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FORT APACHE CINEMA TEATRO è l’unica Compagnia teatrale stabile in Italia ed Europa costituita da attori ex detenuti oggi professionisti di cinema e palcoscenico. È diretta da Valentina Esposito, autrice e regista impegnata da oltre vent’anni nella conduzione di attività teatrali dentro e fuori le carceri italiane.
Un gruppo di giovani si trova in un luogo misterioso per partecipare ad un “corso” guidato da un enigmatico Maestro. L’obiettivo del corso è quello di fornire ai partecipanti tutti gli strumenti necessari a scomparire, cancellare completamente la propria identità e costruirne una nuova per ricominciare daccapo. C’è chi vuole fuggire dal proprio passato, chi sogna una nuova vita, chi cerca semplicemente un modo per smettere di sentirsi sbagliato. Ma dietro le maschere inventate emergono desideri autentici, paure profonde e fragilità condivise. Emerge il bisogno di essere finalmente ascoltati.

Nella foto la regista Valentina Esposito copyright @https://www.fortapachecinemateatro.com/)
Lo spettacolo è il risultato di un percorso di formazione teatrale integrato rivolto a minori e giovani/adulti (17-25 anni) ex detenuti, detenuti in misura alternativa e/o a vario titolo in carico all’U.S.S.M. – Ufficio di Servizio Sociale per i Minorenni di Roma. La fascia d’età dei partecipanti ha reso possibile che si manifestassero delle precise questioni generazionali, quali l’identità, le aspettative altrui, la percezione del tempo, la gestione del fallimento. In questa cornice tematica, a partire da improvvisazioni e suggestioni condivise, la drammaturgia ha accolto e innestato i contributi biografici dei/delle partecipanti intorno all’idea di un bizzarro corso per imparare a scomparire, o “evaporare” come è già drammaticamente usanza in Giappone, per cancellare in modo definitivo il proprio passato e ricostruirsi una nuova identità; si può decidere di fuggire da un contesto sociale o familiare svantaggiato, oppure per sottrarsi alla sovraesposizione causata dall’uso dei social network. Quali che siano i motivi di partenza, il Maestro, dall’alto della sua esperienza pluriennale in materia di “sparizioni” e supportato dai suoi speciali assistenti, ha un metodo infallibile per insegnare come far perdere le proprie tracce. Ma è davvero questo il suo obiettivo? Tra ironia, tensioni e momenti di intensa poesia collettiva, lo spettacolo racconta il bisogno universale di affermarsi o reinventarsi senza perdere sé stessi. L’ultimo messaggio è anche un ponte musicale tra il dentro e il fuori. Durante il processo creativo, il linguaggio teatrale ha incontrato la lingua del Rap, arricchendo le possibilità di espressione dei partecipanti e accogliendo nel lavoro la voce di chi è ancora in detenzione, grazie alla collaborazione degli operatori e delle operatrici del Laboratorio di Musica Rap che CCO – Crisi Come Opportunità conduce presso l’IPM Casal del Marmo di Roma e all’incontro con le giovani detenute della Sezione Femminile dell’IPM. Un viaggio dunque corale e contemporaneo, per riflettere sul potere trasformativo delle Arti nella costruzione delle nostre identità.
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Il cuore di Modena è con i feriti dello schianto di ieri pomeriggio. Grazie al coraggio di quattro uomini che hanno rischiato la vita, è stato catturato e arrestato l’autore del gesto. La Conferenza delle Donne democratiche condanna l’episodio, mettendo in guardia contro le strumentalizzazioni.
Photo: @Ansa
Modena, sabato 16 maggio pomeriggio, ore 16.30: Salim El Koudri piomba a velocità altissima sulla via Emilia, falciando 8 persone, per poi schiantarsi contro il muro di una frutteria. Dopo l’impatto, l’uomo tenta di scappare, ma viene raggiunto da quattro persone, che lo bloccano nonostante El Koudri cerchi di difendersi a coltellate, ferendo un uomo. Delle persone coinvolte nello schianto, due hanno subito l’amputazione degli arti inferiori, e uno versa è in gravi condizioni. Tutti sono stati comunque ricoverati negli ospedali di Modena e di Bologna.
Modena è attonita. La città della Ghirlandina è stata colpita al cuore: mai si era visto qualcosa di simile in Italia, e la memoria riporta a Nizza, a Berlino, a Magdeburgo. Però qui le motivazioni sono diverse: El Koudri è stato accusato di strage e lesioni aggravate, non di terrorismo. Inoltre, comunica la prefettura, dal 2022 era sotto osservazione per disturbi schizoidi.
Alla luce di questo, suscitano perplessità le dichiarazioni di Salvini su X, che puntano il dito sulla nazionalità – per altro El Koudri è italiano di seconda generazione : “Salim El Koudri. Questo il nome del criminale ‘di seconda generazione’ che oggi ha falciato dei passanti innocenti. Non ci può essere nessuna giustificazione per un delitto così infame. Una cosa è certa in troppe città italiane l’integrazione delle cosiddette seconde generazioni è fallita. Altro che ius soli o cittadinanze facili, bisogna proseguire con ancora più determinazione sulla strada di permessi di soggiorno a punti, revocabili in caso di reati gravi. Certe persone non sono assolutamente integrabili, inutile che per motivi ideologici qualcuno neghi la drammatica evidenza“. A lui fa eco il vannacciano Edoardo Ziello: “Servono misure straordinarie. Perché la guerra ormai ce l’abbiamo in casa. Altro che Ucraina!“.
Nettamente opposta invece la reazione della Conferenza delle Donne Democratiche, che a differenza del leader della Lega e di Ziello, vive e opera sul territorio. “I fatti accaduti ieri pomeriggio a Modena sono terribili e ci lasciano profondamente colpite. Come Conferenza delle Donne Democratiche esprimiamo la nostra totale e affettuosa vicinanza alle persone ferite e alle loro famiglie, a cui va il nostro primo e più importante pensiero” – dichiara Patrizia Belloi, portavoce della Conferenza.
“In questo momento di dolore e sconcerto, la priorità assoluta è rimanere coesi come collettività. Dobbiamo prendere esempio dal coraggio straordinario di quei ragazzi che ieri, con puro spirito eroico, sono intervenuti per catturare e disarmare l’uomo di trent’anni che ha compiuto questo gravissimo atto. La loro unione e il loro senso di comunità sono la risposta più bella a tanta violenza.
Allo stesso tempo, però, rivolgiamo un appello fermo alla responsabilità: è fondamentale non stigmatizzare l’intera comunità nordafricana per il solo fatto che l’autore di questo gesto, un ragazzo con evidenti problemi psichici, sia di origine nordafricana. Attenzione a non alimentare un pericoloso conflitto sociale. Siamo in una fase delicata in cui dobbiamo stringerci gli uni agli altri, riscoprendo una profonda solidarietà. Puntare il dito contro persone innocenti e incolpevoli, la cui unica “colpa” è quella di appartenere a un altro Stato o a un altro Continente, è un errore che non possiamo permetterci. Gesti di disperazione e follia come questo rischiano di essere replicati se non si interviene sulle cause profonde, e alimentare l’odio non fa che peggiorare la situazione.
Questo dramma ci impone invece una riflessione seria su un altro tema cruciale: il supporto alla salute mentale. Dobbiamo stare vicini alle donne e agli uomini che soffrono di patologie psichiche; queste persone non possono e non devono essere abbandonate dal sistema sanitario e sociale solo perché mancano i fondi. È necessario seguire questi pazienti in modo massiccio e continuo, investendo risorse per garantire loro percorsi di cura e riabilitazione che permettano di vivere una vita dignitosa. Solo così si può fare vera prevenzione e sicurezza, evitando che si ripetano tragedie simili che spezzano la vita e la serenità di cittadini inermi, come purtroppo è accaduto ieri alle vittime di questa aggressione”.
Si attendono gli esiti dell’indagine per far piena luce su quanto accaduto. Il presidente della Repubblica Matterella e la presidente del Consiglio Meloni sono attesi nelle prossime ore per una visita istituzionale nella città.
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Photos @SimoneMorelli
Priscilla Nutshell è un’affermata fotografa e art director. Ha lavorato alle settimane della moda per vari marchi come MCM, Stella Jean, Ujoh, Davide Grillo e tanti altri. Tra i suoi clienti ci sono nomi importanti come Contributor, Vogue Italia o Elle Italia. Abbiamo incontrato Priscilla per parlare del suo percorso artistico e della sua collaborazione con il regista Giuseppe Sciarra per il progetto sul bullismo, Ikos, realizzato per la regione Lazio. Una serie di incontri con le scuole superiori di Roma e delle sue province, avvenuti dallo scorso ottobre fino a gennaio a Spazio Scena, in cui gli studenti hanno potuto parlare delle loro problematiche col supporto di una equipe di psicologi e avvocati. Priscilla ha realizzato un reportage fotografico pasoliniano su questa esperienza con delle foto crude, tenere e dal forte impatto visivo.
Il fotografo Remy Donnadieu ha detto che la fotografia è la letteratura dell’occhio. È così?
“Credo che Donnadieu abbia ragione, in un certo senso ogni immagine che vediamo è l’insieme di quattro cose fondamentali: la storia, l’indagine, la commozione poetica, e la spontaneità. Non esiste immagine senza storia e sguardo senza commozione. Se pensiamo alla letteratura scritta capiamo che non c’è poi differenza se il risultato finale rimane l’opera intellettuale, un linguaggio che si esprime in maniera estetica e creativa. Così la fotografia si esprime passando attraverso più occhi: quelli di chi guarda, e quelli di chi viene guardato. Per me una fotografia senza storia e senza commozione non potrebbe essere chiamata tale. Inoltre trovo l’ espressione “letteratura dell’occhio” meravigliosa poiché l’occhio secondo me ha a che fare con l’anima, e una fotografia ci spoglia della nostra anima, la rivela”.
Il filosofo John Stuart Mill, ha invece affermato che la fotografia è una breve complicità tra la preveggenza e il caso. Di questa affermazione invece cosa puoi dirci?
“E’ vero, è così. Nel momento stesso in cui si guarda, c’è un istinto, che è quello dell’essere portati verso qualcosa che sta per accadere, che io prevedo in qualche modo ma che allo stesso tempo verrà chiamato “caso”. Ma cos’è il caso se non ciò che è chiaro che doveva succedere per un susseguirsi di scelte piuttosto che di altre?”.

I radar di HENI News a Londra sono solitamente riservati ai colossi dell’arte mondiale. Cosa significa per una fotografa indipendente come lei rompere questo sistema?
“Credo che la verità non abbia bisogno di grandi budget per farsi notare, ed essere su Heni news forse è la prova che se l’idea esiste allora posso bucare la bolla. Non ho mai cambiato la mia visione della fotografia per piacere al mercato. Insieme a Sciarra abbiamo sorriso nel realizzare che delle volte, con un po’ di fortuna, si può entrare in quel piccolo olimpo dell’arte senza dover passare necessariamente per il tappeto rosso. L’idea si rivela a chi è in ascolto, e una volta che la si riceve ci devono essere determinazione e lavoro”.
Come nasce Priscilla Nutshell come fotografa e chi sono le sue fonti di ispirazione?
“Nel 2015 mi sono iscritta all’ Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata (ISFCI) a Roma. Ho frequentato solo il primo anno che prevedeva tutta la storia della fotografia, la tecnica e la camera oscura. In quell’anno ho appreso tutte le basi che ancora oggi possiedo sulla fotografia analogica e in generale sulla fotografia. I docenti mi facevano notare che nei miei ritratti c’era sempre un’ impronta fashion. L’anno seguente ho iniziato da sola a sperimentare la fotografia di moda, sfogliavo riviste tutti i giorni e studiavo fotografi come Newton, Avedon, Demarchelier e Leibovitz cercando di rubare il più possibile. Così ho iniziato a scrivere a ragazze e ragazzi che trovavo interessanti, mi creavo un moodboard, li facevo venire a casa e li scattavo nella mia stanza che trasformavo in un piccolo set. Mi sono creata così da zero un portfolio e poi piano piano sono stata notata sui social da make up artists e stylists che hanno iniziato a propormi collaborazioni. In quel periodo scattavo uno o due editoriali a settimana. Sono poi iniziate ad arrivare le prime proposte da diverse agenzie, alcune si occupavano anche di sfilate per le quali poi per un periodo di tempo ho lavorato anche a Milano. Dal 2017 ho iniziato a lavorare a tutti gli effetti con la fotografia. Ho lavorato per diverse riviste, agenzie, e per diversi brand con campagne pubblicitarie”.

Che cos’è per lei la fotografia di moda?
“Per me è un reportage dove ho la possibilità di creare tutto ciò che voglio partendo da zero. Credo che una buona fotografia di moda per essere tale debba sempre avere la storia di quel momento, di quel vestito, di quegli anni, di quella persona, di quel gioiello. Senza storia come ho già detto, la fotografia non esiste. Studiare per me è stato fondamentale per poter realizzare quello che volevo in termini di idee, ma ancor più importante per me è stata l’esperienza sul campo, gli errori, senza i quali non avrei imparato metà delle cose che so ora”.
Ha lavorato per testate importanti come Vogue e Elle come fotografa di moda, come è stato approcciarsi ad un reportage come quello del progetto sul bullismo di Giuseppe Sciarra, Ikos, che invece prevede di fotografare dei soggetti comuni e non dei modelli?
“A dirla tutta per me è estremamente naturale ritrarre soggetti. E’ un ponte, è come darsi a vicenda nello stesso istante. Mi piacciono le persone, mi piace parlarci, mi piace fargli domande, conoscere le loro vite. La fotografia è solo una testimonianza di quei momenti. E poi la fotografia di moda è bella ma è sicuramente molto costruita, la realtà è ben diversa, un soggetto comune non sai mai come possa rispondere. Ci si sente un po’ ladri, si ruba ma al tempo stesso si restituisce qualcosa che magari solo tu hai visto. Lo trovo tanto affascinante. Mi fa stare bene questo scambio senza accordo. E’ un atto di fiducia”.
Ci parli della collaborazione artistica tra te e Sciarra. Come nasce? Che tipo di rapporto c’è stato durante il reportage?
“Con Sciarra ci siamo conosciuti in un momento molto particolare delle nostre vite, e ci siamo capiti sin da subito. Questa collaborazione in realtà nasce quasi per caso. Avevo già visto Ikos, e l’avevo trovato disarmante, devastante, e meraviglioso. Avrebbe avuto uno dei suoi incontri settimanali, e così mi ha proposto di andare con lui per scattare qualche foto ai ragazzi, e io semplicemente ho accettato perché mi sembrava bellissimo. Durante il reportage è stato tutto molto naturale. Giuseppe mi ha chiesto anche se volessi intervenire per dire qualcosa, ho trovato fosse un gesto bellissimo, ma ho deciso comunque di non dire nulla e continuare a fare foto. Mi sono sentita a mio agio tutto il tempo, ci siamo capiti e basta”.
In Ikos il documentario di Sciarra, si approccia il tema del bullismo. Quanto questa cosa ha influenzato sul suo stato d’animo mentre fotografavi degli adolescenti che magari potevano esserne vittime?
“Molto, perché ho cercato di capirli attraverso quella lente, e credo che nelle foto questa cosa si tocchi con mano. Se fosse stato un reportage di ragazzi che passavano una giornata al luna park posso assicurare che le mie emozioni avrebbero portato a tutt’altro focus. In ogni fotografia c’è un “punctum” che è ciò di cui si fa esperienza nel momento in cui la si guarda”.
Crede che Ikos sia utile come progetto per le scuole? Secondo lei come è stato per gli studenti delle scuole parteciparvi?
“Ikos non solo è utile ma necessario. Se voi vedeste quanto, in quelle ore, quei ragazzi si sentono presi in considerazione, capireste quanto bisogno c’è di creare uno spazio dove loro possano sentirsi ascoltati. Una cosa che apprezzo di Giuseppe e dell’imprinting dei suoi incontri è il modo di relazionarsi agli studenti, non c’è dislivello. Entrambi, adulti e ragazzi, sono sul medesimo piano, e posso assicurare che il linguaggio è lo stesso. Per i ragazzi è un’esperienza bellissima ma non sono io a dirlo, ma loro stessi. A fine incontro, molti di loro, sono passati a ringraziare con una stretta di mano e l’ho trovato un gesto di una maturità incredibile”.
C’è un episodio in particolare che l’ha colpita durante il dibattito?
“Si, c’e stato un ragazzo che mi ha colpita particolarmente perché è stato tutto il tempo attento a ciò che veniva raccontato, senza mai distogliere lo sguardo, ponendo più di una domanda. Dietro le sue domande c’ho visto tanta voglia di partecipazione, e di riconoscimento, che lui secondo me non trova nella vita di tutti i giorni. Questa per me è la chiave di Ikos, che tutti dovrebbero vedere almeno una volta nella vita. Permette di poter partecipare, di sentirsi parte di un qualcosa, di un tutto, che anche se scomodo è vero. Come diceva Giorgio Gaber, “libertà è partecipazione.”, e i giovani, per sentirsi liberi, hanno bisogno di sentirsi partecipi, hanno bisogno di verità”.
Crede che la tua esperienza di adolescente possa in un certo qual modo aver influenzato il suo approccio al reportage?
“Mentre scattavo ero la me adolescente ma soprattutto ero loro. Io personalmente non sono mai stata vittima di episodi di bullismo da parte di altri ragazzi ma so cosa vuol dire sentirsi bullizzata dai “grandi”. Per me la scuola è stata la mia più grande bulla, non mi sono mai sentita “vista” dagli insegnanti, se non in rarissimi casi. Per essere insegnanti non bisogna solo aver preso una laurea, ma bisogna chiedersi se si è disposti a rinunciare al proprio ego di persona. Se la maggior parte degli insegnanti capisse questo, saprebbe che non esiste solo la “lezione” del giorno ma un’ infinita possibilità di meraviglia, che è proprio lì davanti ai loro occhi. Se non mi fossi sentita come quei ragazzi, probabilmente le foto non sarebbero le stesse. C’è tanto di me lì”.

Cosa pensa che si debba fare per arginare il bullismo? Qual è il compito degli insegnanti e dei genitori?
“Parlarne, ancora e ancora. E’ un tabù ancora troppo grande ad oggi quello del bullismo. Bisogna partire dal far sentire i ragazzi tranquilli nel potersi raccontare, esprimere, senza sentirsi sbagliati o addirittura stupidi. E questo deve partire da casa, dai genitori. Un ragazzo con dietro un genitore che offra dialogo, ascolto, e comprensione, può essere un ragazzo molto meno esposto al bullismo sia come vittima che come carnefice. Stesso discorso vale per gli insegnanti, se si pensa a quante ore passano insieme alunni e insegnanti, si capisce l’importanza del loro ruolo. Invece di girarsi dall’altra parte, come spesso accade, o sottovalutare il problema, dovrebbero abbracciare la causa e farla propria. L’insegnante dovrebbe essere un porto sicuro, e non qualcosa da temere o da cui sentirsi in partenza sminuiti o sottovalutati”.
Cosa proveranno le persone guardando le foto del suo reportage?
“Non so cosa proveranno le persone guardando le foto, non è tanto quello che mi sta a cuore, quanto che guardino e basta. La mia vuole essere una testimonianza di quei volti, a cui non si presta spesso attenzione, che invece sono lì, e possono dirci tanto. E soprattutto vuole essere una testimonianza del lavoro di un amico che stimo, che si batte da sempre per divulgare un qualcosa, che per me si può riassumere in una sola parola, rispetto, che poi alla fine è amore”.
Ha nuovi progetti in cantiere e con Sciarra pensate ad altre collaborazioni?
“Si con Sciarra abbiamo altri progetti in cantiere ma li stiamo decidendo tutti strada facendo. Penso che ci aspettino ancora tante altre cose belle”.
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