di Salvatore Primiceri – Tra i molti mali che attraversano le società contemporanee, l’abuso di potere è forse il più insidioso. Non perché sia nuovo, ma perché tende a presentarsi come necessario, inevitabile, persino giusto. Quando il potere smette di interrogarsi sul proprio limite e si legittima solo attraverso se stesso, non governa più: domina.
L’abuso di potere non nasce improvvisamente nelle grandi crisi politiche. È un fenomeno quotidiano, che conosciamo bene: nella raccomandazione che altera il merito, nello squilibrio contrattuale che umilia il più debole, nella discriminazione che si ammanta di regola. Queste micro-ingiustizie preparano il terreno alle macro-ingiustizie, perché abituano le coscienze all’idea che la forza possa sostituire la ragione.
Le recenti vicende che coinvolgono le operazioni dell’ICE negli Stati Uniti mostrano con drammatica chiarezza questa dinamica. L’uccisione di civili, l’arresto di bambini, la repressione di manifestanti pacifici e l’uso di tattiche aggressive contro cittadini inermi non sono semplici “eccessi operativi”. Sono il segno di una concezione del potere che ha smarrito il buonsenso come principio guida del bene comune.
È necessario chiarire un equivoco: il buonsenso non è buonismo. Non è rinuncia all’ordine, né indulgenza verso l’illegalità. Il buonsenso è la forma minima della razionalità politica: la capacità di valutare mezzi e fini, di distinguere tra forza legittima e violenza arbitraria, di ricordare che ogni potere è giustificato solo nella misura in cui tutela la dignità umana. Quando il buonsenso viene meno, anche la legalità diventa una maschera.
Non è un caso che il pensiero politico occidentale abbia individuato molto presto questo rischio. Nel dialogo platonico della Repubblica, Trasimaco definisce la giustizia come “l’utile del più forte”. È una tesi brutale, ma onesta: il potere stabilisce ciò che è giusto in base al proprio interesse. Socrate e Platone la rifiutano perché comprendono che, se accettata, essa dissolve ogni idea di giustizia come ordine razionale e morale della comunità.
Oggi quella posizione sembra tornata di moda. La retorica della sicurezza, dell’emergenza permanente, del nemico da neutralizzare ripropone l’idea che ciò che fa il più forte sia, per definizione, giusto. In questa logica, l’abuso di potere non è un errore: è una strategia. La vittima diventa un danno collaterale, la critica un intralcio, il dissenso una minaccia.
Platone aveva immaginato governanti formati alla filosofia, non per erudizione, ma per disciplina del giudizio. Il filosofo-governante è colui che sa resistere alla tentazione dell’arbitrio, che comprende che comandare non significa imporsi, ma assumersi una responsabilità morale. Se già nel suo tempo questo ideale appariva fragile, oggi sembra quasi utopico. E viene da chiedersi se lo stesso Platone, che rischiò la vita nel tentativo di educare alla buona politica il tiranno di Siracusa, non esiterebbe di fronte a un mondo che sembra aver smarrito ogni gerarchia di valori.
L’abuso di potere è uno dei reati più gravi che l’uomo possa commettere perché corrompe non solo chi lo subisce, ma anche chi lo esercita e chi lo giustifica. Distrugge la fiducia, erode il senso della giustizia, abitua all’idea che la forza possa sostituire la verità.
Difendere il buonsenso nel governo non è un lusso morale: è una necessità politica. Senza di esso, lo Stato di diritto si svuota dall’interno e la democrazia sopravvive solo come parola, non come pratica. E quando il potere dimentica il buonsenso, non resta che ricordarglielo — prima che sia troppo tardi.
Salvatore Primiceri
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