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Le Paure Americane nell’ Italia del 1957
Un documento desecretato mostra come Washington vedesse Enrico Mattei non come un imprenditore, ma come una «minaccia» agli interessi USA in Italia e al sistema petrolifero globale. Dietro una formale visita del Ministro Pella, si nascondeva lo scontro tra due modelli di capitalismo.
25 settembre 1957, Washington D.C. – Il Ministro degli Esteri italiano, Giuseppe Pella, arriva alla stazione Union Station accolto dal Capo del Protocollo americano. Il suo programma è fitto di incontri di alto livello: il Segretario di Stato John Foster Dulles, il Segretario al Tesoro, una conferenza stampa. Formalmente, si parla di NATO, consultazione tra alleati, aiuti all’immigrazione italiana. Ma secondo un memorandum segreto del Dipartimento di Stato, desecretato, l’elefante nella stanza aveva un nome ben preciso: Enrico Mattei.
Il documento, preparato per Dulles dal Vicesegretario per gli Affari Europei C. Burke Elbrick, rivela il vero livello di allarme che l’accordo petrolifero stretto da Mattei, presidente dell’ENI, con lo Scià di Persia, stava generando nei circoli del potere americano. Non si trattava di una semplice contrattazione commerciale, ma di una minaccia sistemica agli interessi strategici ed economici degli Stati Uniti, sia in Italia che nel delicato scenario mediorientale.
La Scenografia dell’Incontro e la Vera Agenda
Il memorandum, oggi conservato negli Archivi Nazionali USA (RG 59), fornisce a Dulles un copione dettagliato. Per ogni punto che Pella avrebbe sollevato, c’è una risposta calibrata e spesso evasiva.
L’analisi preparatoria per Dulles non lascia spazio a equivoci. In un estratto del rapporto dell’Operations Coordinating Board (OCB) – un organismo del Consiglio di Sicurezza Nazionale – allegato al memo, Mattei viene definito senza mezzi termini una “minaccia” (“Mattei is a threat to United States policy objectives”).
Il «Caso Mattei»: Perché Spaventava Così Tanto Washington?
L’analisi dell’intelligence americana articola l’accusa su due fronti: uno interno all’Italia e uno internazionale.
1. La Minaccia all’Italia Democratica e al Mercato
Mattei viene dipinto come un attore che usa il potere economico dell’ENI, ente statale, contro lo Stato stesso. Viene accusato di usare “ricatto e corruzione” per influenzare il governo italiano, mettendo a rischio “il corretto funzionamento della democrazia italiana”. Inoltre, la sua espansione nei settori chimico e nucleare ha l’obiettivo di “frustrare l’espansione dell’impresa privata” in Italia, danneggiando gli investimenti americani. Infine, si sostiene che finanzi con fondi ENI giornali neutralisti critici verso gli USA e il Partito Socialista.
2. La Bomba ad Orologeria per il Sistema Petrolifero Globale
Ma è l’accordo con l’Iran il vero casus belli. L’accordo, in via di ratifica, garantiva a Tehran il 75% dei profitti (50% diretto al governo e 25% tramite la compagnia nazionale NIOC), stracciando il sacro principio 50-50 su cui si reggevano le concessioni delle “Sette Sorelle”.
Il rapporto avverte: questo accordo “contiene i germi di una possibile interruzione dello sviluppo politico ed economico ordinario nel mondo produttore di petrolio”. In parole povere: temono che crei un precedente rivoluzionario, inducendo altri paesi produttori a chiedere condizioni analoghe, destabilizzando il controllo occidentale sul greggio. Viene anche notato che Mattei sta cercando accordi simili con Libia, Arabia Saudita e Marocco, e che ha collaborato con il nazionalista egiziano Nasser.
Pella: Un Interlocutore Affidabile Ma Debole
La lunga biografia di Pella allegata al memo dipinge il Ministro come un tecnico di valore ma un politico di modesto spessore. Figlio di contadini, self-made man, esperto di finanza, viene descritto con “modesti doni politici”. Gli analisti USA notano che il suo recente “neo-atlantismo” e le sue dichiarazioni filo-USA sono in parte una mossa difensiva contro le spinte autonomiste del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi.
Pella, insomma, è visto come un alleato fedele ma incapace di risolvere il vero problema: controllare Mattei. Il governo italiano, osserva cinicamente il rapporto, per calcoli elettorali difficilmente prenderà iniziative per frenare il presidente dell’ENI.
Uno Scontro di Paradigmi, non Solo di Interessi
Il documento rivela che lo scontro andava oltre la contesa per un contratto petrolifero. Era uno scontro tra due modelli di capitalismo e di influenza globale.
Da una parte, il modello americano: basato su multinazionali private, accordi di concessione stabili (50-50), e un’alleanza atlantica gerarchica. Dall’altra, il “modello Mattei”: capitalismo di Stato, partnership diretta e più favorevoli ai paesi produttori, ricerca di autonomia energetica e di un ruolo politico autonomo per l’Italia nello scacchiere mediorientale.
Per Washington, Mattei non era solo un nazionalista italiano irrequieto. Era il cavallo di Troia di un nuovo ordine economico che minacciava direttamente la loro egemonia.
Conclusioni: Una Profezia Parzialmente Avverata
Le istruzioni finali a Dulles sono emblematiche: cordialità formale con Pella, silenzio pubblico su Mattei, massima allerta privata. Una schizofrenia strategica dettata dalla necessità di non umiliare un governo alleato mentre se ne temevano le derive.
La storia darà un verdetto complesso. Mattei non riuscirà a scalzare le Major, e l’ENI non rivoluzionerà il sistema. Tuttavia, la paura americana che l’accordo con l’Iran potesse incrinare il principio 50-50 si rivelerà profetica. Quell’accordo fu un fondamentale precursore delle rivendicazioni che, negli anni ’70, portarono alle nazionalizzazioni di massa delle risorse petrolifere nel Medio Oriente e alla fine dell’era delle concessioni coloniali.
Il memorandum del 25 settembre 1957 rimane quindi una finestra eccezionale su un momento in cui la Guerra Fredda si giocava non solo sui carri armati a Berlino, ma anche sulle pipeline in Persia e nelle sale del potere di Roma.
Fonte: National Archives and Records Administration (NARA), RG 59, General Records of the Department of State, Memorandum from C. Burke Elbrick to the Secretary of State, “Your Appointment with Italian Foreign Minister Giuseppe Pella”, September 25, 1957, Secret (Declassified).
Keywords: Enrico Mattei, ENI, Guerra Fredda, Petrolio, Relazioni Italia-USA, 1957, John Foster Dulles, Giuseppe Pella, Accordo petrolifero Iran-Italia, Sette Sorelle.
L’Architetto dell’Ombra: La Missione Segreta che Creò l’Alleanza Israele-Iran
Sotto la copertura della Guerra Fredda, un diplomatico visionario costruì una delle relazioni più strategiche e segrete del Medio Oriente. Una storia di petrolio, spie e realpolitik che durò fino alla rivoluzione islamica.
Prologo: La Crisi che Cambio’ Tutto (Novembre 1956)
Nell’autunno del 1956, mentre il mondo aveva gli occhi puntati sul Canale di Suez, Israele affrontava una minaccia più silenziosa ma ugualmente letale: il blocco totale del suo approvvigionamento petrolifero. L’Unione Sovietica aveva appena imposto un embargo totale, e le compagnie occidentali – Shell e British Petroleum – riducevano drasticamente le forniture.
Nei bunker di Tel Aviv, le previsioni erano apocalittiche: entro aprile 1957, le riserve di petrolio si sarebbero esaurite, fermando centrali elettriche, industrie, trasporti. Fu in questa atmosfera di emergenza nazionale che emerse l’idea apparentemente folle di Zvi Doriel, un diplomatico di origine russa di stanza a Teheran: “Dobbiamo convincere l’Iran dello Scià a diventare il nostro fornitore principale, ma deve rimanere un segreto assoluto”.
Parte 1: L’Uomo che Sapeva Aspettare (1956-1957)
La Dottrina Doriel
Doriel non era un diplomatico convenzionale. Con il volto segnato da anni in Unione Soviete e l’accento russo ancora percettibile, capiva meglio di chiunque altro a Gerusalemme la mentalità persiana. La sua analisi, inviata in un dispaccio cifrato nel gennaio 1957, divenne la bibbia della politica israeliana verso l’Iran:
“Gli interessi della nostra compagnia petrolifera in Persia ammontano a 11 milioni di dollari – un terzo della nostra spesa nazionale per il petrolio. Nessuna azienda seria al mondo lascerebbe tali interessi al caso. Dobbiamo smettere di essere avari su spese necessarie: un piccolo risparmio oggi potrebbe costarci una perdita enorme domani.”
La sua strategia si basava su tre pilastri:
La Prima Nave e lo Scandalo
L’11 marzo 1957, la petroliera Carnarvon attraccò a Eilat con il primo carico di greggio iraniano. La notizia trapelò sul TIME, citando “un funzionario israeliano imprudente”. Il panico si diffuse a Teheran.
Il Ministro degli Esteri iraniano rilasciò immediatamente un comunicato: “La NIOC ha chiarito che non fornisce petrolio a Israele e ha comunicato questa politica alle società del consorzio.” Era la prima, perfetta dimostrazione della doppia verità che sarebbe durata vent’anni: negazione pubblica, affari privati.
Doriel, nella sua residenza di Teheran, scrisse ai superiori: “Qui regna la festa. La gente balla per strada, mentre io bevo tè sorridendo, con la testa piena di petroliere, telegrammi cifrati e la paura costante che tutto possa crollare.”
Parte 2: Il Sistema Tripartito (1958-1960)
L’Accordo nel Palazzo dello Scià
Nell’agosto 1958, in piena notte, una delegazione israeliana guidata dal ministro Levi Eshkol entrò segretamente nel Palazzo di Saadabad a Teheran. L’accordo che ne seguì era un capolavoro di realpolitik:
L’Arrivo degli Uomini Ombra
Mentre Doriel costruiva l’architettura economica, altri due israeliani arrivarono a Teheran per creare il pilastro sicurezza:
La divisione del lavoro era chiara: Doriel (petrolio e diplomazia), Nimrodi (sicurezza e intelligence), Ezri (soft power e politica). Tutti e tre rispondevano, in modi diversi, allo Scià Mohammad Reza Pahlavi, che dall’alto autorizzava ogni mossa.
La Crisi Italiana (1961)
Un episodio minore ma rivelatore avvenne nel 1961, quando una compagnia petrolifera italiana (probabilmente l’AGIP di Enrico Mattei) scoprì un giacimento offshore per conto della NIOC.
Gli iraniani, incapaci di vendere quel petrolio “di prova” al prezzo pieno, si rivolsero a Israele: “Acquistate 60.000 tonnellate al prezzo ufficiale – è un affare nazionale che ci aiuterà con i negoziati con gli italiani.”
Doriel consigliò di accettare, nonostante il sovrapprezzo: “Dobbiamo dimostrare di essere partner affidabili, non solo quando conviene a noi.” Israele pagò, consolidando ulteriormente la fiducia della NIOC.
Parte 3: L’Apogeo e le Crepe (1962-1968)
La Macchina Perfetta
Entro il 1963, il sistema funzionava a pieno regime:
Il Paradosso del Successo
Più la relazione diventava profonda, più l’Iran insisteva sulla negazione pubblica. Quando nel 1965 l’Iraj Timuri, rappresentante iraniano non ufficiale a Tel Aviv, fu costretto a tornare a Teheran “per non irritare gli arabi”, Doriel commentò amaramente: “Siamo prigionieri della nostra stessa finzione. Abbiamo costruito una realtà così solida che non possono permettersi di riconoscerla.”
Il Grande Oleodotto e il Tramonto
Il culmine arrivò dopo la Guerra dei Sei Giorni (1967), con la firma dell’accordo per il Grande Oleodotto Eilat-Ashdod, il progetto infrastrutturale che simboleggiava la maturità della partnership.
Nel febbraio 1968, dopo 12 anni di servizio continuativo – un record assoluto nella diplomazia israeliana – Zvi Doriel lasciò Teheran. Al suo addio, un alto funzionario della NIOC gli confessò: “Lei ha creato qualcosa che sopravviverà a tutti noi.”
Si sbagliava.
Epilogo: La Fine di un Mondo (1979)
L’11 febbraio 1979, l’Ayatollah Khomeini tornò a Teheran. Una delle prime decisioni del nuovo regime fu di interrompere ogni rapporto con “l’entità sionista”. L’intera architettura costruita in vent’anni – accordi petroliferi segreti, collaborazione intelligence, investimenti infrastrutturali – venne cancellata da un giorno all’altro.
Zvi Doriel, ormai in pensione, osservò il crollo da Parigi. Morì il 17 ottobre 1979, esattamente otto mesi dopo la rivoluzione, forse risparmiato dall’assistere alla trasformazione dell’Iran da alleato strategico in acerrimo nemico.
Personaggi Principali:
Lato Israeliano:
Lato Iraniano:
Attori Internazionali:
Conclusioni: Lezioni di una Diplomazia Segreta
La storia narrata da Uri Bialer attraverso i documenti d’archivio di Doriel offre diverse lezioni ancora attuali:
Oggi, mentre Israele e Iran si minacciano reciprocamente attraverso comunicati e cyberattacchi, la storia di Doriel sembra quasi un racconto fantastico di un mondo perduto. Eppure, nelle stanze dei servizi segreti e dei ministeri dell’energia di entrambi i paesi, qualcuno ricorda ancora che le relazioni internazionali sono raramente solo bianco o nero – spesso sono dominate dalle infinite sfumature dell’ombra, dove per due decenni Israele e Iran costruirono insieme il loro destino, prima di decidere di diventare nemici giurati.
Questo articolo si basa esclusivamente su documenti d’archivio disponibili pubblicamente o ottenuti tramite accesso agli archivi storici. In caso di errori pregasi di segnalarli per la correzione.
i precedenti:
La Supor e la piccola petroliera “Miriella” che fece impazzire gli inglesi
1951 – L’Intuizione
1952 – L’Accordo e la Corsa
1953 – Il Successo e il primo Ostacolo
1954-1955 – La Guerra Commerciale
1956-1957 – La Crisi e il Salvataggio
Anni ’60 – L’Eredità e le Nuove Carriere
Anni ’70 – Il Tramonto
La Vera Vittoria: La Supor perse come azienda petrolifera, ma vinse come pioniere: aprì la prima rotta commerciale stabile Italia-Iran, un canale che sopravvisse decenni, gettando le basi per i rapporti economici futuri. Una storia di visionari, finanzieri, marinai, tecnici e politici, uniti per sfidare l’impossibile.
(Nota di aggiornamento): *La figura di Carlo Sarchi, coinvolto nella gestione operativa della Supor, ebbe un ruolo di primo piano nel successivo sviluppo delle relazioni petrolifere italiane. Dopo l’esperienza Supor, Sarchi entrò in Agip, diventando nel 1962 Direttore Generale di Agip Iran a Teheran. In seguito, fu l’uomo chiave dell’ENI nelle trattative più delicate in Medio Oriente, incluso il “contratto parallelo” con l’Arabia Saudita al centro del successivo scandalo Eni-Petromin. Per un approfondimento sul suo percorso si veda Donato Speroni,* Intrigo Saudita. Petrolio, affari e spie: la vera storia del caso Eni-Petromin, Rizzoli, 2021.
Protagonisti ed Aziende della Vicenda Supor
1. I Fondatori e gli Architetti dell’Operazione
2. I Finanziatori e il Gruppo di Comando Italiano
3. La Compagnia Petrolifera di Stato Iraniana
4. Gli Avversari: Il Blocco Britannico
5. I Clienti ed il Mercato: Le “Sette Sorelle” che NON fecero cartello
6. Il Salvataggio di Stato: La Politica Italiana
7. Le Navi e gli Armatori: L’Aspetto Operativo
8. Le Aziende Italiane nel Baratto “Merci contro Petrolio”
In sintesi: La vicenda Supor fu un intreccio tra un’avventura privata (Soubotian), il capitalismo nazionale (Consorzio Carbonifero), tecnici di talento (Sarchi), la politica energetica (Andreotti), il boicottaggio di una ex potenza coloniale (AIOC/GB), e il pragmatismo delle major petrolifere (Esso, Shell) che, quando conveniva, commerciavano anche con il “nemico”.
L’avventuroso viaggio della nave italiana nel 1953 è leggenda. Meno nota è la battaglia legale che ne seguì, conclusa da una sentenza del Tribunale di Roma che cambiò le regole del diritto internazionale.
La storia della motonave Miriella e del suo capitano Mazzeo sembra uscita da un film di spionaggio. Era il 1952, e la nave, noleggiata dalla Compagnia Italiana Trasporti Marittimi, si infilò nel Golfo Persico sotto il naso della Royal Navy per caricare a Abadan il primo petrolio iraniano nazionalizzato da Mohammad Mossadeq. Con un’abile mossa (una falsa rotta di 180 gradi per ingannare un incrociatore britannico), la Miriella divenne un simbolo: quello dell’Italia che sfidava il monopolio delle “Sette Sorelle” per cercare energia a condizioni autonome.
Ma l’avventura in mare era solo il prologo. Il vero scontro, tecnico e spietato, si sarebbe combattuto nei tribunali italiani, e la sua posta in gioco non era una sola nave, ma la legittimità stessa del commercio del petrolio post-coloniale. Una sentenza del Tribunale Civile di Roma del 14 luglio 1954, recentemente riemersa dagli archivi, ci racconta il capitolo decisivo di quello scontro, con un esito che ha fatto scuola nel diritto internazionale.
Dalla Festa di Abadan al Sequestro di Venezia
Dopo una festa trionfale ad Abadan con Mossadeq in persona, la Miriella tornò in Italia carica di fuel oil. Ad attenderla a Venezia, il 28 gennaio 1953, c’erano gli ufficiali giudiziari e un sequestro richiesto dalla Anglo-Iranian Oil Company (AIOC, futura BP), che considerava quel petrolio di sua proprietà, “rubato” dalle leggi di Mossadeq. Per la società italiana acquirente, la SUPOR (Società Unione Petrolifera per l’Oriente), iniziò una guerra legale su due fronti: uno locale e immediato, l’altro strategico e globale.
Il primo round fu vinto in fretta: l’11 aprile 1953 il Tribunale di Venezia diede ragione alla SUPOR, sciolse il sequestro e permise alla Miriella e ad altre navi (Alba, Brezza, Salso) di compiere 47 viaggi, portando in Italia oltre 420.000 tonnellate di greggio iraniano.
La Controffensiva Britannica e il Processo a Roma
L’AIOC non si arrese. Anzi, alzò il livello dello scontro:
La questione posta ai giudici romani era tecnicissima ma dalle conseguenze enormi: le leggi di nazionalizzazione iraniane del 1951, che avevano espropriato l’AIOC, potevano essere riconosciute in Italia? O erano contrarie all’ordine pubblico e al diritto internazionale, come sosteneva la compagnia britannica?
La Sentenza-Manifesto del 1954: Due Princìpi Chiave
La sentenza della Prima Sezione del Tribunale, presieduta dal giudice Marie Elia, è un capolavoro di rigore giuridico che evita ogni deriva politica. I giudici smontano le tesi dell’AIOC su due pilastri:
Le Conseguenze: Un’Ombra Legale Dissipata
La sentenza fu una vittoria giuridica totale per la SUPOR. Ecco perché:
Perché Allora la SUPOR Fallì?
Il paradosso è che, nonostante questa vittoria epocale in tribunale, l’avventura della SUPOR si esaurì pochi anni dopo. I motivi furono commerciali e geopolitici, non giuridici:
Un’Eredità che Va Oltre il Petrolio
La sentenza “Miriella” del 1954 è molto più della conclusione di un’avventura commerciale. È un documento che:
Oggi, quella sentenza ci ricorda che le battaglie per il controllo delle risorse passano non solo per le rotte marine e i pozzi, ma anche per le aule di tribunale, dove le parole dei giudici possono essere altrettanto decisive dei cannoni degli incrociatori.
Box di Approfondimento: I Protagonisti
(Fonti: Sentenza 14 luglio 1954, Trib. Civ. Roma; archivi storici Eni; ricostruzioni storiche sulla crisi iraniana.)
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