Manca circa un mese alla conclusione della campagna di raccolta firme su una proposta di legge che si propone di abolire la cosiddetta “tassa etica”, un’imposizione fiscale aggiuntiva introdotta nel 2005 sui compensi derivanti dalla produzione, distribuzione, vendita e rappresentazione di materiale pornografico, di incitamento alla violenza e di sollecitazione della credulità popolare.
Si tratta di un 25% calcolato sulla parte di reddito derivante da produzioni in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti o nelle quali siano siano previste, in trasmissioni per cui l’utente paga per ottenere prestazioni rese da cartomanti, indovini, taumaturghi e medium o comunque da soggetti che fanno riferimento a credenze magiche, astrologiche, divinatorie e analoghe.
Di fatto, una considerevole parte del gettito IRPEF e IRES derivante dall’applicazione di questa tassa deriva dalle prestazioni di sex worker che vedono le proprie prestazioni professionali tassate in base ad un principio “etico” che non dovrebbe essere di competenza statale almeno fino a che non sia dimostrata una pericolosità specifica. Un po’ come con le leggi antiblasfemia, si colpisce di fatto la libertà di espressione in base a motivazioni bigotte che in uno Stato laico non dovrebbero essere alla base dei principi che ispirano le norme.
A differenza di altre tasse similari pensate per scoraggiare consumi (ad esempio di alcol e tabacco, per i quali peraltro la dannosità è accertata), la tassa etica è applicata non al consumatore ma a chi produce i contenuti, ma solo se lo fa in Italia. L’effetto è che molt* “creator” vanno all’estero.
Abbiamo parlato della campagna con una delle sue più attive promotrici, Luiza Munteanu.
Nella presentazione dell’iniziativa avete detto che la tassa “etica” ha ben poco di etico. Puoi spiegarci perché?
L’etica è una disciplina filosofica che indaga l’origine della morale, riflette sulla concezione di bene e male, sulle sue origini, fondazioni e fondatezze. La tassa in questione non ha nulla a che fare con queste riflessioni: semplicemente assimila una convenzione morale già stabilita, senza alcuna ricerca circa la sua legittimità filosofica. E viene difatti difficile risalire a quali riflessioni (filosofiche ed empiriche) di carattere etico abbiano motivato il governo Berlusconi, autore nel 2005 di questa normativa.
La non eticità della tassa è anche legata al suo contraddire il criterio di progressività delle imposte previsto dall’art. 53 della Costituzione. Io come creator di contenuti per adulti mi trovo a pagare di fatto tasse molto più alte, in percentuale, di chi ha redditi di gran lunga più elevati dei miei.
La tassa colpisce non solo il settore della pornografia, ma anche quello dell’incitamento alla violenza e dell’abuso della credulità popolare. Su questi ultimi due aspetti qual è la tua opinione?
L’incitamento alla violenza è un reato previsto dal codice penale (articolo 414, istigazione a delinquere), quindi non si capisce come si potrebbe tassare un prodotto illegale. L’abuso della credulità popolare tocca borderline il concetto di truffa, a sua volta illegale, quindi viene da chiedersi perché lo Stato dovrebbe tollerare l’esistenza stessa di professioni in questo ambito.
Ed è vero che non c’è in questo caso un profitto direttamente collegato alle prestazioni, ma si potrebbe sostenere che anche la Chiesa sfrutti la credulità popolare, la Rai ospita l’oroscopo, il marketing stesso è per sua natura manipolatorio, eccetera.
In questi settori non ho notizie di sanzioni, però, e risulta quindi chiaro che la durezza si infligga tutta sul settore porno, e questo rivela la natura censoria e religiosa della tassa (che non a caso in altri Paesi si chiama sin tax, tassa sul peccato) [spesso estesa ad altri comportamenti considerati immorali o dannosi, come il consumo di alcool e tabacco e alimenti particolari, oppure il gioco d’azzardo, ndr].
C’è però chi sostiene che l’uso di prodotti pornografici sia in qualche modo da disincentivare in quanto rappresentazione di un modo non corretto di costruire relazioni umane.
A parte il fatto che in ogni genere di fiction ciò che viene rappresentato non corrisponde alla realtà, e che questo lo si impara fin dall’infanzia con le fiabe, c’è da dire che la letteratura scientifica su questi argomenti è spesso viziata da bias che la rendono poco affidabile, perché i dati derivano nella maggior parte da percezioni personali e preconcetti anziché da misure cliniche oggettive. Sul nostro canale Instagram abbiamo affrontato in dettaglio la questione con un’analisi del neuroscienziato Samuele Piermanni. Si potrebbe addirittura arrivare a sostenere il contrario: ossia che il porno faccia bene.
Cosa succede all’estero?
Purtroppo si osserva che tasse del genere sono state introdotte anche in altri Paesi, in un trend di progressiva limitazione delle libertà. Solo per fare qualche esempio, in alcuni stati degli USA si sta introducendo la sin tax a sex shop e club per adulti dove si vende alcol (non a quelli dove si vende alcol e basta), nel Regno Unito sono stati messi al bando contenuti, anche recitati e consensuali, in cui sono raffigurati incontri sessuali tra familiari adottivi (step family) o con alcune pratiche BDSM, pena due anni di carcere.
Per non parlare dell’idea di legare la fruizione dei contenuti all’obbligo da parte del fornitore di verificare l’età, con da un lato possibile violazione di privacy e dall’altro il dirottamento del traffico web, sia di minori sia di adulti, verso siti che non si riesce a oscurare (non è fattibile oscurare tutti), i quali sono però anche quelli che operano meno lecitamente, con contenuti probabilmente rubati, non consensuali, eccetera.
Tornando alla vostra proposta di legge, chi volesse sottoscriverla come può fare?
Si può firmare online, con SPID o CIE, nel sito del Ministero della Giustizia (link veloce: stoptassaetica.it). Stiamo anche raccogliendo firme in presenza in occasione di diverse iniziative in tutta Italia, come molti Pride. La raccolta si conclude il 22 luglio.
Intervista a cura di Loris Tissino
Dedicare a Dio, anzi alle sue prove, addirittura a “tutte” le prove della sua esistenza, un mensile generalista, di quelli che si trovano esposti nelle comuni edicole, è stata una scelta assai originale per Millennium, il magazine del Fatto quotidiano.
Sulla copertina del numero di maggio si legge, a lettere cubitali, “Tutte le prove dell’esistenza di Dio – la caccia al pezzetto che manca per spiegare la vita e il Big Bang – Ecco gli scienziati che dicono: l’unica risposta è un essere superiore”. Proprio così, testuale. Dio è la risposta, e la sua esistenza è in questo modo provata. Una notizia clamorosa e un evento epocale, anche se gli altri organi di stampa non sembra ci abbiano fatto caso.
La copertina somiglia a quella del libro di Michel-Yves Bolloré e Olivier Bonnassies, che è una delle dichiarate fonti di ispirazione di questo numero della rivista. La pubblicazione in realtà non è monotematica, solo metà della foliazione è consacrata ad argomenti religiosi e solo una piccola parte di questa alle dimostrazioni dell’esistenza di Dio.
Molte pagine sono occupate interamente o quasi da immagini non particolarmente significative: ritratti di filosofi e scienziati, galassie e particelle subatomiche, formule matematiche e grafici a caso, una suora che chatta e un Berlusconi crocifero, a pagina 113 c’è persino il manifesto stropicciato di una campagna Uaar. Il linguaggio è spesso roboante o allusivo. Fabrizio d’Esposito per esempio propone una carrellata, rubricata come “inchiesta storica”, dei principali filosofi che si sono occupati di dimostrare Dio.
Va da Anassagora a Tommaso fino a Bergson, Heidegger, Adorno e Jonas. Intanto menziona causa efficiente e causa necessaria, motore immobile e gradi della perfezione, ontologia e teologia razionale, emanazione neoplatonica e logica in sé e per sé. Tanti paroloni, nessuna spiegazione. A chi ne aveva già sentito parlare al liceo forse torna alla memoria qualcosa, agli altri neppure quello.
In ogni caso non viene illustrato alcun argomento né si chiarisce se sia probante o no. Per capire qualcosa, molto meglio un bigino o una pagina di Wikipedia. Anche al liceo spesso prevale il nozionismo, lì però almeno si incontrano pure le obiezioni, da Gaunilone a Hume, e in genere si finisce per prendere ragionevolmente atto che tutte queste prove non funzionano, sono state le fisime di alcuni filosofi ma non sono mai davvero riuscite a convertire nessuno.
Non va meglio con l’articolo di Laura Margottini: “Le scoperte più recenti mettono in discussione conoscenze consolidate. Così riprende vigore l’ipotesi di un ente superiore”. E ancora: “Proprio il progresso scientifico ha messo via via all’angolo l’idea di dio creatore, ma le scoperte più recenti ci avvicinano talmente ai grandi temi esistenziali da rimettere in campo l’ipotesi di un’intelligenza superiore artefice del tutto”.
Di quali conoscenze consolidate si tratta? Quali scoperte recenti le avrebbero messe in discussione? Quali sono i “grandi temi esistenziali” e quando e come sarebbero diventati oggetto dell’indagine scientifica? L’ipotesi di un “ente superiore” o di una “intelligenza superiore artefice del tutto” si trova forse difesa in articoli specialistici pubblicati da qualche rivista scientifica autorevole? Se no, perché? In realtà, come capita sovente con i giornali, l’articolo non mantiene quel che il titolo sembrava promettere.
Anzi. “Ma cosa ne pensano gli scienziati? Ecco qualche risposta”, conclude l’occhiello. Vengono intervistati diversi studiosi, nessuno dei quali tuttavia conferma il ricorso a spiegazioni divine. Tutti invitano piuttosto a considerare i limiti umani, a non cadere nell’antropocentrismo, a non cercare semplicistiche false soluzioni. Telmo Pievani in particolare spiega come il fine tuning sia una tesi pseudoscientifica, un riciclaggio dell’Intelligent Design, sostenuta in ambienti reazionari e fondamentalisti.
È l’articolista a infilare sempre Dio, tra il Big Bang e il sorgere della vita e poi dell’intelligenza umana. Lo studio delle particelle elementari, la relatività generale e la meccanica quantistica, la materia oscura e la teoria delle stringhe sembrano evocati solo per stupire il lettore predisponendolo alla misteriosa rivelazione di qualche indiscutibile autorità superiore.
Pure il resto della rivista non è molto sul pezzo. Persino l’intervista a Piergiorgio Odifreddi può risultare deludente, anche perché il noto polemista ateo qui, anziché occuparsi da par suo delle presunte dimostrazioni, risponde su una varia e vaga spiritualità senza Dio. L’articolo più spassoso è senz’altro l’intervista al già menzionato Bonnassies. Costui sostiene che “tutti dovrebbero essere credenti, lo capisce pure un bambino”, mentre è “insostenibile non riconoscere che Dio esiste”, e unicamente “per ragioni emotive” alcuni si mostrano in disaccordo.
Allora perché nella manualistica delle diverse discipline scolastiche e universitarie non troviamo mai enunciata con chiarezza una tale ovvia verità? Perché mai nei paesi liberi l’esistenza di Dio non fa parte del patrimonio conoscitivo trasmesso comunemente nelle scuole? Perché saper dimostrare l’esistenza di Dio non è una competenza di base prevista per tutti gli alunni? L’intervistatrice si guarda bene dal cercare una risposta a banali domandine come queste.
L’intervistato può così addurre le sue prove proclamate inconfutabili. Oltre all’origine aristotelica del movimento menziona pure lui l’ordine cosmico e il fine tuning, ma soprattutto la bellezza dell’universo, il mistero dell’uomo e l’immortalità dell’anima, il fondamento della morale, la storia del cristianesimo, i santi (Giovanna d’Arco in particolare), le apparizioni, i miracoli (specie quelli eucaristici), e la Sindone. Viene quasi da rivalutare la gamba ricresciuta di Miguel Juan Pellicer, cara al compianto Messori.
Naturalmente al termine della lettura non ci si può non chiedere perché. Il perché di questo numero monografico dedicato a Dio. C’è anzitutto l’ambizione di portare al massimo grado le proprie rivendicazioni ideologiche e il metodo che ne segue. Peter Gomez in apertura proclama che “certi indizi a volte sono più testardi delle prove”. Sembra, per la gioia dei suoi seguaci come dei suoi detrattori, una specie di enunciazione aperta del principio alla base di un certo giornalismo, sia che si tratti di cronaca spicciola sia che si tratti di politica nazionale o internazionale.
Qui si è arrivati ad assaltare l’Olimpo ma la montagna ha partorito uno sparuto topolino. Si coglie poi anche uno sforzo più profondo e pervasivo, con l’intento di rinsaldare il fronte cattocomunista e rossobruno. Su questa linea si segnalano in particolare due interventi finali. La sconfortante pagina di Luca Mercalli, che tesse le lodi di “Papa Francesco [che] con la Laudato Si’ ha saggiamente ricucito le connessioni tra ‘creato’ e umanità, tra scienza e etica”.
E due paginette del recentissimamente scomparso Petrini che, fiero di essere stato definito dallo stesso pontefice “agnostico pio”, si mostra ancora più ostile alla modernità e al progresso, ma trova la soluzione nel “richiamare in causa Bergoglio con alcune sue parole sulla bellezza che acquistano un significato particolare”. Amen.
Andrea Atzeni
Ogni settimana pubblichiamo una cartolina dedicata all’affermazione o all’atto più clericale della settimana compiuto da rappresentanti di istituzioni o di funzioni pubbliche. La redazione è cosciente che il compito di trovare la clericalata che merita il riconoscimento sarà una impresa ardua, visto l’alto numero di candidati, ma si impegna a fornire anche in questo caso un servizio all’altezza delle aspettative dei suoi lettori. Ringraziamo in anticipo chi ci segnalerà eventuali “perle”.
La clericalata della settimana è del governo Meloni che
La misura rientra tra quelle varate dall’esecutivo per sostenere gli istituti paritari e prevede che il passaggio da ente commerciale a non commerciale del terzo settore non comporterà aggravi fiscali. Una misura considerata un passo avanti dalla Fism, la federazione delle scuole materne cattoliche, che però invoca pure l’esenzione.
A seguire gli altri episodi raccolti questa settimana.
La Regione Liguria ha stanziato 240 mila euro a supporto delle scuole paritarie per l’anno scolastico 2026/27. La vicepresidente regionale con delega alla Scuola e alla Tutela e Valorizzazione dell’Infanzia Simone Ferro ha plaudito alla decisione.
Il prefetto di Napoli Michele Di Bari ha visitato il santuario di san Michele Arcangelo sul Monte Faito, assieme ad altre autorità tra cui il sindaco di Vico Equense Giuseppe Aiello (con fascia tricolore). Durante la visita è stata benedetta la nuova tela del Gesù Misericordioso realizzata dal maestro Ciro Coppola e voluta dal rettore del santuario.
Il sindaco di Ruvo di Puglia (BA) Pasquale Roberto Chieco ha partecipato alla processione del Corpus Domini e del successivo Ottavario reggendo il tradizionale ombrello che accompagna le ostie. Un atto che ricorda quello di riparazione del conte Ettore Carafa: questo nobile pugliese verso la fine del Settecento avrebbe interrotto una processione durante una battuta di caccia ma il suo cavallo si sarebbe “miracolosamente” inchinato davanti all’ostensorio portato dal vescovo. Per questo il nobile avrebbe deciso di compiere il gesto riparatorio di portare l’ombrello processionale, atto che viene ripetuto dopo secoli dalle autorità della zona come atto di sottomissione e di devozione alla Chiesa cattolica.
Il sindaco di Castelnuovo di Garfagnana (LU) Andrea Tagliasacchi, assieme agli amministratori e alle autorità della zona, ha partecipato alla cerimonia religiosa e alla processione per l’Ottava del Corpus Domini celebrata dall’arcivescovo Paolo Giulietti. Durante la messa due carabinieri in alta uniforme erano ai piedi dell’altare.
Anche se non ricadono nella settimana appena trascorsa, questi ulteriori episodi meritano di essere menzionati.
Il consigliere comunale di Santo Stefano di Magra (SP) Emanuele Cucchi (Fratelli d’Italia) ha citato a sproposito la “laicità” ribattendo alla consigliera Eva Battistini (Rifondazione Comunista), la quale aveva contestato l’utilizzo dell’aula consiliare per celebrare la messa per il sessantesimo anniversario dell’Avis. Secondo Cucchi «la laicità delle istituzioni non significa cancellare ogni espressione religiosa dallo spazio pubblico», ma «significa che il Comune non deve imporre una fede, non deve trasformare un rito religioso in un atto obbligatorio».
Il Comune di Adria (RO) ha stanziato 65 mila euro per quattro scuole dell’infanzia paritarie confessionali, aderenti al Fism, nel territorio. Il provvedimento è frutto di una convenzione stipulata dal Comune, approvata nel dicembre 2024 e valida fino alla fine del 2026. Il sindaco Massimo Barbujani ha dichiarato che «le scuole dell’infanzia paritarie rappresentano una componente essenziale del sistema educativo cittadino».
In occasione della festa del Corpus Domini in tutta Italia rappresentanti istituzionali hanno partecipato in via ufficiale alle celebrazioni religiose. L’assessore alle Politiche sociali del Comune dell’Aquila Manuela Tursini, in rappresentanza del sindaco Pierluigi Biondi, ha partecipato con fascia tricolore alla messa e alla processione per la festa del Corpus Domini. Anche il sindaco di Castelraimondo (MC) Patrizio Leonelli, assieme ad altre autorità della zona, ha preso parte con fascia tricolore alla locale processione del Corpus Domini. Alla messa e alla processione a Latina, presieduta dal vescovo Mariano Crociata, c’era la sindaca Matilde Eleonora Celentano. A Ventimiglia per rappresentare con fascia tricolore l’amministrazione durante la messa nella cattedrale, presieduta dal vescovo Antonio Suetta, c’erano il vicesindaco Marco Agosta e l’assessora Tiziana Faedda, ringraziati dal prelato per aver pubblicizzato l’evento anche con annunci sui pannelli luminosi informativi.
A Rivolta d’Adda (CR) il sindaco Fabio Calvi, con fascia tricolore, ha presenziato con fascia tricolore alla cerimonia officiata nella basilica di San Sigismondo e Santa Maria Assunta per ricordare la prima messa di don Massimo Serina, ultimo prete nato in quel paese e ordinato nel 1952. A seguire si è svolta la processione del Corpus Domini.
Il sindaco di Potenza Vincenzo Telesca ha polemizzato con l’arcivescovo Davide Carbonaro che si era rifiutato di impartire la benedizione in occasione della storica Parata dei turchi non presenziando alla successiva processione del Corpus Domini e non mandando in quell’occasione il gonfalone cittadino.
La redazione
Il terzo capitolo della serie cinematografica Knives Out mostra come fede, potere e populismo possano intrecciarsi, trasformando la religione in uno strumento di controllo. Affronta il tema Micaela Grosso sul numero 2/2026 di Nessun Dogma. Per leggere la rivista associati all’Uaar, abbonati oppure acquistala in formato digitale.
Wake Up Dead Man: A Knives Out Mystery, il terzo capitolo della saga diretta da Rian Johnson e disponibile su Netflix, riporta sullo schermo Daniel Craig nei panni dell’investigatore Benoit Blanc. Questa volta il detective non si aggira tra ville di milionari o isole private, ma in una piccola chiesa dell’America rurale dove un omicidio trasforma la congregazione in un campo minato morale, una bolla claustrofobica in cui fede e paranoia si alimentano a vicenda.
Il film merita attenzione non solo perché conferma Johnson come uno che il whodunnit sa ancora farlo respirare, ma perché usa il mystery come una specie di bisturi per sezionare dinamiche religiose, di potere e di manipolazione che risuonano fin troppo con l’attualità, quasi come se stesse commentando il telegiornale con qualche mese di anticipo. Se i primi due capitoli erano satire sociali eleganti, con la battuta sempre pronta e il sorriso sornione, qui Johnson si fa più scuro, più diretto, quasi infastidito. È un attacco frontale alla religione organizzata come macchina di controllo e radicalizzazione, e non ha molta voglia di piacere a tutti mentre lo fa.
Monsignor Jefferson Wicks è il tipo di pastore che nessun ufficio casting oserebbe inventare: un vecchio uomo fanatico, con sguardo febbrile e vocazione totalitaria, che trasforma una congregazione di provincia in una discarica spirituale per gente che “ha problemi”. Non è il pastore di anime, ma il capobranco di un’umanità scassata, rancorosa, bisognosa di qualcuno che urli più forte di lei per darle una direzione, anche se quella direzione porta dritto contro un muro.
I fedeli più miti, quelli ancora in grado di distinguere un sermone da un comizio, scappano a vista. Quelli che restano, invece, si riconoscono nel delirio: più Wicks alza i toni, più loro si sentono finalmente rappresentati, come se la follia del pulpito legittimasse la loro.
È difficile non vedere in Wicks un cugino ecclesiastico di Donald Trump: due uomini anziani, radicali fino al grottesco, che dovrebbero essere il simbolo del tramonto di un’epoca e invece ne sono il megafono. Entrambi, infatti, vivono di iperbole, di aggressività e di identità vittimista; entrambi catalizzano attorno a sé persone che non cercano ragionamenti, ma conferme. Il parallelo è molto evidente: Wicks incendia la congregazione come Trump incendia il suo elettorato, parlando alle paure, ai risentimenti, al bisogno di sentirsi “dalla parte giusta” senza mai mettere in discussione il proprio ruolo di guida infallibile. Non importa se la realtà crolla: basta che la narrazione regga.
La congregazione sparuta che sopravvive all’emorragia dei fedeli “sensati” è un campionario antropologico di fragilità mal gestite. Le poche persone assidue sono quelle che hanno trovato in Wicks non un pastore, ma un validatore del proprio malessere: ognuno porta con sé un carico di rabbia, fallimento, senso di inadeguatezza che la società non ha mai voluto o saputo accogliere. E così finiscono lì, attorno al monsignore che promette loro non la pace, ma la vendetta morale. La religione di e per Wicks non è consolazione: è un’arma, un’identità alternativa, un risarcimento simbolico per chi si sente escluso, tradito, deriso.
Tra di loro c’è chi ha perso il lavoro e cerca una narrazione in cui la colpa sia sempre degli altri; chi ha visto crollare la propria famiglia e preferisce scaricare il barile pensando che il mondo sia corrotto piuttosto che affrontare responsabilità personali; c’è anche chi semplicemente non ha mai trovato un posto e ora, finalmente, si sente parte di qualcosa, anche se quel qualcosa è una deriva settaria.
Il meccanismo è perverso ma efficace: Wicks offre ai suoi fedeli dignità a buon mercato, purché rinuncino alla lucidità. E loro accettano, perché l’alternativa sarebbe guardarsi allo specchio.
Quello che rende questa comunità così inquietante non è la sua cattiveria, ma la disperazione travestita da fede. Sono persone che, in un contesto diverso, potrebbero essere aiutate: con terapia, politiche sociali, reti di sostegno reali. Invece trovano Wicks, che trasforma il loro dolore in ideologia e la loro fragilità in fanatismo.
La chiesa diventa così – che sorpresa! – non luogo di cura, ma un’incubatrice di radicalizzazione: ogni sermone è un mattone in più nel muro che separa questi fedeli dal resto della società. E quando la violenza esplode – perché esplode sempre, in contesti del genere – nessuno si stupisce davvero: era solo questione di tempo.
In mezzo a questo circo apocalittico, Benoit Blanc rappresenta l’eretico per eccellenza: è fieramente ateo, e non fa nulla per edulcorarlo. Non è solo “non credente”: è un professionista affermato che ribadisce, con calma implacabile, che non ha bisogno di Dio per orientarsi, né per distinguere il giusto dallo sbagliato. Ogni volta che qualcuno cerca di infilare la “Provvidenza” nelle indagini, lui si sposta di lato con eleganza e dice, in sostanza, di lasciar perdere i miracoli, ma di parlare invece di fatti. Il film non cede mai alla tentazione di “redimere” Blanc con una conversione last minute: non c’è nessun lampo, nessuna rivelazione commossa davanti a una croce illuminata nel momento clou. Anzi, più il delirio religioso cresce, più lui prende le distanze, senza però smettere di voler salvare chi sa innocente.
È qui che il film colpisce nel segno, perché la morale non passa dalla religione, ma dalla responsabilità. Blanc è, in qualche modo, la dimostrazione vivente che si può essere profondamente morali, empatici, determinati ad aiutare il prossimo senza bisogno di credere a nulla di soprannaturale. Il suo codice etico non è un catechismo, ma una bussola razionale; la verità non è un atto di fede, è un lavoro ostinato. E il film si guarda bene dal suggerire che, in fondo, «un po’ di fede ci vuole»: semmai afferma l’opposto, ovvero che quando la fede diventa struttura di potere, la verità è la prima vittima sacrificale.
Sul versante opposto c’è Jud Duplenticy, il giovane ex pugile diventato prete, che sembra aver scelto la fede come scorciatoia per riqualificare la propria biografia. Dopo aver letteralmente mandato qualcuno all’altro mondo a suon di pugni non cerca giustizia, terapia, responsabilità: cerca assoluzione. E quale lavanderia morale funziona meglio della religione organizzata? In fondo, non è forse corretto dire che la tonaca funziona come reset, la parrocchia come programma protezione testimoni dal proprio passato, e la vocazione come lavatrice industriale del senso di colpa? Il problema è che questa scorciatoia, così umanissima e comprensibile, è anche pericolosamente comoda: nel momento in cui basta un colletto bianco per voltare pagina, è chiaro che la violenza non venga davvero affrontata, ma solo travestita.
Jud rappresenta perfettamente un tipo di percorso che si conosce fin troppo bene: il peccatore rumoroso che si trasforma in uomo di chiesa e improvvisamente si ritrova circondato da un’aura di intoccabilità. L’immunità, il benefit della casta clericale, fa bene il suo lavoro e lo protegge: la comunità preferisce vedere in lui un miracolo di redenzione piuttosto che un uomo che deve ancora fare i conti con le proprie responsabilità. Dietro il racconto del prete “salvato dalla fede”, si intravede la critica a un sistema che offre copertura morale senza chiedere il conto e una vera elaborazione del danno causato.
Quello che rende Wake Up Dead Man
Il film non si limita a giocare con l’ambientazione religiosa come sfondo pittoresco, ma la usa come specchio feroce di una società che ancora fatica a emanciparsi dai suoi Wicks, dai suoi Trump, dai suoi salvatori autoproclamati.
È un giallo che funziona – a parere di chi scrive – benissimo come tale, ma soprattutto è una storia che ricorda quanto sia urgente che sempre più persone seguano le orme dei fedeli più lucidi del film: alzarsi, uscire, e lasciare il vecchio pazzo radicale da solo sul pulpito a parlare alle panche vuote.
La speranza, se ce n’è una, sta proprio in questo progressivo abbandono: non una rivoluzione, ma una silenziosa defezione collettiva di chi ha capito che la ragione non ha bisogno di altari.
Micaela Grosso
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La mancata trasferta scolastica per andare a venerare la reliquia di Sant’Agata in una parrocchia di Zafferana Etnea nel catanese dopo la diffida dell’Uaar ha scatenato le reazioni indignate e sguaiate dei clericali su diversi giornali, all’insegna del vittimismo e di una rappresentazione stralunata della realtà. Nonostante l’atto della scuola sia stato palesemente illegittimo, e infatti l’istituto abbia dovuto revocarlo, ne è nato un dibattito surreale che gioca su alcuni cliché.
Un articolo su La Verità attacca ad esempio l’etichetta di «crociata» all’iniziativa Uaar, cosa particolarmente risibile visto che arriva dagli ambienti che difendono proprio le invadenze confessionali nelle scuole – a patto che siano cattoliche, con il pretesto dell’identitarismo cristiano.
Dal canto loro il Secolo d’Italia, quotidiano organico di Fratelli d’Italia, e Il Giornale, vicino al centrodestra, si lamentano per la supposta differenza di trattamento nei confronti delle visite in moschea. In una rappresentazione orwelliana della realtà scopriamo che in Italia ci sarebbero continue visite nei luoghi di culto islamici mentre verrebbero ostracizzate quelle nelle parrocchie, quando in realtà avviene esattamente il contrario. Sono innumerevoli infatti gli atti di culto cattolici nelle chiese e nelle scuole in orario di lezione, normalizzati dalle istituzioni sebbene palesemente illegittimi, mentre le poche visite “culturali” nelle moschee e le occasionali iniziative per i musulmani giustificate malamente per la massiccia presenza di alunni non cattolici sono oggetto di polemiche da quelli che si scoprono laici a corrente alternata.
L’accusa di doppiopesismo viene affibbiata con faciloneria pure all’Uaar ma sbaglia clamorosamente il bersaglio: la nostra associazione ha più volte contestato anche forme di confessionalismo islamico nelle scuole – come la concessione di aule di preghiera per il Ramadan – e si batte per il diritto all’apostasia dall’islam. D’altronde l’Uaar non contesta le gite di istruzione nei luoghi di culto inserite nei programmi delle materie scolastiche obbligatorie come storia o arte e senza scopi devozionali.
E basti dire che spesso le visite in moschea sono organizzate proprio dagli insegnanti di religione cattolica nell’ambito della loro materia facoltativa, nonché caldeggiate dai vescovi in modo da dare una spruzzata di multiconfessionalismo e giustificare così le loro ben più pesanti e frequenti invadenze clericali nelle scuole.
Valentino Salvatore
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