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Quando si è nel pieno svolgimento di celebrazioni, per le testate generaliste è ormai obbligo quello di recuperare il passato e ripercorrere la storia attraverso le emanazioni cartacee. Così, sia Il Corriere Della Sera (che ha compiuto 150 anni) che La Repubblica (che di candeline ne ha spente 50) hanno dato via a numerose iniziative per festeggiare questi traguardi.
Se il primo quotidiano italiano ha appena iniziato il secondo ciclo di copie anastatiche storiche (dedicate ai principali delitti italiani), il quotidiano di largo Fochetti, dopo aver concluso la mostra romana a Testaccio ha prima ripercorso le vignette satiriche (con 6 volumi gratuiti dei principali artisti satirici assoldati) si appresta anch’esso a rispolverare gli archivi. Da giovedì 14 maggio, infatti, e per cinque settimane, a La Repubblica sarà abbinato gratuitamente un Album che racchiude 40 prime pagine storiche, per un totale di 200 copertine selezionate.
Certamente, le copie storiche del Corriere Della Sera rappresentano una sorta di cimelio storico che i collezionisti sicuramente hanno saputo apprezzare, per questo l’iniziativa di Repubblica sembra un po’ depotenziata e meno “esperienziale”, quasi un’opera “dovuta”, che certo aiuta i più giovani (semmai ce ne sono ancora, di interessati) a familiarizzare col passato. Per carità, queste sono tutte iniziative encomiabili ed interessanti, anche se troppo incentrate su quell’effetto amarcord che rischia di rallentare ancora di più lo slancio verso il futuro degli editori tradizionali.
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AMilano, in piazza Giovine Italia, zona Conciliazione, a pochi metri da Santa Maria delle Grazie, dal 27 aprile al 3 maggio scorso è apparsa un’edicola pop-up nera e rossa, completamente brandizzata, che distribuiva gratuitamente mille copie al giorno di Runway Magazine — la rivista immaginaria diretta da Miranda Priestly, diventata reale per promuovere l’uscita del sequel de “Il Diavolo veste Prada”. Ma quella di Milano non era un’iniziativa isolata. È stato il tassello italiano di una macchina promozionale globale costruita con chirurgica precisione, fondato (e sembra quasi in controtendenza) su un gadget di carta di cui da tempo recitiamo il de profundis.
Il Global Tour ufficiale per la promozione del film già macchina da soldi ha toccato Mexico City, Tokyo, Seoul, Shanghai, New York e Londra — città scelte non a caso, ma per rispecchiare la trama del film, in cui Miranda e Andy viaggiano per il mondo per salvare Runway (un tema particolarmente attuale, evidentemente a tutte le latitudini). La distribuzione gratuita della rivista cartacea ha coinvolto Los Angeles, New York, Londra e, per l’Italia, Milano. Le prime copie fisiche erano state distribuite alla première e nei pop-up selezionati a Los Angeles e New York, già nelle settimane precedenti all’uscita del film.
Il numero da collezione è fatto oggettivamente bene: fotografie firmate da Annie Leibovitz, un’intervista tra le protagoniste curata da Greta Gerwig (regista di Barbie) e un’introduzione affidata a Chloé Malle, la nuova direttrice di Vogue. Non si tratta, insomma, è un gadget raffazzonato: il magazine è un prodotto editoriale vero, con firme vere, costruito per sembrare esattamente quello che una rivista come Runway dovrebbe essere, e con un sito web realizzato per l’occasione, e per far sembrare tutto coerente e credibile. La testata americana Fast Company l’ha sintetizzato con una frase che vale più di mille analisi: “La rivista falsa de Il Diavolo veste Prada 2 sta avendo un anno migliore della maggior parte delle riviste reali”.
Il chiosco di piazza Giovine Italia appartiene al gruppo Quotidiana, una società che dal 2020 ha acquisito e ristrutturato otto edicole dismesse a Milano, trasformandole in spazi utilizzabili dai brand per operazioni promozionali che riscuotano risonanza, soprattutto online: allestimenti temporanei, distribuzione di gadget, punti vendita pop-up a tempo. Nel tempo Quotidiana ha collaborato con marchi come Zymil e Panini. Runway è solo l’operazione più visibile di un modello già rodato.
Questo, infatti, non è di certo un caso isolato nel panorama urbano. Louis Vuitton, già nel 2023, aveva allestito a Milano un’edicola durante la settimana della moda distribuendo omaggi floreali ai passanti, ispirata all’estetica di Yayoi Kusama. Anche Prada, Loro Piana e Campari hanno fatto lo stesso negli anni successivi, in un connubio tra moda, design che ha caricato di desiderio e brama gli avventori, perlopiù generalisti. Più di recente, durante la Design Week 2026, diverse edicole milanesi sono state trasformate in micro-spazi espositivi per brand internazionali: installazioni, capsule editoriali, progetti fotografici. La scala ridotta del chiosco, che un tempo era un limite, è diventata un vantaggio, poiché costringe alla sintesi, alla cura, alla selezione. Associato alla brevità temporale dell’apertura, rappresenta perfettamente l’esempio di scarsità (strumento tanto caro al marketing moderno) che innesca l’esperienza ad ogni costo. Ecco allora come l’edicola sia diventata uno dei luoghi più desiderabili del marketing esperienziale urbano. Proprio mentre smette di vendere giornali.
Arriviamo al fatto soltanto in apparenza scioccante. Davanti all’edicola di piazza Giovine Italia si sono formate code lunghissime. Persone disposte ad aspettare ore per una copia gratuita di una rivista di carta. Poi però arriva il colpo di scena: in poche ore, diverse copie sono comparse su Vinted ed eBay a prezzi che in alcuni casi superano abbondantemente i cento euro, e con acquisti sovente perfezionati alla cifra di 50/60 euro (testimone oculare: ho messo gli annunci nei preferiti e li ho visti “venduti” realmente, altroché le ciabatte marchiate Lidl). C’è pure chi ha raccontato di aver temuto di rimanere senza dopo ore di attesa, e chi ha notato le stesse persone ripresentarsi in coda più giorni di fila, evidentemente mossi dal desiderio di rivendere i cimeli proprio per gli smemorati o gli impossibilitati – una condotta ormai sdoganata, al netto di sbuffi, lamentele e disagi, puntualmente compiuti.
La domanda è lecita: ma quella fila era per la rivista o per il cimelio da rivendere? Per l’esperienza o per il profitto? La risposta è probabilmente entrambe le cose — e questo non cambia il punto centrale, anzi lo acuisce. Quella gente in fila rappresenta esattamente il pubblico che le riviste vere inseguono disperatamente da anni. Giovani, curiosi, disposti a investire tempo e pazienza per qualcosa che percepiscono come raro, bello, esclusivo, di valore (che sia vero, presunto, a breve termine o dettato dalla società dell’apparenza).
C’è un ulteriore capitolo di questa vicenda che merita attenzione e che racconta quanto il confine tra realtà e finzione sia diventato sottile nell’editoria contemporanea. Esiste una rivista vera che si chiama Runway Magazine che ha una redazione a Hollywood, distribuzione internazionale e trademark registrato dal 1995. Quando Disney ha lanciato la sua Runway fittizia, il conflitto era inevitabile: il colosso americano dell’animazione ha inviato diffide legali alla direttrice Eleonora de Gray, minacciando azioni per violazione di trademark, concorrenza sleale e diffamazione. La risposta della direttrice è stata netta: “Disney non possiede il marchio Runway Magazine e non può appropriarsi della nostra identità”. Touché: una guerra legale tra una rivista immaginaria diventata reale e una rivista reale che rischia di essere scambiata per immaginaria. Se non fosse vero, sembrerebbe la trama di un film (e se la Disney drizza le antenne, sa già cosa fare).
Perché la percezione di valore non scatta automaticamente. Scatta quando c’è scarsità: mille copie al giorno, fino a esaurimento, in un arco temporale minimo e definito. Scatta quando c’è esclusività: un oggetto che non puoi trovare altrove, se non di seconda mano a prezzi folli. Scatta quando c’è un’emozione attivante: vent’anni di cultura pop, Meryl Streep, Anne Hathaway, il mito di Miranda Priestly, protagonista di una lunga attesa che genera desiderio e partecipazione. Scatta quando c’è un’esperienza fisica, urbana, condivisibile: nel 2026 una campagna di marketing che non incentiva la produzione di contenuti spontanei da parte degli utenti è considerata un’occasione sprecata, e farlo in uno spazio preciso, centrale, riconoscibile genera la combo perfetta.
Ecco, le riviste “reali”, quelle classiche, dalla carta patinata ma ancora un po’ cheap, non ha alcuno di questi elementi di default. Esse infatti percepite come sempre disponibili, sempre uguali, sempre sostituibili da ciò che si trova gratis online, ad un costo tutto sommato accessibile, eppure non sono appetibili, non generano desiderio, non creano rituali di acquisto, non sono collezionabili (o forse sì, ma nessuno di vanterebbe di esporle nella propria libreria accanto a classici millenari).
I numeri sono, d’altronde, implacabili. Nel 2012 in Italia c’erano più di 16.000 edicole. Nel 2025 sono scese a meno di 8.000. Le copie vendute ogni giorno sono passate da circa 4 milioni nel 2013 a meno di 2 milioni oggi. Nel frattempo i brand di lusso fanno la fila per occupare quegli stessi chioschi, e le persone fanno la fila per entrarci.
Appare allora evidente, di fronte a questi episodi sempre più frequenti, che il problema non sia la carta, né il formato, neppure il contenuto: tutto si gioca sul significato che il pubblico attribuisce all’atto di procurarsi quella cosa lì, in quel momento, in quel posto: ovvero in un’esperienza.
Runway ha funzionato perché era un evento. Un luogo preciso, una quantità limitata, un’emozione condivisa, una storia ventennale alle spalle. Gli editori che vogliono sopravvivere dovranno imparare a trasformare ogni numero in un evento: non solo un prodotto che esce in edicola il giovedì mattina come sempre, ma che spinga le persone ad uscire di casa. Operazione non facile, ma di certo non impossibile. Lo dimostrano le riviste indipendenti, internazionali, dal prezzo di copertina non certo cheap. Serve forse una riflessione che ripensi i prodotti editoriali e qualcuno che ci provi davvero.
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Le celebrazioni dei 150 anni di storia del Corriere Della Sera continuano con la pubblicazione delle edizioni storiche, inaugurando una seconda collezione. Terminata la prima, composta da 8 copie anastatiche relativi agli avvenimenti storici più significativi, la seconda parte giovedì 7 maggio (insieme al raccoglitore) con una nuova serie di ulteriori 8 uscite, questa volta a tema “I grandi delitti”.
Questa la lista completa delle uscite.
Non è affatto difficile immagine che, esaurita questa seconda collezione di copie storiche, ve ne sarà una terza, e chissà quante altre, sempre tematizzate. Per appassionati e collezionisti, d’altronde, poter rimettere mano a numeri storici al ridicolo prezzo di 1 euro (oltre al costo del quotidiano) è davvero impagabile. Peccato per la confezione della collezione, un mero raccoglitore di cartone che poco si addice alla solennità dell’iniziativa.
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C’è una storia nell’editoria italiana che vale più di mille analisi di settore. È la storia de Il Fatto Quotidiano nel 2025 e 2026: un giornale che cresce mentre il mercato crolla, che perde soldi mentre aumenta i lettori, e che rompe il proprio tabù più identitario chiedendo allo Stato quei fondi che per quindici anni aveva usato come bastone contro tutti gli altri. Ed è una storia che parla di tutti, non solo del coriaceo e immarcescibile direttore Marco Travaglio.
I numeri della crescita.
Partiamo dai dati che il Fatto ama citare, e d’altronde ha ragione a farlo. A gennaio 2026, mentre quasi tutti i quotidiani italiani registrano cali, il Fatto cresce del 9,58% nella diffusione e del 9,61% nelle vendite individuali totali. Andrea Scanzi si è beato sui social: “Mentre tutti i grandi quotidiani perdono lettori (Corriere -5,82%, Repubblica -9,56%, Sole 24 Ore -5,77%, Gazzetta dello Sport -11,32% — il Fatto è l’unico con il segno più”. Vero, un dato incontestabile e sicuramente meritato: il Fatto ha costruito negli anni una comunità di lettori fedele, identitaria, disposta a pagare per sostenere una linea editoriale riconoscibile. In un mercato dove tutti perdono, questo è un risultato non da poco, da difendere e festeggiare.
I numeri della crisi.
E poi ci sono gli altri numeri, quelli che il Fatto non ama citare, ma che sono pubblici perché SEIF è una società quotata all’Euronext Growth Milan. Il bilancio consolidato 2025 si è chiuso in perdita per 2,59 milioni di euro, peggiorando rispetto al rosso di 1,73 milioni del 2024; l’indebitamento finanziario netto è salito a 4,95 milioni di euro, rispetto ai 3,42 milioni di inizio anno; il patrimonio netto è negativo per 6,4 milioni.
I revisori di KPMG hanno certificato il bilancio ma hanno inserito nella relazione un richiamo esplicito a una “incertezza significativa relativa alla continuità aziendale”. Si tratta di una formula tecnica dal significato molto concreto: esistono dubbi rilevanti sulla capacità dell’azienda di continuare a operare nel medio periodo senza interventi correttivi.
È a questo punto che è entrato in scena, a sorpresa ma forse neppure tanto, il buon Carlo Calenda. Il leader di Azione ha diffuso sui social i dati di bilancio di SEIF, parlando di “numeri disastrosi” e segnalando forti variazioni nei debiti verso i fornitori (+48%) e verso il fisco (+106%), oltre a un indebitamento netto in crescita del 44,7%. Calenda ha poi allargato il campo, sollevando interrogativi sui ricavi provenienti dall’estero con insinuazioni su possibili connessioni con la Russia, un attacco che commentatori di diversa estrazione hanno giudicato come un’adozione dello stesso schema polemico spesso imputato al giornale di Travaglio, basato su accuse generiche e ricostruzioni suggestive. Sul piano dei conti, però, le domande di Calenda erano legittime, e purtroppo i numeri sono quelli che sono.
Il tabù infranto.
Ed è qui che arriva il colpo di scena più rilevante, perlomeno sul piano simbolico. Per la prima volta dalla fondazione nel settembre 2009, Il Fatto Quotidiano ha chiesto fondi pubblici. Nel dicembre 2025, la società editrice SEIF ha presentato domanda per il contributo straordinario all’editoria (10 centesimi per ogni copia cartacea venduta nel 2023) per un importo netto di 721.968 euro.
La notizia sarebbe già rilevante da sola, ma diventa clamorosa e quindi succulenta se si considera che sotto la testata del Fatto da anni campeggia orgogliosamente la scritta: “Non riceve alcun finanziamento pubblico“. Una dichiarazione identitaria, uno slogan che il direttore Travaglio aveva usato come premessa di ogni critica ai colleghi che quei fondi li prendevano. Le sue parole storiche, rilette oggi, hanno il sapore amaro del boomerang: “La libertà di stampa non dipende dai soldi dello Stato: quella non è libertà di stampa, quella è schiavitù di stampa. I giornali devono vivere grazie ai lettori. Chi non è in grado di sostenersi autonomamente dovrebbe chiudere“.
La SEIF ha tentato di spiegare la svolta in un comunicato alla penultima pagina del giornale: “SEIF è ben consapevole dell’importanza che riveste per il Fatto Quotidiano non percepire finanziamenti pubblici. Ma, data la crisi del mercato editoriale e il momento congiunturale molto difficile, l’amministratore delegato ha ritenuto di predisporre la domanda per garantire la continuità aziendale, supportare la transizione digitale e prevenire eventuali situazioni di rischio.”
Il Foglio ha commentato con ironia chirurgica: senza una modifica grafica, il Fatto si ritroverebbe a essere il primo giornale al mondo con una fake news anche nella testata.
Travaglio ha precisato di non voler percepire il contributo (“faremo di tutto perché sia così“) e ha spiegato il motivo: non vuole che il Fatto sia pagato anche da chi non lo legge. Ai fatti attuali, il contributo risulta assegnato ma non ancora incassato. Certo, una distinzione sottile, ma in una situazione che sottile non è.
Il dilemma che resta.
Detto tutto questo, e senza alcun interesse a fare del moralismo sulla singola testata, la vicenda del Fatto apre una domanda che riguarda tutti: è possibile per un giornale sopravvivere senza sostegni concreti? La risposta, a leggere i dati e memori di un passato che non vede il futuro, sembra essere no. O almeno: non facilmente, non a lungo, e non senza costi enormi in termini di qualità, pagine, personale. La “favola” dell’indipendenza totale dai fondi pubblici è durata quindici anni al Fatto e beninteso, quindici anni sono tanti, rispetto alla media del settore, ma evidentemente non sono bastati.
Ormai lo sappiamo: il mercato, da solo, non garantisce la sopravvivenza di molte realtà culturali. Il sostegno all’editoria (come quello alla radio, al teatro, alle arti e ai musei) è uno dei modi con cui una democrazia garantisce il pluralismo dell’informazione e l’accessibilità ad essa. Per fare un esempio, la Francia spende ogni anno 800 milioni in aiuti diretti, agevolazioni fiscali e sostegno alla transizione digitale, mentre l’Italia circa 300. Questi fondi esistono precisamente per sostenere l’informazione e per renderla libera, plurale, accessibile. Non sono (almeno in teoria) una concessione dello Stato ai giornali compiacenti: sono uno strumento di politica democratica, quando ben governati.
Ma qui si apre il secondo dilemma, più scomodo del primo. Il Fatto cresce perché è genuinamente schierato: ha una voce riconoscibile, una tribù fedele, un nemico chiaro da combattere ogni mattina, un’identità ormai granitica. È un modello che funziona, come dimostra l’unico segno più in un mercato tutto in rosso. Ma questo modello è legato a doppio filo allo schieramento scelto: se smetti di combattere, o cambi battaglia, rischi di perdere la tribù che ti sostiene.
Allora, la domanda che gli editori non vogliono pronunciare è questa: l’informazione deve per forza schierarsi per sopravvivere? E se sì, cosa ne è, e ne sarà, del giornalismo “terzo”, plurale, scomodo a tutti? Chi lo finanzia: lo Stato, i lettori, o nessuno? I contributi pubblici nascono per sostenere l’informazione libera e accessibile, ma se l’informazione che li riceve è inevitabilmente di parte, perché è solo quella di parte a trovare lettori disposti a pagarla, allora il cerchio si apre.
Non ci sono risposte semplici. Ma fingere che la domanda non esista è già una scelta di campo.
L'articolo Il giornale che cresce e perde soldi: il caso Il Fatto Quotidiano e il dilemma dei fondi pubblici proviene da Stampacadabra.
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