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La Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Ronald “Bato” de la Rosa, attuale senatore e già capo della polizia nazionale delle Filippine.
De la Rosa è sospettato del crimine contro l’umanità di uccisione, per l’omicidio di 32 persone, tra il 2016 e il 2018, nell’ambito della cosiddetta “guerra alla droga” ordinata dall’ex presidente Rodrigo Duterte, già consegnato nel marzo 2025 alla Corte penale internazionale.
Secondo la legge 9851 del 2009, il governo filippino è obbligato a consegnare le persone ai tribunali internazionali persone accusate di aver commesso crimini internazionali.
De la Rosa ha avuto un ruolo fondamentale nell’attuazione della “guerra alla droga”. Oltre a dirigere la polizia nazionale, era anche a capo della polizia di Davao City, dove l’ex presidente Duterte, quando era sindaco, aveva istituito e diretto la Squadra della morte di Davao, un gruppo paramilitare che, tra il 2011 e il 2016, aveva compiuto numerose esecuzioni extragiudiziali.
Ieri pomeriggio ha iniziato a circolare la falsa notizia secondo la quale “il giudice della Corte penale internazionale ha assolto Israele dall’accusa di genocidio”. A renderla virale sono stati anche diversi giornalisti italiani che non solo hanno mostrato una notevole ignoranza del diritto internazionale ma sono venuti meno anche a quello che dovrebbe essere il loro dovere: verificare con la fonte originale.
In quella frase virgolettata non c’è una cosa giusta.
Il “giudice” è il procuratore dell’organo di giustizia internazionale che si occupa della responsabilità individuale (e non degli stati) per crimini di diritto internazionale. Non ha “assolto Israele dall’accusa di genocidio” per il semplice fatto che la Corte non ha avviato un’indagine in materia e dunque non può essere giunta ad alcuna assoluzione.
In un’intervista risalente a cinque giorni fa, il procuratore della Corte penale internazionale Karim Khan afferma che attualmente non ha presentato il capo d’accusa di genocidio nei confronti di sospetti responsabili. Come sappiamo, ha dato priorità alle accuse sostenute da una quantità enorme di prove e le sue indagini hanno portato la Corte a emettere mandati di cattura per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei confronti dell’attuale primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e del suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant.
Soltanto chi cerca disperatamente un appiglio per condonare Israele può affermare che la frase “attualmente non ho presentato quel capo d’accusa” equivale a concludere che il crimine di genocidio non sia avvenuto. Anzi, come precisa il procuratore Khan, “nessun crimine è escluso se le prove lo sostengono”.
Il genocidio è il crimine più complesso da provare perché occorre stabilire che uno o più di uno dei cinque atti di genocidio stabiliti dalla omonima Convenzione del 1948 sia stato commesso con l’intento (dunque, un elemento soggettivo) di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto dalla Convenzione.
Giustamente, nell’intervista il procuratore Khan sostiene che le indagini della Corte non devono essere condizionate dallo sdegno dell’opinione pubblica o dal clamore mediatico ma devono basarsi su accuse capaci di reggere in tribunale.
La falsa notizia sulla “assoluzione di Israele dall’accusa di genocidio” ci dice alcune cose, oltre a quelle evidenziate all’inizio di questo post.
Ci si è dimenticati che, sul possibile crimine di genocidio, sta facendo le sue valutazioni la Corte internazionale di giustizia, quella che si occupa di controversie tra gli stati, sulla base di un ricorso mosso dal Sudafrica contro Israele per violazione della Convenzione del 1948.
Si conferma poi ancora una volta quella malsana idea che, “se non è genocidio, non è niente di grave”. I mandati di cattura nei confronti dei due latitanti Netanyahu e Gallant, per chi volesse leggerli, contengono accuse gravissime.
Un principio fondamentale del diritto internazionale riguardante il giusto processo è che i tribunali militari devono limitarsi a processare i militari e che gli imputati civili devono essere processati dalle corti ordinarie.
Un anno fa, esattamente il 7 maggio 2025, la Corte suprema del Pakistan ha annullato una sua precedente decisione del 2023 e affermato il contrario, stabilendo che processare i civili in corte marziale non è in contrasto con la Costituzione.
I risultati di questo sgretolamento delle tutele giudiziarie si è visto bene in questi dodici mesi: processi segreti condotti da ufficiali dell’esercito privi di indipendenza e imparzialità, motivazioni delle condanne non rese note, impossibilità di ricorrere in appello.
La Corte suprema, nella sua decisione del 7 maggio scorso, aveva in realtà ordinato al parlamento di approvare, entro 45 giorni, una legge che prevedesse il diritto di appello all’Alta corte. Il parlamento non l’ha ancora fatto.
Sono state condannate in questo modo, nel dicembre 2024 a pene tra i due e i dieci anni, 105 persone che il 9 maggio 2023 avevano preso parte alle proteste contro l’arresto dell’ex primo ministro Imran Khan. Due hanno scontato la condanna e sono state scarcerate, altre cinque hanno ottenuto la grazia.
Resta in carcere anche Idris Khattak (nella foto), un attivista per i diritti umani scomparso nel 2019 e condannato, due anni dopo, a 14 anni di carcere da una corte marziale.
Dalla Russia artica arriva una vicenda che ricorda i tempi dei gulag.
Azaf Miftakhov, matematico e attivista anarchico, ha denunciato di essere stato torturato nella colonia penale in cui è detenuto.
Il 5 maggio il gruppo di solidarietà con Miftakhov ha pubblicato un dettagliato rapporto sulla violenza sessuale e le minacce di stupro cui il detenuto sarebbe stato sottoposto dopo il trasferimento nella colonia penale 18 (denominata “Gufo polare), situata ad Harp, nel circondario autonomo di Yamalo-Nenets. Siamo nell’artico, di fronte al mare di Kara.
Il giorno dopo l’arrivo, il 21 aprile, a Miftakhov è stato ordinato di fare le pulizie, con l’evidente scopo di infliggergli un’umiliazione. Al rifiuto, è stato immobilizzato dal personale della colonia penale, picchiato e preso a martellate sulle piante dei piedi. Poi lo hanno denudato e, tra minacce di stupro e di strangolamento, è stato sottoposto a un’aggressione sessuale. Infine, gli hanno somministrato scariche elettriche sulle dita.
Già nel 2019 Miftakhov aveva denunciato essere stato torturato mentre stava scontando una condanna per l’accusa di aver dato fuoco all’ufficio di un esponente del partito al potere, “Russia unita”, a Mosca. Nessuno aveva riportato danni.
Nel maggio 2023 la direzione del carcere dove si trovava all’epoca aveva distribuito agli altri detenuti foto intime di Miftakhov, istigandoli a commettere violenza sessuale nei suoi confronti.
Nel settembre 2025, appena tornato libero, era stato nuovamente arrestato e condannato a quattro anni per “apologia del terrorismo”, per qualcosa che avrebbe detto mentre era in carcere.
La foto è tratta dal portale dedicato a Miftakhov.
Una ricerca di Amnesty International ha denunciato la “virulenta miscela” di xenofobia, razzismo e misoginia che colpisce sulle piattaforme social le donne razzializzate e le persone Lgbqia+ in Canada.
Si tratta di una vera e propria campagna organizzata da suprematisti bianchi con l’obiettivo di intimidire, deumanizzare e attaccare persone che già nella vita reale sono marginalizzate e alle quali si vorrebbe togliere la parola anche online.
Amnesty International ha analizzato migliaia di post e di commenti e intervistato utenti che hanno subito violenza di genere facilitata dalla tecnologia. Ne è emerso un linguaggio sconcertante, come le espressioni che associano queste persone ad animali e malattie.
L’odio online si nutre di false narrazioni e, a sua volta, le alimenta: come quelle che descrivono un paese che perderà la sua identità bianca e cristiana a causa di un’immigrazione di massa. Si parla di “grande sostituzione” (sinonimo della “sostituzione etnica” presente anche nelle narrazioni italiane) e addirittura di “genocidio bianco”. Queste persone devono “tornare a casa loro”, anche se “casa loro” spesso è proprio il Canada.
“Sono stata vittima di una campagna d’odio. Non minacciavano di uccidermi ma di rompermi la mandibola, in modo che non avrei più potuto parlare. Evidentemente a queste persone dà fastidio che una donna razzializzata abbia spazio sui media canadesi”, ha dichiarato la giornalista Saba Eitizaz.
Una delle tecniche più subdole è quella di fare finta di schierarsi dalla parte dei diritti delle donne e delle persone Lgbtqia+ per fomentare l’odio contro le persone migranti, considerate minacce alla sicurezza pubblica e, in blocco, inclini allo stupro.
Contro tutto questo, non c’è modo di ottenere giustizia. Allora si ricorre all’autocensura, si abbandonano determinate piattaforme, si selezionano molto i contenuti da pubblicare o si “lucchetta” il profilo.
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