Abbiamo fatto l'Italia, ora facciamo gli italiani
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Appena ventiduenne, ancora studentessa universitaria, andai a lavorare per la Sudan Airways. Facevo la spola tra Khartoum e Port Sudan, dove mi fermavo per una settimana nel villaggio turistico di Arusa, sul Mar Rosso.
Ero sempre stata affascinata dall’Africa, fin da bambina, quando leggevo storie ambientate in quel continente e ascoltavo i racconti di mio padre, che era stato prigioniero di guerra in Etiopia. Sognavo quel cielo terso, quegli odori, quella vegetazione descritta nei libri e nei suoi ricordi: la natura al suo stato più puro.
I miei genitori e mio fratello erano preoccupati quando decisi di partire. All’epoca si parlava ancora della “tratta delle bianche” e io, ragazza bionda con gli occhi azzurri, potevo apparire una preda facile. C’erano poi il pericolo delle malattie, la malaria, la mancanza di strutture sanitarie adeguate. Ma io non volli sentire ragioni e partii.
Ricordo come fosse ieri il mio arrivo a Khartoum. Era proprio come l’avevo immaginata: le strade sterrate e impolverate, i bambini che giocavano all’aperto e inseguivano le poche auto di passaggio, il richiamo del muezzin all’alba. Giravo da sola per la città, visitavo i suk, facevo la spesa al mercato, e mai una volta ebbi la sensazione di essere in pericolo.
Se qualche giovane mi infastidiva — e per “infastidire” intendo una battuta, un complimento insistente — intervenivano subito gli uomini più anziani, invitandoli a lasciarmi in pace. Lo facevano con naturalezza, con un senso di protezione verso un’ospite straniera.
Ricordo con affetto quelle persone semplici, capaci di offrire quel poco che avevano con un sorriso; quei bambini che mi circondavano allegri e ridenti, spensierati come raramente avevo visto i nostri nelle città, pur cresciuti tra comodità e sicurezza. Si avvertiva un forte senso di comunità, insieme a un orgoglio antico e a una dignità profonda.
Chi ha vissuto o lavorato in un Paese africano probabilmente riconoscerà questa esperienza: l’incontro con comunità accoglienti, persone rispettose, gentili, legate a forti valori familiari e sociali.
Eppure, quando si leggono le cronache europee, la narrazione cambia radicalmente e nasce una generalizzazione pericolosa: l’idea che interi gruppi umani possano essere considerati inclini alla criminalità.
È quello che sta accadendo in questi giorni a Belfast, in Irlanda del Nord. Un uomo sudanese è stato accusato di una violenta aggressione con coltello, provocando una reazione che è andata ben oltre la legittima richiesta di giustizia. La rabbia si è riversata contro tutti gli immigrati: case incendiate, auto bruciate, famiglie straniere costrette a nascondersi, come se la responsabilità di un uomo potesse ricadere su tutti coloro che gli somigliano o che vengono dallo stesso continente.
Come si spiega questo cortocircuito? Com’è possibile che persone provenienti da culture spesso fondate sul rispetto, sulla famiglia e sulla comunità, una volta arrivate in Europa, finiscano per essere associate alla violenza, al degrado o alla criminalità?
La risposta non va cercata nell’etnia, né in una presunta inclinazione culturale alla violenza. Va cercata nella sociologia, nelle condizioni materiali, nella marginalità, nell’isolamento, nei fallimenti dell’integrazione. E, soprattutto, nella storia.
Esiste infatti un parallelo che ci riguarda da vicino: quello degli emigranti italiani negli anni Cinquanta e Sessanta, quando ad essere considerati “violenti” eravamo noi.
Oggi tendiamo a dimenticarlo, ma poco più di sessant’anni fa centinaia di migliaia di italiani – soprattutto provenienti dalle regioni più povere del Mezzogiorno – lasciarono tutto per andare a lavorare nelle miniere di carbone in Belgio, nei cantieri in Svizzera o nelle fabbriche in Germania.
La stragrande maggioranza di loro era composta da lavoratori instancabili e onesti. Eppure, non furono accolti come oggi vengono percepiti gli italiani all’estero: portatori di bellezza, cultura, buona cucina, musica e valori familiari. Furono invece guardati con diffidenza. “Sporchi, rumorosi, ignoranti, violenti, mafiosi”: questi erano alcuni degli stereotipi che li accompagnavano. Bastava il crimine commesso da un italiano perché il sospetto si allargasse a tutti i suoi compatrioti. Bastava una rissa in una taverna, un arresto, un episodio di cronaca nera perché un’intera comunità venisse marchiata. Nei locali della Svizzera non era raro trovare cartelli con la scritta: “Vietato l’ingresso agli italiani e ai cani”. Nel 1970, l’iniziativa xenofoba Schwarzenbach in Svizzera arrivò a chiedere l’espulsione legale di oltre 200.000 lavoratori italiani che venivano descritti come “violenti, rissosi e inclini a delinquere”.
Gli uomini e le donne che sopportavano fatica, solitudine, umiliazioni, nostalgia, pur di mandare denaro a casa e costruire un futuro migliore per i figli erano invisibili. A diventare visibili erano gli altri: i pochi che finivano nelle cronache, quelli che litigavano, rubavano, si ubriacavano, cadevano nella marginalità o nella piccola criminalità. Ed erano loro, agli occhi di molti cittadini dei Paesi ospitanti, a rappresentare “gli italiani”.
È la legge crudele della percezione: una sola persona che delinque fa notizia, novantanove persone perbene no. I milioni di immigrati che lavorano regolarmente nell’agricoltura, nell’assistenza agli anziani, nella logistica, nei cantieri, nelle cucine dei ristoranti o nelle case delle nostre famiglie passano spesso inosservati. Il focus dei media e della politica si concentra quasi sempre sulla frazione che delinque, creando la convinzione che il problema sia culturale, etnico o addirittura biologico.
Qui entra in gioco un altro elemento decisivo: l’ignoranza, intesa non come colpa individuale, ma come mancanza di conoscenza diretta.
Negli anni Sessanta, la grande maggioranza dei cittadini svizzeri, belgi o tedeschi non era mai stata in Italia. Non conosceva davvero la cultura italiana, la bellezza delle sue città, la ricchezza delle sue tradizioni, la generosità della sua gente. Vedeva soltanto gli italiani che abitavano nei quartieri più poveri, nei dormitori, nei cantieri, nei luoghi della fatica e della marginalità. Così, il comportamento di quella piccola percentuale di immigrati che finiva nelle cronache nere diventava, agli occhi di molti autoctoni, l’unico metro di giudizio. Il marchio di “delinquente”, “rissoso”, “mafioso” si estendeva indiscriminatamente a tutti gli italiani.
Oggi assistiamo allo stesso meccanismo di generalizzazione. Molte persone in Europa non hanno mai messo piede nel continente africano e finiscono per confondere la criminalità nata dallo sradicamento, dall’isolamento e dalla marginalità sociale con la cultura d’origine di chi la commette.
Molti si stupiscono quando racconto la mia esperienza personale nei Paesi africani in cui ho vissuto e lavorato anche recentemente, dopo gli anni del Sudan. Ho camminato da sola per le strade di quelle città, anche di sera, senza mai sentirmi in pericolo, avvertendo invece intorno a me una naturale attitudine alla solidarietà, al rispetto e alla protezione verso gli stranieri. Oggi mia figlia vive e lavora in Ciad e mi restituisce impressioni molto simili: rapporti umani ancora fortemente radicati nella famiglia, nella dignità personale, nella solidarietà. Nei suoi racconti ritrovo la stessa Africa che avevo conosciuto da ragazza.
Per chi conosce, o immagina, l’Africa soltanto attraverso i telegiornali occidentali, questa realtà fatta di accoglienza, dignità e senso della comunità può apparire quasi incredibile. Ed è proprio su questa distanza tra realtà vissuta e realtà raccontata che la politica e l’informazione hanno una grande responsabilità.
Da destra come da sinistra, troppo spesso manca uno sguardo lucido e obiettivo. Da una parte c’è chi fa di tutta l’erba un fascio, trasforma ogni episodio di cronaca in una prova contro tutti i migranti e finisce per alimentare paura, rancore e odio collettivo. Dall’altra c’è chi, per reazione opposta, tende a minimizzare, a negare i problemi, a giustificare anche ciò che non può essere giustificato, come se riconoscere un crimine significasse automaticamente tradire i propri principi.
I cittadini si trovano così sospinti tra due estremi: l’ostilità indiscriminata e l’indulgenza ideologica. Diventa sempre più difficile mantenere una posizione equilibrata: chiedere sicurezza senza essere accusati di razzismo, difendere la dignità dei migranti senza chiudere gli occhi davanti ai reati, pretendere integrazione senza trasformare ogni difficoltà in una colpa collettiva. Eppure, proprio questa lucidità sarebbe necessaria.
Perché i problemi esistono. Sarebbe ingenuo negarlo. Esistono episodi di violenza, criminalità, degrado, illegalità. Esistono quartieri in cui l’integrazione è fallita, giovani senza prospettive, gruppi chiusi in cui la frustrazione si alimenta da sola. Esistono migranti che delinquono, così come commettevano reati alcuni emigranti italiani negli anni Sessanta. Negarlo non aiuta nessuno: non aiuta le vittime, non aiuta i cittadini che chiedono sicurezza, non aiuta nemmeno gli immigrati onesti, che sono i primi a pagare il prezzo del sospetto generalizzato.
Ma proprio perché questi problemi esistono, vanno capiti seriamente. Non liquidati con slogan opposti: “sono tutti criminali” o “non c’è nessun problema”.
Cosa legava gli italiani di allora agli immigrati africani di oggi? Non l’etnia, non la cultura, non una presunta natura violenta ma alcuni meccanismi sociali di vulnerabilità.
Il primo è la selezione dell’emigrazione. Chi ha una vita stabile, un buon lavoro, una casa, una rete familiare solida, raramente decide di abbandonare tutto. A partire sono spesso i più fragili o i più esposti: giovani uomini provenienti da contesti poveri, rurali o svantaggiati, talvolta con bassi livelli di istruzione, senza conoscenza della lingua del Paese di arrivo, senza strumenti per orientarsi in una società sconosciuta.
Non parte mai “un popolo” intero. Parte una parte specifica di quel popolo: quella che cerca una possibilità altrove perché nel proprio Paese non ne ha trovate.
Il secondo meccanismo è l’isolamento. Nel Paese d’origine, anche chi vive in condizioni difficili è spesso trattenuto da una rete invisibile ma potentissima: lo sguardo dei genitori, il rispetto degli anziani, il controllo della comunità, le norme sociali condivise, la vergogna di deludere chi ti conosce.
Quando si emigra, questa rete si spezza. I migranti vivono spesso in dormitori, alloggi sovraffollati, ambienti quasi esclusivamente maschili, ai margini delle città che li utilizzano come forza lavoro ma non sempre li rispettano come persone. Molti restano per anni in un limbo giuridico, senza lavoro regolare, senza stabilità, senza piena appartenenza, sospesi tra il Paese che hanno lasciato e quello che non li accoglie davvero.
In queste situazioni, la frustrazione non resta sempre un fatto individuale. Può diventare una dinamica di gruppo. Giovani uomini arrivati con aspettative enormi — spesso alimentate dai racconti, dalle immagini e dalle promesse di chi li ha spinti a partire — si ritrovano improvvisamente bloccati, respinti, senza prospettive reali. La delusione si trasforma allora in rabbia, e la rabbia, quando viene condivisa dentro gruppi chiusi, può alimentarsi a dismisura.
Ci si influenza a vicenda, ci si convince di essere stati ingannati, esclusi, umiliati. Il risentimento diventa linguaggio comune, la ribellione appare una forma di riscatto, il gesto illecito una prova di coraggio o di appartenenza. È così che alcuni giovani, invece di trovare nel gruppo un sostegno, finiscono per trovare una spinta alla sfida, alla trasgressione, talvolta alla violenza.
Non accade alla maggioranza. Ma accade abbastanza da diventare materia di cronaca. E la cronaca, quando non è accompagnata da contesto, si trasforma in pregiudizio.
Il terzo meccanismo è lo sfruttamento. Ieri come oggi, la vulnerabilità attira chi è pronto a usarla. Quando una persona non può accedere al mercato del lavoro legale, non conosce la lingua, non ha documenti, non ha una casa stabile e non ha una comunità che la protegga, diventa più facilmente preda di chi vuole sfruttarla.
Oggi molti migranti irregolari arrivano in Europa gravati dai debiti contratti con i trafficanti di esseri umani. Alcuni vengono intercettati dalla criminalità locale o internazionale, che offre denaro, appartenenza e una falsa protezione in cambio di obbedienza. Possono essere spinti allo spaccio, ai furti, al lavoro nero o ad altre forme di illegalità, talvolta anche sotto la minaccia di ritorsioni contro le famiglie rimaste nel Paese d’origine.
Questo non giustifica nulla; aiuta a capire, non assolvere.
Chi commette un crimine deve essere giudicato e punito. La sicurezza è un diritto, la legalità è un dovere, e nessuna spiegazione sociologica può cancellare il dolore delle vittime. Ma una società civile deve saper fare entrambe le cose: punire chi sbaglia e rifiutare il marchio collettivo.
La colpa è individuale. Non può ricadere su un intero popolo, né trasformarsi in una licenza per odiare.
Oggi le comunità italiane in Svizzera, Germania e Belgio sono pienamente integrate. In molti casi sono considerate parte essenziale di quelle società, apprezzate per il lavoro, la cultura, la cucina, la creatività, la capacità di costruire legami. I pregiudizi degli anni Sessanta, che pure furono durissimi, sembrano ormai lontani, quasi cancellati dalla memoria collettiva.
Ma proprio per questo dovremmo ricordarli.
Dovremmo ricordare che anche noi siamo stati guardati con sospetto. Anche noi siamo stati ridotti a stereotipo. Anche noi siamo stati giudicati non per ciò che eravamo, ma per ciò che facevano alcuni.
Una società matura dovrebbe saper dire, nello stesso momento, che chi commette un crimine deve essere punito senza esitazioni e che nessun popolo può essere condannato per la colpa di un singolo. Dovrebbe saper difendere le vittime senza inventare nemici collettivi. Dovrebbe saper chiedere regole, controlli e responsabilità senza rinunciare alla giustizia, alla misura e alla verità.
La politica e l’informazione dovrebbero aiutare i cittadini a restare lucidi, non spingerli verso opposti fanatismi. Dovrebbero raccontare i fatti senza deformarli, chiedere di punire i colpevoli senza perseguitare gli innocenti, riconoscere i problemi senza trasformarli in pregiudizio.
Perché la civiltà di un Paese si misura anche da questo: dalla capacità di restare equilibrati e obiettivi.
Era un atteggiamento spontaneo, acquisito fin dalle elementari. Come quando si osservano i disegni lasciati dagli uomini preistorici sulle pareti di una grotta: nessuno penserebbe di confrontarli con Van Gogh o con Picasso per stabilire chi fosse “più bravo” o “più espressivo”. Li si guarda per capire una civiltà, una mentalità, un modo di percepire il mondo. Allo stesso modo, un romanzo, un’opera d’arte o un documento del passato venivano studiati come testimonianze di un’altra epoca, non come imputati da trascinare davanti al tribunale del presente.
Nessuno si sarebbe mai sognato di interpretare Orgoglio e pregiudizio come se fosse un romanzo ambientato nell’Inghilterra di oggi. Si leggeva Jane Austen per conoscere la mentalità dell’epoca: la condizione femminile, il matrimonio come destino sociale, il sistema delle rendite e delle eredità, il peso del giudizio sociale, le convenzioni che regolavano ogni gesto, ogni visita, ogni conversazione. Nessun confronto continuo con il presente era necessario. Sapevamo che quel mondo non era il nostro. Proprio per questo era interessante.
Allo stesso modo non leggevamo Delitto e castigo come se Dostoevskij lo avesse scritto per un lettore del XXI secolo. L’interesse del romanzo consisteva nello scoprire la Russia ottocentesca: il peso della religione, il principio della colpa, il peccato, la redenzione, il libero arbitrio, il rapporto tra l’uomo e Dio, tra l’individuo e la società. Raskol’nikov non era un caso di cronaca nera da analizzare con il linguaggio psicologico contemporaneo.
Uno degli aspetti più affascinanti della letteratura era quello di tuffarsi in un’altra epoca. Non per stabilire continuamente quanto noi siamo migliori, più giusti, più sensibili o più evoluti. Capivamo che il mondo non è sempre stato come il nostro, che gli uomini e le donne del passato non pensavano come noi, che un’opera va compresa nel sistema di valori che l’ha prodotta.
Possibile che si sia persa questa capacità?
Oggi, si legge un testo del passato non per entrare nel suo mondo ma per trascinarlo nel nostro, giudicarlo, correggerlo, sterilizzarlo. Come se ogni opera dovesse risultare compatibile con la sensibilità contemporanea per meritare di essere letta e studiata.
Giudicare il passato con la lente del presente significa applicare i valori morali, le conoscenze e la sensibilità odierne per valutare azioni, personaggi ed eventi di epoche passate: è un approccio metodologicamente sbagliato perché distorce la verità storica. Trasforma figure storiche complesse in semplici “buoni” o “cattivi” secondo gli standard attuali. Rende la storia una banale lista di errori da condannare, anziché un percorso da comprendere. Lo studio della storia non significa sottoporla al giudizio di un tribunale odierno ma capire l’evoluzione dell’umanità con la sua grandezza e barbarie, genio e pregiudizio, conquiste e violenze.
Prendiamo la democrazia ateniese del V secolo a.C., considerata uno dei pilastri della civiltà occidentale. Atene ci ha consegnato la filosofia, il teatro, il dibattito pubblico, l’idea stessa di partecipazione politica. Eppure, quella società si reggeva sulla schiavitù e negava ogni diritto politico alle donne. Dovremmo allora cancellare Aristotele, Platone, Sofocle, Pericle?
Negli ultimi anni, le statue di Colombo sono state abbattute o rimosse in molti Paesi con l’accusa di rappresentare colonialismo, genocidio e razzismo. Le violenze subite dalle popolazioni native dopo l’arrivo degli europei nelle Americhe sono un fatto storico. Ma valutare un navigatore del XV secolo esclusivamente con la sensibilità postcoloniale del XXI secolo cancella il contesto dell’epoca dove crudeltà e sete di conquista erano parte della normalità.
La mania di “ripulire” la storia, però, non si ferma ai personaggi storici. Negli ultimi anni ha investito anche film e opere letterarie finite nel mirino di una censura retrospettiva che pretende di adattare il passato alla sensibilità del presente.
Il fenomeno della cosiddetta cancel culture ha investito pesantemente l’industria cinematografica. Grandi classici sono stati sottoposti a boicottaggi o a revisioni forzate. Un esempio emblematico è rappresentato dal film Via col vento (1939), temporaneamente rimosso da alcune piattaforme di streaming e poi reinserito solo se accompagnato da introduzioni critiche che ne contestualizzano la rappresentazione edulcorata della schiavitù e gli stereotipi razziali del profondo Sud americano.
Allo stesso modo, l’universo dell’animazione non è rimasto immune: capolavori storici della Disney come Dumbo (per la parodia delle minoranze afroamericane nei corvi) o Peter Pan (per la rappresentazione caricaturale dei nativi americani) sono stati bloccati o limitati per i profili dei minori sui servizi di streaming.
La letteratura subisce interventi ancora più intrusivi attraverso la riscrittura testuale (bowdlerizzazione). Casi recenti hanno visto la revisione delle opere di Agatha Christie e Roald Dahl. Nei romanzi della celebre giallista sono stati rimossi termini oggi considerati offensivi legati all’etnia o all’aspetto fisico. Nei testi di Dahl, parole come “grasso” o “brutto” sono state sostituite da termini neutri per proteggere la suscettibilità dei giovani lettori, assecondando una deriva iper-protettiva nota in sociologia come safetyism.
È una forma di anacronismo militante: il passato viene letto esclusivamente con le categorie morali del presente, ignorando il contesto sociale, politico e culturale in cui quei personaggi operarono e quelle opere nacquero.
Riscrivere Huckleberry Finn di Mark Twain per eliminare gli insulti razziali dell’epoca significa anestetizzare la brutalità del razzismo ottocentesco americano, rendendolo invisibile e, paradossalmente, meno comprensibile nella sua gravità.
Anche Dante è stato, a più riprese, oggetto di letture censorie o richieste di limitazione didattica per alcuni canti dell’Inferno, accusati di contenere elementi antisemiti, islamofobi o omofobi. Si pensi alla rappresentazione di Maometto o alla punizione dei sodomiti. Ma Dante non può essere letto come se fosse un editorialista contemporaneo. Era un uomo del Medioevo, immerso nella teologia, nella politica e nella mentalità del suo tempo.
Questo tipo di censura retrospettiva è profondamente fallimentare.
I fautori della cancel culture sostengono che modificare un termine offensivo serva a creare una società più inclusiva e a non ferire la sensibilità delle minoranze. È un’intenzione nobile, ma fallisce l’obiettivo perché ottiene l’effetto opposto. Se noi eliminiamo gli insulti razziali da un romanzo dell’Ottocento, o se nascondiamo i film che mostrano come i neri venivano visti e trattati negli anni ’40, non stiamo eliminando il razzismo: stiamo eliminando le prove che il razzismo sia esistito. Rendere il passato invisibile produce una amnesia collettiva e, paradossalmente, rende più difficile riconoscere e combattere le discriminazioni di oggi. Questo sistema tradisce i fondamenti stessi della disciplina storica e del suo metodo di studio finalizzato alla lettura e comprensione.
Quando guardiamo un vecchio film, leggiamo un romanzo di un’altra epoca o studiamo un personaggio storico, può capitarci di pensare: “Meno male che oggi non ragioniamo più così”. Ma per poterlo dire, bisogna conoscere il mondo che lo ha prodotto. Per migliorare davvero la società ed evitare di ripetere gli errori del passato occorre sapere da dove siamo partiti.
Per decenni questo ideale è sembrato rappresentare l’approdo più alto dell’antirazzismo. Oggi viene guardato addirittura con sospetto.
Una società color-blind non significa cieca alle differenze visibili, ma contraria all’idea che una diversa pigmentazione possa implicare un giudizio morale, un destino sociale o un valore umano. In una società davvero giusta, nessuno dovrebbe essere favorito o penalizzato in base al colore della pelle, che dovrebbe contare quanto quello degli occhi o dei capelli; un semplice tratto estetico, non una categoria razziale.
Negli Stati Uniti i repubblicani sono spesso accusati di razzismo ma, paradossalmente, questo modello di società è diventato soprattutto una bandiera conservatrice mentre i democratici lo ritengono ingenuo, ipocrita e addirittura razzista. Dire “non vedo il colore”, secondo una certa cultura progressista, significherebbe ignorare le disuguaglianze ancora presenti.
Queste posizioni contrapposte sono alla base di una delle fratture culturali più profonde di quella nazione.
I Democratici contemporanei si ergono a paladini dell’antirazzismo, rivendicando il grande cambiamento politico del Novecento, quando il loro partito abbracciò la causa dei diritti civili.
Tuttavia, l’opinione pubblica, americana e straniera, tende spesso a dimenticare un dato storico importante: per una lunga fase della storia degli Stati Uniti, il razzismo istituzionale fu legato soprattutto al Partito Democratico. Fu infatti il partito legato al mantenimento della schiavitù e poi, dopo la Guerra Civile, alla resistenza contro l’integrazione degli ex schiavi nella vita civile e politica. Durante la Ricostruzione, furono ambienti del Sud democratico e nostalgico della Confederazione a sostenere, tollerare o alimentare molte forme di intimidazione contro i neri liberati e contro i repubblicani del Sud. Pochi sanno che furono ex veterani confederati democratici a creare il Ku Klux Klan, fondato nel 1865 con l’obiettivo di terrorizzare gli afroamericani e impedire loro di esercitare i diritti appena conquistati. Più tardi, tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, furono ancora i Democratici del Sud a promuovere e mantenere gran parte del sistema segregazionista delle leggi note come “Jim Crow”. Il Partito Repubblicano, invece, nacque come forza abolizionista, legata alla figura di Abraham Lincoln.
Proprio questa evoluzione dimostra che nessun partito può arrogarsi il monopolio morale dell’antirazzismo. Le posizioni politiche devono essere giudicate per i loro effetti, non per l’etichetta di chi le sostiene.
Il nodo, allora, non è stabilire chi abbia più credenziali morali, ma capire quale modello favorisca davvero una società più giusta.
La tesi color-blind dei repubblicani consiste nella convinzione che per eliminare il razzismo bisogna smettere di usare la razza come categoria politica e sociale. Bisogna guardare l’individuo, non il gruppo. Bisogna premiare il merito, aiutare chi è in difficoltà, punire ogni discriminazione concreta, ma senza trasformare il colore della pelle in un’etichetta.
La tesi democratica viene definita invece race-conscious, cioè “consapevole della razza”. Secondo questa visione, non si può ignorare il colore della pelle perché il passato ha lasciato ferite profonde. La schiavitù, la segregazione, le discriminazioni nel lavoro, nella scuola, nella casa, nella giustizia hanno prodotto conseguenze visibili ancora oggi.
I progressisti sostengono quindi che, per riparare quelle ferite, bisogna tener conto soprattutto della razza. Da qui nascono le politiche di affirmative action, le quote, i programmi DEI — Diversità, Equità e Inclusione — e più in generale l’idea che alcune categorie debbano ricevere vantaggi particolari perché storicamente svantaggiate.
Ma siamo sicuri che continuare a parlare di razza sia il modo migliore per superare il razzismo?
Oppure, come sostiene Morgan Freeman, l’unico modo per superare il razzismo è smettere di parlarne?
Riaprire continuamente una ferita aiuta davvero a guarirla?
Se a un bambino, a un ragazzo, a una persona viene ripetuto continuamente che la sua identità principale è il colore della pelle, che il sistema è contro di lui, che il passato pesa sul suo destino, che la società lo guarderà sempre attraverso quella lente, non rischiamo di imprigionarlo proprio dentro la categoria da cui vorremmo liberarlo?
Non rischiamo di farlo sentire vittima e senza possibilità di riscatto?
Il ricordo delle ingiustizie non deve diventare una gabbia. Dobbiamo conoscere la storia, studiarla, raccontarla. Ma poi dobbiamo anche permettere alle persone di andare oltre. Di non essere definite per sempre da ciò che è accaduto ai loro antenati. Di non essere inchiodate a una ingiustizia come se fosse il centro immutabile della loro identità.
Il colore della pelle non deve diventare un destino già scritto.
Il problema è che quando lo Stato, la scuola, i media e la politica continuano a classificare le persone in base alla razza, quella categoria non scompare: si rafforza.
Se continuiamo a dire “bianchi”, “neri”, “ispanici”, “asiatici” come se fossero blocchi compatti, finiamo per guardare le persone non per ciò che sono, ma per il gruppo in cui le abbiamo inserite.
E questo è pericoloso.
Questo insistente richiamo all’orgoglio identitario rischia di creare distanze invece di avvicinare le persone. Impone a ogni individuo di scegliere da che parte stare, contrapponendosi alle altre.
È questo il paradosso: mentre un tempo si lottava per andare oltre le razze, oggi si rischia di lottare per rientrarci.
Una società giusta deve certamente aiutare chi parte da una condizione di svantaggio. Ma lo svantaggio non coincide automaticamente con il colore della pelle. Il degrado, l’indigenza non sono prerogative esclusive di una specifica etnia. Esistono bianchi poveri, neri benestanti, immigrati che riescono a emergere, minoranze svantaggiate, persone fragili in ogni gruppo umano.
Per questo gli interventi sociali dovrebbero guardare alla condizione concreta delle persone, non alla loro appartenenza razziale. In Italia, per esempio, il sistema delle borse di studio e delle agevolazioni basate sull’ISEE è più equo proprio perché considera la situazione economica della famiglia, indipendentemente dalla sua etnia.
C’è poi un aspetto psicologico da non trascurare. Quando a una persona viene ripetuto continuamente che la società è fallata, che gli ostacoli sono quasi insormontabili, che il suo destino è già scritto nella storia della sua razza, il rischio è che smetta di provarci, che interiorizzi l’idea che “Tanto non dipende da me”. E quando una persona smette di credere che le proprie azioni contino, perde la spinta a migliorarsi.
La storia ci insegna che spesso sono proprio le difficoltà a forgiare la volontà, la determinazione, il desiderio di riscatto. I nostri genitori, e prima ancora i nostri nonni, hanno ricostruito un Paese dopo la guerra. Spesso partivano da condizioni durissime, con pochi mezzi e poche certezze, ma avevano una spinta interiore fortissima: la convinzione che, attraverso il lavoro, lo studio, il sacrificio e la fiducia in sé stessi, fosse possibile migliorare la propria vita.
La vera uguaglianza non consiste nel distribuire privilegi o colpe in base al colore della pelle. Consiste nel rimuovere gli ostacoli concreti che impediscono alle persone di sviluppare il proprio talento. Consiste nell’aiutare chi è in difficoltà, qualunque sia la sua origine, e nel punire ogni discriminazione reale, senza crearne di nuove in senso opposto.
Martin Luther King non sognava una società in cui ciascuno fosse definito dalla propria categoria razziale. Sognava una società in cui il colore della pelle non fosse più il criterio attraverso cui giudicare il valore di un essere umano.
Quel sogno oggi appare più lontano che mai.
C’è qualcosa di quasi osceno nel modo in cui la politica usa la sofferenza di Gaza, piegandola alle proprie convenienze, trasformandola in slogan, in simbolo di appartenenza, in calcolo elettorale. Una propaganda che non si preoccupa davvero della sofferenza delle persone che dice di voler aiutare.
I media assecondano la politica e non si limitano a raccontare: orientano l’opinione pubblica scegliendo dove puntare la luce. Così polemiche, accuse, dichiarazioni, passerelle davanti alle telecamere occupano la scena. Si dà visibilità a chi alza la voce, a chi trasforma il dolore in opportunismo politico.
Mentre politici e opinionisti discutono, accusano e si mettono in posa, lontano dai riflettori migliaia di operatori umanitari distribuiscono cibo, curano ferite, riattivano panifici, montano ospedali da campo e tengono aperta l’ultima linea di sopravvivenza per la popolazione civile.
Nessuno sembra interessarsi a quelli che lavorano in silenzio, che non cercano lodi, non convocano conferenze stampa, non costruiscono carriere sulla disperazione altrui. Nessuno li invita nei talk show, nessuno li intervista, nessuno li accoglie con applausi al loro rientro a casa.
A Gaza ci sono organizzazioni come il World Food Programme e il Comitato Internazionale della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa che compiono un lavoro difficile e pericoloso: operatori, funzionari e volontari che rischiano la vita ogni giorno per scaricare sacchi di farina, organizzare convogli, riattivare panifici, montare ospedali da campo, guidare ambulanze su strade distrutte.
Non hanno bisogno di fare passerelle, non chiedono visibilità, ma sono capaci di negoziare per ore il passaggio di un camion di medicinali. Sono quelli che distribuiscono acqua, cibo, coperte, latte, cure, assistenza psicologica. Sono quelli che continuano a farlo anche quando hanno paura, anche quando sono stanchi, anche quando il mondo sembra interessarsi più alle esibizioni che ai gesti concreti.
Di fronte a persone che si sacrificano davvero, rimanendo per mesi lontane dalla famiglia, dalla sicurezza e dalle comodità, chi usa questa tragedia per mettersi in mostra dovrebbe provare vergogna e avere almeno il pudore di tacere.
Di fronte alla memoria di quello che Auschwitz è stato, alle sofferenze reali, alla tragedia concreta di milioni di persone, un minimo di pudore dovrebbe imporre il silenzio. Il pudore di non paragonare un arresto di pochi giorni e un’esperienza certamente spiacevole a un campo di sterminio. Il pudore di non trasformare sé stessi in martiri mentre nel mondo — e proprio tra le popolazioni che si dice di voler difendere — c’è chi subisce davvero fame, bombardamenti, lutti, prigionia e disperazione.
Ma possibile che chi si lamenta del disagio subito non si renda conto di apparire viziato, privilegiato, incapace di misurare la propria esperienza con la sofferenza vera?
Se provassero empatia per le persone che dicono di voler aiutare, se davvero riuscissero a sentire anche solo una parte del dolore di chi vive sotto le bombe, nella fame, nel lutto, nella paura e nella privazione quotidiana, si vergognerebbero. Si vergognerebbero di paragonare due giorni di arresto alla deportazione. Si vergognerebbero di usare simili parole per raccontare un disagio che, per quanto spiacevole, non ha nulla a che vedere con la sofferenza estrema di chi non ha scelta, non ha protezione, non ha una casa sicura in cui tornare. Questi sono i rappresentanti di una generazione che ha conosciuto solo diritti, tutele, privilegio e benessere. Sono persone che avrebbero il coraggio di lamentarsi per un’unghia incarnita davanti a un malato terminale. Ed è sconcertante che simili narrazioni vengano persino accolte con commozione da migliaia di persone, forse incapaci a loro volta di distinguere tra un disagio passeggero e la sofferenza estrema di chi non ha voce, non ha protezione, non ha scelta.
Chiamare “tortura” l’essere stati arrestati per due giorni non è solo sproporzionato, ma profondamente offensivo. Offensivo verso la memoria delle vittime della Shoah. Offensivo verso chi la tortura l’ha subita davvero. Offensivo verso le popolazioni palestinesi, che hanno conosciuto sofferenze ben più gravi e concrete di quelle di chi oggi vuole usare il loro dolore come palcoscenico per mettersi in mostra.
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