Sito ufficiale del teologo Vito Mancuso
I temi di attualità e le storie del territorio raccontate da grandi ospiti e dalle firme de La Stampa. ETICA E MORALE DELL’AI Vito Mancuso, teologo laico e filosofo e Alessandro Vespignani, fisico informatico. Iscrizioni al link
CADEO (PC) venerdì 26 giugno, Castello di Cadeo ore 21:00
«Una vita in ricerca» conversazione con il teologo Vito Mancuso a partire dal libro “Gesù e Cristo”. Ingresso gratuito.
MACERATA venerdì 3 luglio Piazza Vittorio Veneto (in caso di maltempo Cinema Italia) ore 21:15
Nell’ambito della XVI edizione di Macerata Racconta, Vito Mancuso: «Tra Umano e Divino», Gesù e Cristo l’attrazione trascendente. Introduce Loredana Lipperini. Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti.
FANO (PU) sabato 25 luglio, Arena BCC Strada Petruccia 16, ore 21:15
Cultura sotto le stelle, prima edizione 2026; Vito Mancuso: «Il senso della vita al tempo dell’Intelligenza Artificiale».
Il teologo: «Ha incarnato la Chiesa più conservatrice, coerente fino alla fine. Sul caso Welby prese una decisione terribile». Intervista di Francesco Bei a Vito Mancuso pubblicata su Repubblica del 18 giugno 2026.
Agli Antipodi di Martini [PDF]
Il teologo Vito Mancuso individua in Camillo Ruini il campione di quella parte della Chiesa più conservatrice che ha cercato in tutti i modi di frenare le potenzialità del Concilio Vaticano II. Un uomo di destra, non solo nella politica italiana ma anche sul lato ecclesiale, contrapposto all'ala progressista che si riconosceva nell'arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini.
Camillo Ruini era un conservatore in politica, sostenitore dei governi Berlusconi, amico di Salvini e, da ultimo, ammiratore di Meloni. E dal punto di vista teologico?
«Perfettamente in linea con le considerazioni di taglio politico. Del resto era un uomo intelligente, razionale, amava l'ordine, la linearità. Un uomo così non avrebbe potuto avere due registri diversi. E quindi la linea della conservazione politica rispecchiava perfettamente quella della conservazione ecclesiale» …
Chi era davvero Ruini e cosa ha rappresentato nella Chiesa italiana?
«È stato l'uomo che ha incarnato alla perfezione la linea conservatrice di addomesticamento rispetto alle innovazioni del Vaticano secondo».
Qual è stato l'atteggiamento di Ruini rispetto al Concilio?
«La realtà è che nel Concilio ci fu una maggioranza e una minoranza. E, a sua volta, la maggioranza era, per così dire, variegata. C'era chi riteneva il Concilio non un punto di arrivo ma un punto di partenza per un rinnovamento ancora più ampio e quelli invece che no, abbiamo fatto fin troppo a spingerci così».
E il Papa da che parte stava?
«Paolo VI incarnò questa seconda tendenza più conservatrice. La Humanae Vitae, l'enciclica del 1968 sulla morale sessuale, con la condanna della contraccezione, è praticamente la pietra tombale sulla possibilità che la riforma effettiva del Concilio toccasse in maniera coerente la vita concreta dei cattolici».
Ruini è stato un continuatore di questa linea?
«Certamente, mentre Martini, il principale esponente della linea progressista, non esitò nelle sue Conversazioni notturne a Gerusalemme, pubblicate nel 2009, quando ormai si era spogliato di ogni carica, a dire che Paolo VI sbagliò a pubblicare in quei termini l'Humanae Vitae».
Possiamo dire che la linea di Ruini fosse anticonciliare, contro lo spirito del Vaticano II?
«Non si può arrivare a dire questo, ma sta in quella linea di… ammorbidimento. Non avrebbe potuto fare la carriera che ha fatto se fosse stato un oppositore del Concilio. Ma è stato un frenatore delle potenzialità di quella svolta».
Tra Carlo Maria Martini e Ruini che rapporti c'erano?
«Di grande freddezza. Quando Camillo Ruini negò a Piergiorgio Welby i funerali religiosi, pur essendo la coppia Welby formata da praticanti cattolici, Martini, sul domenicale del Sole 24 Ore, prese le distanze da quella decisione terribile, una delle pagine più nere dell'operato di Ruini. Lo fece a modo suo, in maniera garbata, ma la sostanza era ferma».
Ci furono altri scontri?
«Martini rilasciò a Ignazio Marino, su L'Espresso, una famosa intervista proprio sulle questioni bioetiche. All'indomani, uscì una nota durissima della Cei».
Ruini è quello dei valori non negoziabili, è il presidente della Cei applaudito dai teocon. Schierare la Chiesa italiana con la destra berlusconiana cosa ha comportato?
«Guardando come stanno le cose oggi in ordine alla Chiesa italiana, la sua rilevanza, mi sembra proprio che non ci siano stati grandi vantaggi da quel tipo di scelta politica».
I fautori della linea opposta a quella di Ruini cosa pensavano?
«Che occorresse prendere atto della secolarizzazione della società. E quindi fare una scelta religiosa, culturale, di attenzione e dialogo con i non credenti, con le altre religioni, di attenzione ai problemi del mondo. Questa è una scelta religiosa».
Se vogliamo, la Chiesa di papa Francesco che ha fatto questo, no?
«Sì, ed è per questo motivo che Ruini detestava Francesco. Detestava forse una parola un po' troppo forte, di sicuro non gli piaceva».
Con l'elezione di Robert Prevost, Ruini invece era contento. Aveva ritrovato il suo Papa dopo la parentesi argentina?
«Credo di sì. Prevost deve la sua fortuna, da un mese a questa parte, agli attacchi di Donald Trump. Prima però era stato il Papa che aveva scelto di andare a Montecarlo… Probabilmente oggi è la persona giusta: in un mondo dominato da politici che si presentano come leoni, avere un Leone mansueto ed erbivoro è quello che ci vuole per la Chiesa».
Prevost potrebbe mettere d'accordo i sostenitori di Martini e di Ruini?
«C'era bisogno, dopo il disordine lasciato da Francesco, di una persona che dialogasse con tutti. E quindi sì, potrebbe essere tanto il Papa di Ruini quanto quello di Martini. Un Papa della riconciliazione, che dà tranquillità».
Nell’ambito del Taormina Book Festival 2026, lectio del prof. Vito Mancuso dal titolo: «Avere fede nella fiducia». Ingresso con prenotazione.
CUNEO mercoledì 24 giugno 2026 Teatro Toselli – via Teatro Giovanni Toselli, 9 – ore 17:00
I temi di attualità e le storie del territorio raccontate da grandi ospiti e dalle firme de La Stampa. ETICA E MORALE DELL’AI Vito Mancuso, teologo laico e filosofo e Alessandro Vespignani, fisico informatico. Iscrizioni al link
CADEO (PC) venerdì 26 giugno, Castello di Cadeo ore 21:00
«Una vita in ricerca» conversazione con il teologo Vito Mancuso a partire dal libro “Gesù e Cristo”. Ingresso gratuito.
MACERATA venerdì 3 luglio Piazza Vittorio Veneto (in caso di maltempo Cinema Italia) ore 21:15
Nell’ambito della XVI edizione di Macerata Racconta, Vito Mancuso: «Tra Umano e Divino», Gesù e Cristo l’attrazione trascendente. Introduce Loredana Lipperini. Ingresso libero senza prenotazione fino ad esaurimento posti.
FANO (PU) sabato 25 luglio, Arena BCC Strada Petruccia 16, ore 21:15
Cultura sotto le stelle, prima edizione 2026; Vito Mancuso: «Il senso della vita al tempo dell’Intelligenza Artificiale».
Articolo di Giovanni Colombo, già responsabile dei giovani di Azione Cattolica della Diocesi di Milano e consigliere comunale di Milano.
Ha lasciato questa terra di terra e sassi colui che è stato il capo della Chiesa italiana per più di trent’anni. Eminence, come lo chiamava scherzosamente la Littizzetto, dal 1991, per 16 anni, ha guidato la Conferenza Episcopale italiana. Ma già dal 1986, da segretario, ha comandato. E la sua influenza sì è stesa pure sui dieci anni di presidenza del suo successore, il fido cardinal Bagnasco…
Di lui ho tre ricordi personali. Nel 1977, quando era ancora il don Camillo alla guida degli Studenti Democratici di Reggio Emilia e io un adolescente in cerca d’autore, lo vidi sottrarsi alla sottoscrizione del manifesto del costituendo Coordinamento Interregionale Studenti – promosso dal Gruppo Confronto di Milano per riunire alcuni gruppi studenteschi di ispirazione cristiana del Nord Italia – perché il testo gli suonava troppo di sinistra. Nel 1989, alla fine di una tristissima vicenda, pose il suo veto alla mia nomina a responsabile nazionale dei giovani di Ac perché “Colombo non può promuovere la comunione ecclesiale” (per forza, ero della diocesi del Cardinal Martini). Nel 1990, quando fu lui stesso per qualche mese assistente della Azione Cattolica Italiana, diede queste consegne al Consiglio Nazionale: obbedite ai preti (cioè a me), non fate politica (ovvero lasciatela a me), non litigate con gli altri movimenti (quindi fidatevi di me che so come trattarli).
Tre episodi che, nel piccolo, dicono tre aspetti fondamentali del suo modo di procedere. Anticomunismo viscerale: vedeva Pepponi da tutte le parti. Ortodossia inossidabile: fedele esecutore della linea wojtyliana, voleva una Chiesa disciplinata e forza sociale, in cui ovviamente non c’era più posto per un laicato vivace e intelligente. Centralismo ferreo: controllava tutto, ma proprio tutto, dall’articolino sulla stampa alle nomine dei vescovi. Non si muoveva foglia senza il suo placet. In un trentennio il cardinal Ruini (da ora in poi “lui”) ha provato di tutto per contare nella vita sociale e politica. Ha sostenuto per anni l’insostenibile, ovvero la Dc compromessa con la corruzione e le mafie. Preso atto con grande ritardo che la stagione dell’unità politica era finita per sempre, ha inventato una serie di sigle dipendenti direttamente da “lui”, pronte a muoversi ad un suo cenno: Progetto Culturale, Forum delle famiglie, Retinopera, Comitato Scienza e Vita (quest’ultimo fondamentale per la sua campagna astensionista sul referendum sulla procreazione assistita del 2005). Alla guida di Avvenire e della televisione Sat 2000 (ora TV2000) per 20 anni ha blindato il suo amato Dino Boffo. Quando ha avuto bisogno di sponde nel mondo economico, si è affidato per anni alle mani di Giampiero Fiorani, l’amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, un vero cattolicomodello (chi se lo ricorda più?). In politica ha sempre preferito appoggiare Silvio, il libertino, piuttosto che Romano, il cattolico adulto di cui aveva celebrato le nozze. Quando ha fatto progetti in grande si è appoggiato ad Antonio Fazio, il governatore della Banca d’Italia (e quando Fazio nel 2005 venne coinvolto nelle inchieste bancarie sui “furbetti del quartierino”, “lui” non fece un plissé, e subito ripartì con le telefonate, candidando alle politiche del 2006 alcuni suoi fiduciari). Non ha voluto dare il funerale religioso al povero Welby. Ha organizzato in prima persona il Family Day del 12 maggio 2007 contro i Dico, il progetto di legge sulle unioni civili proposto dal governo dell’Ulivo. Da pensionato non ha fatto mai mancare il suo puntuale sostegno al centrodestra e le sue puntute critiche al pontificato di Francesco, tramite le immancabili interviste di Aldo Cazzullo (assurto al ruolo di suo portavoce).
L’aspetto che mi ha sempre colpito di “lui”, più che la contiguità con i poteri di tutti i tipi, è stata la disinvoltura nel far finta di niente. Ogni volta che un bubbone esplodeva e gli “amici” finivano nei guai, “lui” voltava pagina con freddezza, come era già successo con il crollo della Dc, senza mai fare i conti con la debolezza culturale prima ancora che spirituale ed etica che l’aveva portato a dare credito a personaggi senza scrupoli e ad affidare i progetti più ambiziosi a gente modesta. Al fine di combattere il relativismo con alleanze di ogni tipo, “lui”, la Chiesa, l’ha ampiamente relativizzata. Le ha fatto perdere autorevolezza. Ha contributo a svuotarla. Il suo dominio è stato così lungo e devastante che anche oggi la Chiesa italiana stenta a riprendersi, nonostante il papato di Francesco e l’azione in sede Cei dei cardinali Bassetti e Zuppi. L’Ac è esausta, Cl si ritrova divisa e commissariata, gli altri movimenti vivacchiano. Nelle parrocchie rimangono preti in crisi di identità e tanti vecchi meditabondi sulla morte vicina. Le donne vanno a far yoga, i giovani cercano fremiti altrove. I discorsi sulla sinodalità non incidono. Aumentano le messe con preti extracomunitari che parlano a stento l’italiano. E chissà quali altri dati ha in mano Papa Leo, che sta facendo fatica a trovare nuovi vescovi. Intanto “lui” è morto. Prendendo spunto dal finale dell’omelia dell’arcivescovo Delpini per il funerale di Silvio Berlusconi, mi vien da chiudere così: “In questo momento di cordoglio che cosa possiamo dire del cardinal Ruini? È stato un ecclesiastico assai importante: un desiderio di destra, un desiderio di potere, un desiderio di gloria. Ora incontra il giudizio di Dio.
Giovanni Colombo Milano, 17 giugno 2026
Prefazione al libro di Gabriele Goria Cosa Può fare il Silenzio – [PDF]
Cosa puo fare il silenzio – copertina
Sono sul treno che da La Spezia mi sta portando a Parma dove spero di arrivare in tempo per la coincidenza per Bologna che mi riporterà a casa. Ho appena concluso la lettura del dattiloscritto di Gabriele Goria di cui qualche mese fa ho accettato al buio di scrivere una prefazione. A proposito di buio, in questo momento il treno è in una galleria e la voce dell’altoparlante sta ricordando le istruzioni sui biglietti elettronici e altri dettagli informativi che si ripetono metodicamente e che avrò sentito già tre o quattro volte dalla partenza, ma è una bella giornata di sole e più che il buio delle gallerie, da cui peraltro in questo momento siamo già usciti, sono le immagini dei colli e dei torrenti, e della natura ormai quasi primaverile con i suoi primi fiori, a incidersi nei miei occhi …
Ho conosciuto Gabriele Goria grazie ad Armando Buonaiuto che ci convocò a Venezia sull’isola di San Servolo in occasione di un convegno residenziale di tre giorni denominato Officine di spiritualità. E in effetti la lettura di questo lavoro di Gabriele (con cui sull’isola non ho dovuto attendere molto per entrare in amicizia e che per questo chiamo per nome) mi ha dato proprio l’impressione di trovarmi all’interno di un’officina: di una grande stanza nella quale, più che escogitare nuovi esperimenti come in un laboratorio, si riparano le macchine che per un qualche guasto non funzionano più. Sintomatico è l’episodio della lavatrice raccontato dall’autore: aprire la propria psiche con un cacciavite invisibile, capirne la composizione e i meccanismi, e così aggiustare ciò che non va più, e poi, proprio come una vecchia lavatrice che funziona di nuovo e riprende a lavare gli indumenti, giungere a proferire azioni e parole pulite. Ecco il compito di questa “officina di spiritualità” rappresentata da questo bellissimo libro.
Ogni tanto dal finestrino scorgo dei fiori, i primi che la fine dell’inverno regala. Questo libro è un fiore che l’autore regala a ognuno di noi. Perché è proprio questo il mistero: che all’interno di un’umanità sempre più sterile, fredda, calcolatrice, avida e sconsolata, esistono ancora persone diverse che non hanno perduto la capacità di generare una vita diversa, non dominata dall’ego e dalla sua avidità ma dal senso del mistero della ricerca.
Ricerca di cosa? Un tempo si sarebbe risposto “di Dio”, oggi i più rispondono “di sé”: Gabriele va al di là di questa antitesi, superando sia la religiosità tradizionale che cercando Dio dimentica il sé (soprattutto il corpo e la sessualità), sia la psicologia contemporanea che cercando il sé dimentica Dio (l’idea più grande del nostro piccolo sé) e così cade in uno scontato individualismo narcisistico. Qual è quindi la ricerca condotta da Gabriele che si incontra in queste pagine? È la ricerca dell’autentico io, quello che diviene tale aprendosi all’essere, alla vita, alla natura, allo spirito; insomma, all’ulteriorità della trascendenza, intesa però non come “totalmente altro”, ma, esattamente al contrario, come “totalmente identico”. Al vertice di questa prospettiva, infatti, Dio e io coincidono: non perché l’io si è annullato per affermare Dio e neppure perché si è realizzato annullando Dio, ma perché ha trovato la sua autenticità scendendo in profondità dentro di sé e raggiungendo quella dimensione che il più alto pensiero filosofico e teologico denomina “coincidentia oppositorum”. Gabriele ne parla in termini di «vuoto pieno» (p. 20).
La prima persona singolare da lui utilizzata sistematicamente è per me, nella singolare prospettiva appena descritta, il certificato di garanzia dell’autentica esperienza spirituale: quella che non mira né all’incensamento dell’ego né alla sua distruzione, ma alla sua conversione, rinnovamento, fioritura. Noi infatti siamo qui per fiorire e dare frutti, e non c’è esistenza che non possa portare frutto.
Per questo il libro di Gabriele pullula di ricordi personali e di esperienze autobiografiche che si leggono con vero piacere. Eccolo bambino di quattro anni con i genitori nella sala di meditazione di una comunità hindu, ragazzino con la nonna in una chiesetta cattolica, ormai cresciuto alle prese con la sua prima esperienza di meditazione vipassana, punto al collo da una vespa in un centro di meditazione zen, in palestra per un impegnativo esame di Taijiquan, con un singolare prozio costruttore di orologi di ogni forma e materia, in piazza San Pietro dal Papa, fermato all’uscita da una chiesa da un monaco poi diventato suo maestro, incontrare un padre domenicano che gli ricorda «una montagna che cantava», escluso dalla comunità buddhista e caduto in una profonda crisi, guarito tramite «l’abbraccio della foresta», nell’atrio dell’Università delle Arti di Helsinki mentre medita in pubblico per dieci giorni di fila per un totale di centodieci ore (impresa, quest’ultima, finita sui giornali finlandesi). E dopo la già accennata rottura e riparazione della lavatrice, arrivano gli incredibili ricordi di una nascita particolarmente travagliata e altre delicate annotazioni personali.
Ma qual è la meta a cui giunge Gabriele e verso cui le sue pagine indirizzano i lettori? È quella che egli presenta descrivendosi già nel sottotitolo e più volte lungo il libro “un libero meditatore”. Gabriele cioè non si identifica più in una tradizione religiosa particolare, né in quella cattolica né in quella induista né in quella buddhista, che pure hanno contribuito alla sua formazione. Ma attenzione: il non accettare più il patrimonio dottrinale di queste antiche religioni non lo porta ad abbandonare completamente i loro concetti, quanto piuttosto a trasformarli in domande. Dio in questa prospettiva, da dogma da professare e difendere, diviene una domanda da rivolgere alla vita e al suo senso. Allo stesso modo l’anima, da ipostasi creata direttamente da Dio al momento della nascita, come professa la dottrina cattolica, o da mera inesistenza, come ritiene il buddhismo, diviene per Gabriele un flusso in costante trasformazione. Ma al di là di ogni discussione dottrinale, il punto decisivo a mio avviso consiste in quanto egli descrive così: «La mia fiducia nelle risorse dello spirito umano. È questo, infatti, che si guadagna leggendo queste pagine: la fiducia nella vita, nella reale possibilità di viverla consapevolmente mediante la pratica meditativa. Il lavoro interiore in cui consiste la ricerca spirituale appare qui non facile ma possibile; non alla portata di tutti, ma tale da poter essere veramente eseguito; non senza fatica, ma insieme non senza leggerezza.
La teologia del dialogo interreligioso, che troppo spesso è solo retorica accademica o diplomazia ecclesiastica, diviene nel libro di Gabriele un discorso concreto in quanto frutto di esperienza e di vita reale. Ai nostri giorni vi sono a mio avviso cinque possibili vie mediante cui intendere il rapporto tra le varie religioni, vale a dire: esclusivismo, inclusivismo, pluralismo relativo, pluralismo assoluto, reciproca ibridazione. In quale di queste cinque vie si colloca l’opera di Gabriele? Per la via detta esclusivismo (tipica delle religioni abramitiche e in esse ancora maggioritaria) c’è una sola religione vera mentre tutte le altre sono false, il che è quanto di più distante vi possa essere dall’impostazione di Gabriele. Neppure la seconda via detta inclusivismo gli appartiene, dato che essa ritiene sì vere tutte le religioni, ma ne considera una (ovviamente la propria) più vera di tutte le altre, le quali vengono quindi chiamate a essere incluse, direttamente o indirettamente, in essa. Il discorso si fa più interessante per le altre tre vie.
Il pluralismo relativo, detto anche convergente, ritiene che tutte le religioni siano sentieri autentici, certamente diversi l’uno dall’altro, ma convergenti tutte verso un’unica e medesima meta. Il pluralismo assoluto sostiene invece che le diverse religioni non sono per nulla indirizzate verso un’unica meta, perché ciò che per una religione è una meta, per un’altra è un punto di partenza o addirittura un pericolo, per cui si deve constatare tra loro un’irriducibile differenza. Vi è infine la quinta via descrivibile come ibridazione, o anche molteplice appartenenza, che costituisce una radicalizzazione del pluralismo relativo in quanto sostiene lo sconfinamento del singolo credente in altre tradizioni religiose fino a aderirvi, senza per questo però abbandonare la religione di partenza.
Un esempio al riguardo è la celebre frase di Raimon Panikkar, che fu sacerdote e teologo cattolico: «Sono partito cristiano, mi sono scoperto indù e ritorno buddhista, senza cessare per questo di essere cristiano». Un altro esempio al riguardo è il libro di Paul Knitter, a sua volta teologo cattolico, intitolato Senza Buddha non potrei essere cristiano, nel quale l’autore sostiene che il sentiero buddhista l’aiuta a superare ostacoli che nel cristianesimo gli risultano insuperabili configurando così un percorso a zig-zag: si sente ancora nel sentiero cristiano perché Gesù è troppo importante per lui, ma dichiara di poterlo seguire solo se su alcuni tornanti si fa aiutare dal Buddha. Insomma una doppia appartenenza che Knitter definisce dual belonging e i suoi critici sincretismo.
A quale di queste tre vie (pluralismo relativo, pluralismo assoluto, ibridazione) ascrivere la prospettiva di Gabriele? Ecco alcune sue affermazioni al riguardo presenti in queste pagine:
- «Pur non escludendo un’unità di direzione generale – un modo di elevazione di crescita personale –, devo aprirmi alla possibilità che esistano tante vette quante sono le vie. Come rette parallele, le varie strade potrebbero non avere un termine ultimo di incontro: anche quando camminano in armonia, non è detto che giungano a toccarsi» (pp. 61-62).
- «Ritengo possibile abbracciare diversi approcci come tante sfaccettature di un solo percorso. Per quanto mi riguarda, non esiste un sentiero in grado di soddisfare la totalità dell’essere» (p. 85).
- «Ho scritto di molte tecniche, approcci e tradizioni. Ma alla fine, guardando all’essenza di questo mio percorso, riconduco tutto alla consapevolezza» (p. 106).
- «Ho già espresso il mio dubbio circa l’idea che tanti sentieri convergano in una meta comune. Credo comunque che tutti i seri cammini contemplativi si muovano in elevazione. Presentano cioè una sintonia di percorso, pur senza necessariamente incontrarsi […] Rivolgendo uno sguardo panoramico alle pratiche meditative, è possibile trovare un’unità che non nega la diversità, anzi: ne abbraccia il valore» (p. 140).
Mi sembra di dover concludere che Gabriele si colloca teoreticamente nella quarta via, non senza un’apertura pratica verso la quinta. Dal punto di vista dottrinale (inteso non solo come idee teologiche, ma anche come metodi operativi) egli sostiene un pluralismo assoluto, nel senso che per lui non sarà mai possibile né auspicabile far convergere una religione in un’altra, e neppure fondere una pratica meditativa con un’altra. È inutile e anche pericoloso cercare ibridazioni o reciproche fecondazioni, meno che mai mediazioni e compromessi. Dal punto di vista del risultato finale però, nella misura in cui esso si configura non come sistema dottrinario ma come situazione esistenziale del singolo praticante, un’effettiva convergenza o addirittura unificazione è possibile, e infatti in questa prospettiva Gabriele sostiene: «Non ho trovato esperienza più unificante del silenzio” (p. 140).
Eccoci quindi giunti al vero protagonista di questo libro: il silenzio. Il titolo Cosa può fare il silenzio è una promessa, e il lettore, giunto al termine della lettura, può constatare che la promessa è stata mantenuta e capisce da sé cosa può fare il silenzio: può riempire di pace solitaria la sua anima e insieme aprirla alla gioiosa condivisione con tutti i viventi ben al di là delle fedi e delle ideologie.
Ho iniziato a scrivere questo testo sul regionale La Spezia-Parma e l’ho concluso il giorno dopo nello studio di casa (a proposito, il treno era in orario e io sono riuscito comodamente a prendere la coincidenza). La vita è un viaggio di cui pensiamo di conoscere la partenza (anche se non è detto: siamo proprio sicuri di essere partiti nel giorno della nascita e di non avere invece un inizio precedente?) e di cui certamente non conosciamo la fine: sappiamo solo che essa ci sarà, non però se consisterà in un arrivo, o in una ripartenza, o in una dispersione nel nulla. Alle prese con questa ignoranza di fondo sulla direzione e il senso del nostro viaggio, l’unica certezza su cui possiamo contare riguarda lo stile del nostro viaggiare. Possiamo farci condurre da altri, oppure scegliere noi la direzione; possiamo correre per essere i primi, oppure camminare, talora con altri talora da soli, ma sempre secondo il nostro ritmo naturale; possiamo procedere con sempre più paura man mano che la fine si avvicina, oppure respirare sereni e fiduciosi. I luminosi insegnamenti di Gabriele ci aiutano a scegliere da noi la direzione e a camminare consapevoli verso il mistero della fine e forse di un nuovo inizio.
Vito Mancuso
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