiano |
| Gaza | Il gasdotto passerebbe “a pochi chilometri dalla zona di guerra di Gaza”. I palestinesi, esclusi dal controllo delle proprie risorse, vedrebbero il loro gas passare sotto i loro occhi senza beneficiarne |
| Le critiche ambientaliste | Greenpeace e Angelo Bonelli denunciano: “Meloni ammazza le politiche sul clima trasformando l’Italia in un Paese dipendente dal gas”. Il progetto “minaccia il clima e rischia di scatenare nuovi conflitti” |
Idrogeno o vicolo cieco?
I promotori (Edison, DEPA) sostengono che Poseidon è “hydrogen-ready”, progettato per trasportare idrogeno in futuro, in linea con la transizione energetica europea.
Ma le critiche sono feroci: “Il progetto EastMed-Poseidon è contrario agli stessi obiettivi climatici dell’UE e all’accordo globale di limitare il riscaldamento a 1,5°C”. “L’UE sta correndo dritta verso il prossimo nido di vespe geopolitico, dopo il fallimento di Nord Stream 2”.
La situazione al 2026
Le ultime notizie confermano che il progetto è ancora vivo:
Ma che ombre restano:
7-ACQUA E GAS, IL BINOMIO DELL’AUTONOMIA
Israele ha risolto il suo problema idrico?
Nel 2025, Israele produce il 70% della sua acqua potabile dal mare, grazie a sette impianti di desalinizzazione. Il nuovo impianto Sorek 2 – Be’er Miriam ha stabilito un record mondiale: produce acqua a 0,41 dollari al metro cubo, il costo più basso mai raggiunto.
Il 23 ottobre 2025, Israele ha iniziato a pompare acqua desalinizzata nel Mar di Galilea (Lago di Tiberiade), invertendo il flusso naturale per la prima volta nella storia. L’acqua viene utilizzata anche per generare energia idroelettrica, sfruttando il dislivello di 200 metri tra la costa e il lago.
Gaza, al contrario, muore di sete
I dati del 2025 sono drammatici. Secondo l’UNRWA, la popolazione di Gaza è “sull’orlo di morire di sete”. Solo il 40% delle strutture di produzione di acqua potabile continua a funzionare. I pozzi sono fermi per mancanza di carburante, le tubature rotte.
A marzo 2025, Israele ha tagliato la fornitura elettrica alla Striscia. L’effetto immediato è stato il blocco del desalinizzatore di Deir al Balah, che serve mezzo milione di abitanti. Con l’elettricità della rete, l’impianto produceva 18.000 metri cubi d’acqua al giorno; con il generatore di emergenza, la produzione è crollata a 2.500 metri cubi.
Secondo l’ufficio media del governo di Gaza, le forze israeliane hanno distrutto o reso inoperanti 719 pozzi d’acqua dall’ottobre 2023. Pedro Arrojo-Agudo, relatore speciale dell’ONU sul diritto all’acqua, ha definito la distruzione delle infrastrutture idriche “una bomba silenziosa ma letale”.
Il paradosso
| Israele | Gaza | |
|---|---|---|
| Acqua | 70% da desalinizzazione, esporta eccedenze | 40% degli impianti funzionanti, rischio sete |
| Energia | Produzione di gas da Leviathan, Tamar, Karish | Taglio elettrico, desalinizzatore bloccato |
| Gas | Riserve per 990 miliardi di m³ | 30 miliardi di m³ inespressi a Gaza Marine |
| Scenario | Indipendenza energetica e idrica, hub regionale | Dipendenza totale, infrastrutture distrutte |
8-LE PAURE DI ISRAELE
L’autonomia di Gaza passa attraverso il controllo delle sue risorse naturali. E questo è esattamente ciò che Israele teme e combatte da decenni.
| Cosa teme Israele | Perché lo teme |
|---|---|
| Un Gaza economicamente indipendente | Meno dipendenza dagli aiuti internazionali e da Israele stesso |
| Un Gaza con entrate dal gas | Finanziamento di infrastrutture, servizi e potenzialmente capacità militari |
| Un precedente per la Cisgiordania | Se Gaza ottiene l’autonomia energetica, anche la Cisgiordania potrebbe pretenderla |
| La perdita del controllo idrico | L’acqua è una leva di pressione politica fondamentale |
| Un nuovo attore energetico regionale | Concorrenza per le esportazioni di gas verso Europa ed Egitto |
Israele ha costruito la sua sicurezza su decenni di dipendenza palestinese. I Territori Occupati importano da Israele elettricità, acqua, carburante, beni di prima necessità. Rompere questa dipendenza significherebbe perdere il principale strumento di controllo.
Ecco perché il gas di Gaza Marine resta sottoterra. Ecco perché i pozzi vengono distrutti. Ecco perché i desalinizzatori restano senza carburante.
Non è incapacità tecnica. È scelta politica.
A marzo 2025, il ministro dell’Energia israeliano Eli Cohen è stato esplicito: Israele utilizza “tutti i mezzi disponibili” per fare pressione su Hamas. E tra questi mezzi, l’acqua e l’elettricità sono i più efficaci.
9-IL RUOLO DEL GOVERNO MELONI E LA QUESTIONE DELLA “SUDDITANZA”
Il caso Crosetto a Dubai
Il 28 febbraio 2026, Stati Uniti e Israele lanciano un attacco coordinato contro l’Iran. In questo scenario di escalation, l’Italia scopre di avere il proprio Ministro della Difesa, Guido Crosetto, bloccato a Dubai con la famiglia. L’attacco e la conseguente chiusura degli spazi aerei lo lasciano impossibilitato a tornare.
L’opposizione monta il caso. Giuseppe Conte (M5S) parla di “perdita di dignità politica”. Elly Schlein (PD) critica il silenzio di Roma sull'”ennesima violazione del diritto internazionale”. Matteo Renzi aggiunge: “Per mesi ci hanno raccontato che Meloni era il ponte tra Trump e l’Europa. Oggi scopriamo che la Casa Bianca ha avvisato dell’operazione in Iran inglesi, francesi, tedeschi e persino polacchi. Tutti, tranne noi. L’Italia non conta niente”.
Il governo si difende: Antonio Tajani chiarisce che l’Italia è stata avvisata da Israele solo ad attacco già in corso. Nessuna informazione preventiva. Nessuna possibilità di mettere in sicurezza i connazionali nell’area (circa mille bloccati).
Il Board of Peace di Trump
A febbraio 2026, poche settimane prima dell’attacco all’Iran, il governo Meloni decide di partecipare come osservatore al Board of Peace di Trump, un’iniziativa per la ricostruzione di Gaza. I parlamentari del M5S denunciano: “L’Italia sarà l’unica nazione dell’Europa occidentale e del G7 a partecipare, insieme a paesi come Albania, Kosovo, Cipro, Ungheria e Romania. Questo è un ennesimo atto di sudditanza”.
Anna Ascani (PD) scrive su X: “Giorgia Meloni continua a scambiare l’alleanza per subordinazione. L’Italia non può e non deve partecipare. La Costituzione, il buon senso e la dignità lo impongono”.
Le critiche dell’opposizione
Il capogruppo di AVS, Peppe De Cristofaro, in un intervento al Senato nel maggio 2025, attacca: “La Meloni può raccontarla come vuole, ma la subalternità della destra nei confronti dell’amministrazione americana è clamorosa. Meloni è l’unico presidente del consiglio che non ha pronunciato neanche mezza parola su Gaza. Nulla, silenzio più totale”.
E ancora: “Nel Paese dei bassi salari, con migliaia di giovani che se ne vanno via ogni anno, il governo Meloni butta dalla finestra alcune decine di miliardi per ingrassare la lobby americana delle armi e del gas. Una scelta davvero poco patriottica”.
10-COSA CI GUADAGNANO I POPOLI?
Dopo aver analizzato strategie, infrastrutture e giochi di potere, viene la domanda più importante: cosa guadagnano i cittadini italiani ed europei da questo scenario? E, più a fondo: ne vale la pena?
I benefici per per i cittadini?
Se la strategia funzionasse, i benefici potrebbero essere:
| Beneficio | Descrizione |
|---|---|
| Sicurezza energetica | Minor rischio di blackout o razionamenti |
| Diversificazione delle fonti | Non si dipende da un unico fornitore |
| Stabilità dei prezzi | Minore volatilità delle bollette |
| Decarbonizzazione | L’idrogeno verde potrà sostituire il gas fossile |
| Occupazione | Migliaia di posti di lavoro nelle infrastrutture |
| Ruolo geopolitico | L’Italia diventa un attore centrale in Europa |
I costi per i cittadini
Ma i benefici hanno un prezzo:
| Costo | Descrizione | Chi lo paga |
|---|---|---|
| Bollette più alte | Il GNL americano costa fino al 30% in più del gas russo via tubo | Famiglie e imprese |
| Inflazione strutturale | L’energia più cara si riflette su tutti i beni di consumo | Tutti i cittadini |
| Debito pubblico | Gli investimenti infrastrutturali aumentano il debito | Le generazioni future |
| Transizione ritardata | Più investimenti nel gas fossile rallentano le rinnovabili | L’ambiente e il clima |
| Costo geopolitico | L’allineamento con USA e Israele espone a ritorsioni | La sicurezza collettiva |
Come denuncia Angelo Bonelli (AVS): “Il governo Meloni ha sostituito una dipendenza (dalla Russia) con un’altra (dagli USA), rinunciando a una vera autonomia energetica fondata sulle rinnovabili. Il risultato sono bollette più care e un futuro climatico compromesso”.
Il paradosso dell’idrogeno
Lapo Pistelli (Eni) ha dichiarato che l’idrogeno verde ha ancora “costi molto elevati” e che “rischiamo di investire in un vettore che aiuta la decarbonizzazione a discapito della competitività delle imprese”. In altre parole: l’idrogeno sarà pulito ma costoso; il costo lo pagheranno i cittadini.
11-IL COSTO UMANO DI 75 ANNI DI GEOPOLITICA ENERGETICA
Facciamo un bilancio sommario di questi 75 anni:
| Conflitto/Crisi | Anni | Morti stimate (minime) | Obiettivo energetico |
|---|---|---|---|
| Iran (colpo di Stato CIA) | 1953 | Migliaia | Controllo petrolio iraniano |
| Crisi di Suez | 1956 | Oltre 3.000 | Controllo canale e rotte |
| Guerra del Kippur/Embargo | 1973 | Oltre 15.000 | Leva petrolifera araba |
| Rivoluzione iraniana | 1979 | Decine di migliaia | Perdita controllo occidentale |
| Guerra Iran-Iraq | 1980-88 | Oltre 500.000 | Egemonia regionale e petrolio |
| Prima Guerra del Golfo | 1990-91 | Oltre 40.000 | Liberazione Kuwait (petrolio) |
| Seconda Guerra del Golfo | 2003-2011 | Oltre 200.000 | Ridefinizione equilibri energetici |
| Guerra in Libia | 2011-oggi | Decine di migliaia | Controllo petrolio libico |
| Guerra in Ucraina | 2022-oggi | Oltre 200.000 | Gas e ridefinizione equilibri |
| Guerra a Gaza | 2023-oggi | Oltre 70.000 | Controllo giacimenti Gaza Marine |
| TOTALE (stima minima) | Oltre 1.500.000 |
A questi numeri vanno aggiunti i milioni di profughi, le distruzioni, il terrorismo, l’instabilità cronica, e il costo economico: migliaia di miliardi di dollari spesi in guerre e armamenti.
12-GLI EFFETTI PER LE GENERAZIONI FUTURE
Ora veniamo alla domanda più importante: che effetti avrà tutto questo sui nostri figli e nipoti?
Se la strategia funziona
Vantaggi:
Svantaggi:
Se la strategia fallisce
Rischi:
La questione climatica: l’eredità più pesante
L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) è chiara: per mantenere il riscaldamento globale entro 1,5°C, non si possono sviluppare nuovi giacimenti di fossili. Eppure, il piano che abbiamo descritto prevede nuove esplorazioni, nuove infrastrutture, nuovi contratti pluriennali che ci legheranno al gas per decenni.
Il paradosso: stiamo costruendo infrastrutture per l’idrogeno (pulito) ma nel frattempo moltiplichiamo quelle per il gas (fossile). Il rischio è di restare intrappolati in un sistema che ritarda la vera transizione.
13-UNA RIFLESSIONE FINALE
Da un lato, nessun paese può rinunciare alla sicurezza energetica. In un mondo instabile, garantire luce, riscaldamento e carburante alle famiglie e alle imprese è un dovere primario di ogni governo.
Dall’altro lato, il prezzo pagato in 75 anni è stato immane. Un milione e mezzo di morti, milioni di profughi, intere regioni devastate. E tutto per cosa? Per garantire che in Europa si accenda una luce? Per permettere a pochi di arricchirsi con il commercio dell’energia?
La verità è che l’energia è insieme alla necessità e maledizione, senza di essa la nostra civiltà si ferma e chi la controlla ha un potere immenso ma questo potere genera conflitti, corruzione e disuguaglianze.
Cosa possiamo capire?
“possiamo fare diversamente?”.
Possiamo immaginare un futuro in cui l’energia non sia più motivo di conflitto, ma strumento di cooperazione?
I giacimenti di Gaza possono diventare un opportunità di sviluppo per i palestinesi e non un ulteriore motivo di guerra?
Il Mediterraneo può tornare ad essere un mare di scambi e non di basi militari?
Le strategie che abbiamo descritto sono il frutto di scelte disumane.
La vera lezione di questi 75 anni è che l’energia non dovrebbe mai essere un’arma, perché quando lo diventa a pagare sono sempre i più deboli: i popoli dei paesi produttori, sfruttati e dimenticati; i cittadini dei paesi consumatori, con bollette salate e guerre lontane; e le generazioni future, che erediteranno un pianeta più caldo e un mondo più diviso.
Se c’è un guadagno che vale la pena perseguire, non è quello economico o geopolitico è la pace ed è gratis.
14-DOMANDE PER IL FUTURO
Fonti: Limes n. 3/1999 (“Israele e Turchia” e “La Turchia nei giochi del petrolio”); Report energetici Snam 2022-2026 e 2025-2029; accordi Eni 2025-2026 con Egitto e Cipro; AP News su accordo Israele-Egitto (16/12/2025); Global Energy Mon
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