"Le nostre idee migliori sono spesso quelle che collegano due mondi diversi" - Marvin Minsky
Un recente report di McKinsey analizza cosa significhi davvero l’integrazione dell’IA per il futuro del cinema e della TV, confermando che non siamo solo davanti a nuovi strumenti, ma a una riscrittura totale della filiera. Siamo di fronte a quello che Sean Bailey (fondatore di B5 Studios) definisce uno “spostamento di piattaforma” più significativo di qualsiasi altro mai visto nel nostro settore.
Ecco i punti di flessione che cambieranno il nostro modo di abitare lo spazio creativo:
– L’inversione della pipeline: stiamo passando dal classico “lo sistemiamo in post-produzione” (“fix it in post“) al “lo sistemiamo in pre-produzione” (“fix it in pre“). Grazie all’IA, la capacità di visualizzare e testare narrazioni in pre-produzione sta già portando a incrementi di produttività tra il 5% e il 10%.
– Dai pixel ai “World Models” (non quelli di LeCun…): il futuro non appartiene a chi genera asset isolati, ma ai sistemi che mantengono una comprensione interna di personaggi, ambienti e regole causali. Questo trasformerà le storie in esperienze narrative capaci di evolvere oltre il singolo script e rispondere al pubblico in tempo reale.
– La democratizzazione del “Professional-Grade“: l’IA potrebbe essere la prima tecnologia a consentire la creazione di contenuti ad alto valore produttivo al di fuori dei grandi studios. È la fine del monopolio della qualità tecnica, ma attenzione al rischio dell'”AI slop”.
Entro cinque anni dall’adozione di massa, circa 60 miliardi di dollari di entrate annuali potrebbero essere ridistribuiti all’interno dell’ecosistema. Non è solo efficienza; è una mutazione genetica della distribuzione e del consumo.
La sfida non è più se usare l’IA, ma come ricablare le nostre organizzazioni e la nostra pratica creativa per non essere travolti dalla velocità dell’algoritmo.
Un recente studio di Aruna Ranganathan e Xingqi Maggie Ye (UC-Berkeley) citato in un articolo dell’Harvard Business Review analizza un fenomeno che molti di noi stanno già sperimentando sulla propria pelle: l’Intelligenza Artificiale non riduce il lavoro, lo intensifica.
Dalla ricerca emergono tre dinamiche silenziose ma pervasive:
• Espansione dei task: grazie alla facilità d’uso dell’IA, iniziamo a occuparci di compiti che prima avremmo delegato o evitato, allargando a dismisura il perimetro delle nostre mansioni con quelle che si potrebbero definire “synthetic skills“.
• Confini sfumati: l’abbattimento della “paura del foglio bianco” ci spinge a infilare piccoli prompt in ogni momento di pausa — a pranzo, tra una riunione e l’altra — eliminando i tempi di recupero cognitivo.
• Multitasking costante: gestiamo più flussi di lavoro in parallelo perché sentiamo di avere un “partner” sintetico, aumentando però il carico mentale e la frammentazione dell’attenzione.
Il risultato? Quello che sembra un boom di produttività nel breve periodo rischia di trasformarsi in burnout e calo della qualità decisionale nel lungo termine.
La soluzione? Non è smettere di usare questi strumenti, ma sviluppare una “AI Practice” consapevole:
1. Pause intenzionali: momenti strutturati per riflettere prima di procedere alla velocità dell’algoritmo.
2. Sequenziamento: proteggere le finestre di focus ed evitare la reattività continua agli output dell’IA.
3. Human Grounding: preservare spazi di confronto umano per mantenere la prospettiva e la creatività che solo il dialogo sociale può alimentare.
L’IA sta cambiando il ritmo del nostro lavoro. La vera sfida non è solo quanto velocemente possiamo andare, ma decidere se siamo noi a guidare il cambiamento o se lasciamo che sia lui a plasmare noi.
Il report “Intelligence artificielle et création : enjeux et pratiques” (n.1, 2025) nasce come progetto cooperativo tra diverse città del Creative Cities Network dell’UNESCO, con il sostegno di istituzioni francesi. L’obiettivo è fotografare come l’IA (soprattutto generativa) stia cambiando pratiche, economie e immaginari delle industrie culturali, e costruire un confronto “decennale” replicabile negli anni per osservare l’evoluzione di percezioni e usi.
Una cornice trasversale su diritto/copyright, etica, economia della creazione fa da prologo a quattro capitoli settoriali: cinema, letteratura, musica, arti digitali, ciascuno introdotto da un’analisi critica e seguito da interviste costruite su sei domande-guida (strumento vs co-creatore; autenticità; standardizzazione; implicazioni etiche; innovazione vs ripetizione; futuro del settore).
Nel complesso, il documento porta avanti una tesi “politica” (in senso culturale): non è solo importante chi crea, ma chi organizza la percezione e la visibilità della creazione in un ecosistema sempre più mediato da tecnologie.
L’intelligenza artificiale nel cinema non arriva come un fulmine: ci entra da una porta che il cinema stesso ha costruito. Per decenni, lo schermo ha anticipato timori e desideri legati alle macchine, fino a diventare — scrive il dossier — “uno specchio” della nostra idea di umano. Ora quell’IA, come ne “La rosa purpurea del Cairo”, esce da quello schermo e si infiltra nel processo creativo e produttivo.
Viene risolta senza nostalgia la querelle sull’autenticità: “non viene dallo strumento, viene dallo sguardo”. La “prodezza tecnica” diventa commodity: ciò che era “spettacolare” è a portata di tutti, quindi torna centrale il contenuto. Il criterio critico si sposta: meno fetish della tecnica, più attenzione a messaggio, rappresentazione, responsabilità. Torna decisivo avere qualcosa da dire, e la responsabilità di come lo si mette in scenaLa minaccia, semmai, è l’uso passivo: “se usiamo l’IA passivamente, tutto rischia di assomigliarsi”.
Per quel che riguarda la fase di scrittura, l’uso più solido oggi è “assistivo”: sbloccare impasse narrative, testare alternative, fare sintesi/analisi—senza cedere l’ultima parola. La questione infatti non è solo estetica ma di “intenzione”: più l’IA è trattata da autore unico, più l’autenticità diventa fragile. Come sottolineato anche da Luciano Floridi che suo concetto di “distant writing” cita la figura del “designer narrativo”, la competenza distintiva degli autori diventa curation (selezionare, filtrare, dare senso), non “generare”.
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