Vado spesso curiosando in giro per il piacere di non rimanere mai senza argomenti di conversazione.
https://taccuinodegliappunti.wordpress.com/
Stefano Addeo era un docente di tedesco in una scuola in provincia di Napoli. Un anno fa pubblicò sui social parole gravi e indifendibili: augurava alla figlia di Giorgia Meloni di fare la stessa fine di Martina Carbonaro, la quattordicenne di Afragola uccisa dall’ex fidanzato. Lo strumento di un attacco politico era una bambina. Ha sbagliato, non ci sono ambiguità su questo punto. Non c’è modo di addolcire questo dato.
In poche ore quel post è diventato virale: indignazione, condanne, reazioni durissime. Il suo nome, una volta circolato, è diventato di pubblico dominio dentro il flusso della rete. Sono arrivate ovviamente le conseguenze: la sospensione dal lavoro, l’esposizione e la pressione mediatica, il coro dell’indignazione collettiva, gli insulti.
Poi le scuse del prof., il pentimento, il tentativo di ricondurre tutto a un errore commesso d’impulso: ma la condanna social non contempla comprensione alcuna.
Già due giorni dopo quel post, il Professore ha tentato di togliersi la vita riprovandoci dopo un mese, a maggio 2026, lanciandosi da una finestra. Dopo settimane di ricovero in terapia intensiva all’Ospedale del Mare di Napoli, il suo cuore ieri si è fermato.
Le sue parole erano e restano sbagliate. La morte non le cancella e non trasforma il Professor Addeo in una vittima nel senso che annulla la responsabilità. Questo va detto con chiarezza, soprattutto adesso.
Ma questa storia ha un secondo livello che merita attenzione, e che si apre proprio qui, nello spazio più scomodo.
Abbiamo costruito un sistema in cui l’errore pubblico non ha scadenza e la punizione collettiva non ha proporzione. Chi schiaccia “condividi” o “commenta” non sempre considera a sufficienza che dall’altra parte c’è una persona con una vita, una fragilità, un limite: difficilmente riflette anche sulla propria fragilità e sui propri limiti dinanzi a conseguenze e pressioni impreviste.
I social hanno reso l’indignazione un gesto ad apparente costo zero per chi la esercita e a costo altissimo per chi la subisce. La vicenda esce dai confini del singolo gesto, diventa un caso nazionale e il nome di una persona smette di essere un nome e diventa una categoria.
Non sto dicendo che l’indignazione fosse ingiustificata. Sto dicendo che tra “queste parole sono sbagliate” e “quest’uomo merita di essere distrutto” — o, peggio, “ben gli sta, ora che è morto il karma ha fatto il suo percorso” — c’è uno spazio che spesso non attraversiamo nemmeno. Lo saltiamo direttamente.
E allora la domanda diventa più radicale: la Rete giudica i gesti o costruisce identità definitive che non si possono più smontare? Che fine fa l’articolo 27 della Costituzione, quello che prevede la pena come strumento di rieducazione del reo? Tirato via con un frego ricolmo di disprezzo.
Questa non è una storia di destra o di sinistra, anzi diciamocelo non rientra nei canoni di alcuna disputa politica. È una storia su cosa accade quando trattiamo ogni persona che ha idee diverse dalle nostre (come il Professor Addeo ha fatto verso Giorgia Meloni) o che sbaglia (come molti utenti hanno fatto verso il Professor Addeo) come un bersaglio piuttosto che come un essere umano da contestare.
Mi sento in una società incapace di gestire il conflitto e dove non c’è più spazio per seconde possibilità: commesso un errore, seppur grave, sei marchiato a vita.
Non ho risposte. Anzi sì: l’abbiamo detto, si chiama articolo 27 della Costituzione quella che tutti proclamano la più bella del mondo e che in pochi applicano quando i principi diventano scomodi.
Fermarsi — prima di condividere, prima di commentare, prima di unirsi al coro — è diventato un atto quasi controcorrente, ma che forse dovrebbe tornare a essere normale.
Nel pomeriggio di sabato 16 maggio, in largo Porta Bologna nel centro di Modena, un’auto a tutta velocità ha falciato i pedoni, si è schiantata contro la vetrina di un negozio e il suo conducente ha poi tentato la fuga con un coltello in mano. Il bilancio è stato di otto feriti, quattro in modo grave, con due amputazioni agli arti inferiori. L’uomo arrestato si chiama Salim El Koudri (Open – Tgcom24)
Da quel momento in poi, il paese ha fatto quello che sa fare meglio: ha trasformato un fatto in una narrazione, e la narrazione in un’arma.

El Koudri non è il migrante irregolare evocato nelle prime ore del dibattito politico e non è un clandestino appena sbarcato. Ha trentuno anni, una laurea in Economia, è italiano di seconda generazione, nato a Seriate in provincia di Bergamo, cresciuto nel Modenese, incensurato. Questo non lo rende meno responsabile di quello che ha fatto, ma rende meno responsabile la narrativa che lo ha trasformato — nell’arco di poche ore — in un simbolo di qualcosa che non era (La Capitale – Il Resto del Carlino).
Poi c’è la questione della foto sbagliata. Per quarantotto ore alcune testate nazionali hanno pubblicato la foto di un innocente — un algerino che vive in Francia dopo aver studiato a Lione — il cui nome era vagamente simile a quello dell’arrestato. Menzione particolare per Ansa e Corsera, che hanno fatto la cosa più banale: hanno pubblicato la foto giusta.
Account di estrema destra hanno usato quella foto sbagliata per costruire contenuti islamofobici: le immagini mostravano preghiere ad Allah e venivano attribuite all’attentatore. Persino la Lega ha rilanciato il contenuto come se fosse autentico. L’uomo ritratto, costretto a chiudere il proprio profilo Instagram per le molestie ricevute, non c’entrava nulla (Facta – Il Fatto Quotidiano)
Sul fronte del terrorismo islamico: dalle indagini finora svolte non emergerebbero elementi riconducibili a una radicalizzazione islamista o a collegamenti con ambienti estremisti. El Koudri, interrogato, si è avvalso della facoltà di non rispondere, apparendo “confuso e frastornato”.
Fino al 2022 El Koudri era seguito dal Centro di salute mentale dell’ASL di Modena e in cura al Centro di salute mentale di Castelfranco Emilia fino al 2024 per problemi psichiatrici. Gli investigatori in ogni caso hanno acquisito le cartelle cliniche. Al momento dell’attacco non era sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o alcol.
Qui si apre un problema strutturale che precede di anni questa vicenda ma che, come vedremo tra breve, al momento non presenta una correlazione diretta. I più recenti rapporti Ocse richiamano l’attenzione sulla fragilità dei sistemi sanitari europei. L’Italia, in particolare, mostra criticità strutturali: a fronte di una domanda che cresce, la spesa è sotto la media, servizi territoriali disomogenei, carenza di infermieri e psicologi.
La salute mentale è un diritto non qualcosa di accessorio e superfluo: o si rafforza la rete pubblica e territoriale, oppure si rischia di ampliare le disuguaglianze tra chi può permettersi cure private e chi resta in lista d’attesa patendo disagio giovanile, cronicità e stress professionale.
Qui è necessario fermarsi, perché il ragionamento facile è il più pericoloso.
Il ragionamento facile dice: El Koudri aveva problemi di salute mentale → il sistema l’ha abbandonato → se avessimo investito di più, sarebbe stato curato → la strage non sarebbe avvenuta. È una catena causale che si costruisce in trenta secondi, ma che, in questo caso, non risulta ancora supportata dai fatti.
El Koudri non era mai stato sottoposto a TSO e nonostante fosse stato seguito dai centri di salute mentale, poteva liberamente interrompere le cure, vivere senza restrizioni e guidare un’auto. Questo è il quadro legale italiano: il TSO richiede una combinazione precisa di condizioni — un’alterazione psichica tale da richiedere cure urgenti, il rifiuto delle cure e l’impossibilità di adottare alternative extra-ospedaliere. Non scatta per il solo fatto che una persona abbia una storia clinica (Open).
Ma il punto più importante è un altro. La GIP ha sottolineato che al momento non ci sono elementi per ritenere che il gesto compiuto sia connesso ai disturbi psichiatrici per i quali l’uomo era stato seguito. La diagnosi di disturbo schizoide non è sinonimo di violenza: la stragrande maggioranza delle persone con disturbi della personalità non commette atti di questo tipo, e la correlazione statistica tra malattia mentale e violenza verso terzi è molto più debole di quanto il senso comune tenda a credere (Il Fatto Quotidiano).
Ciò, tuttavia, non significa che il sistema di salute mentale funzioni bene (abbiamo appena visto che forse c’è ancora molto da lavorare). Significa che le due questioni vanno tenute distinte: il sotto-investimento nella salute mentale è un problema serio e documentato, che merita attenzione indipendentemente da Modena; ma usare Modena come argomento per risolverlo rischia di costruire la battaglia giusta sulle fondamenta sbagliate. Se il nesso causale non regge all’analisi, chi vuole demolire la tesi troverà facilmente il modo di farlo.
Restano otto persone ferite, due delle quali hanno perso le gambe. Restano i passanti — tra cui due cittadini egiziani che hanno immobilizzato El Koudri e lo hanno consegnato alle forze dell’ordine, un dettaglio che il sindaco ha tenuto a sottolineare proprio per spezzare la logica dello “straniero nemico”. Resta un movente ancora in larga parte da indagare (Sky TG24)
E resta una domanda che sarebbe onesto porsi: quante volte nei giorni successivi a una tragedia di questo tipo ci siamo fermati a distinguere tra quello che sappiamo, quello che inferenze e quello che vogliamo che sia vero?
La risposta, a giudicare dalle ultime due settimane, non è incoraggiante.
C’è un messaggio sul tuo telefono. Lo hai letto. Lo sai. Chi l’ha scritto lo sa, perché i segni di spunta lo tradiscono. Eppure non hai risposto. Non oggi, non ieri. Forse non risponderai mai.
Non sei solo: il silenzio digitale è diventato una delle pratiche più diffuse della nostra vita connessa, e al tempo stesso una delle meno indagate. Tendiamo a parlarne in termini di scortesia o di ghosting — come se fosse soltanto una questione di buone maniere — ma nasconde qualcosa di più complesso e, a tratti, rivelatore.

Una delle cause più sottovalutate del silenzio digitale è l’ansia da prestazione comunicativa. Rispondere non è mai stato così complicato: ogni messaggio è potenzialmente permanente, condivisibile, giudicabile.
In una telefonata si può essere goffi, esitanti, imprecisi — e tutto svanisce nell’aria. Nella chat scritta, invece, ogni parola resta. E in un’epoca in cui anche la comunicazione informale è diventata una forma di autopresentazione, molte persone rimandano la risposta aspettando il momento giusto, le parole giuste, l’umore giusto. Che non arrivano mai.
Il risultato è una paradossale forma di procrastinazione affettiva: più il messaggio è importante, più è difficile rispondere. Si risponde subito al gruppo di colleghi, si lascia in sospeso per settimane quello dell’amico con cui c’è qualcosa da dire davvero.
C’è però un altro livello, meno innocente. Il silenzio digitale è anche potere. Chi non risponde governa il ritmo della conversazione, mantiene una posizione di vantaggio emotivo, evita la vulnerabilità implicita nel mettersi in gioco. Non rispondere è un modo per non dover scegliere, per non doversi esporre, per tenere tutto aperto senza impegnarsi in nulla.
Lo facciamo con le persone che ci piacciono troppo (per paura di sbagliare), con quelle che ci pesano (per non doverle affrontare), e anche con chi amiamo (perché tanto, ci diciamo, capirà). È una forma di evitamento che si maschera da pragmatismo.
È il riflesso di un’epoca che ha imparato a gestire quantità enormi di stimoli e connessioni rinunciando però alla profondità — la stessa epoca in cui, come ho scritto qualche settimana fa, uscire di casa è diventato un secondo lavoro non pagato.
Siamo diventati straordinariamente bravi a interpretare il silenzio altrui: lo giustifichiamo, lo normalizziamo, lo accettiamo come una delle regole non scritte della comunicazione digitale. Ma così facendo abbiamo perso qualcosa di importante: la capacità — e il coraggio — di chiedere.
“Tutto bene?” non si manda quasi più. Perché anche quella domanda sembra un’invasione, una pretesa, un peso da far portare a qualcuno che magari non ha chiesto niente.
Viviamo nell’era della massima accessibilità: chiunque è raggiungibile ovunque, in qualsiasi momento. Eppure non siamo mai stati così difficili da raggiungere davvero.
L’iperconnessione non ha prodotto più vicinanza: ha prodotto più superficie. Abbiamo molti più contatti e meno interlocutori. Molti più messaggi e meno conversazioni. Il silenzio digitale è il sintomo di una stanchezza relazionale profonda — non verso le persone specifiche, ma verso il costo emotivo che ogni connessione porta con sé in un mondo in cui tutto comunica sempre e a tutti.
Forse, alla fine, non rispondere non è un modo per dire “non mi importa” ma per dire “non ho le risorse, in questo momento”. Il problema è che non lo diciamo. E l’altro, dall’altra parte dello schermo, con il suo messaggio rimasto senza risposta, non può saperlo.
E così il silenzio, che nasce dall’esaurimento, viene letto come rifiuto. E il rifiuto, a sua volta, produce altro silenzio.
C’è stato un momento preciso — non ricordo quando, ma so che è accaduto — in cui il mondo si è riempito di esperti, non nel senso nobile del termine, intendiamoci. Non i virologi, i costituzionalisti, gli economisti o chiunque abbia speso molti anni sui libri. Parlo di un’altra categoria: quella degli esperti da tastiera, gli onniscienti digitali, i tuttologi con il pollice sempre pronto.
C’è una cosa che si tende a dimenticare, nell’analisi nostalgica del passato: anche al bar sotto casa c’era il tuttologico di turno. Colui (o colei) che sapeva come si doveva governare l’Italia, come si allenava meglio la squadra del cuore e anche perché i giovani d’oggi non capiscono niente. In ogni generazione ci sono stati i giovani d’oggi del tempo che non capivano niente.
La differenza è che al bar esisteva un meccanismo di correzione spontanea e brutalmente efficace: la risposta degli altri avventori. Lo sguardo storto del barista. Il silenzio imbarazzante che seguiva l’uscita più azzardata. In mancanza d’altro, bastava il tono di chi ti diceva: “Ma dai, lascia perdere.”
I social hanno eliminato questo filtro, sostituendolo con il suo contrario: l’algoritmo — quella creatura amorale che vive di engagement — premia chi urla più forte, chi provoca, chi semplifica. Il risultato è che l’esperto da tastiera non viene zittito: viene amplificato.
Ci si confronta con la gamification della discussione: molti esperti da tastiera non cercano la verità, ma il “like” come scarica di dopamina. Il commento non è più un contributo a un dialogo, ma un gettone inserito in una slot machine per vedere quanta approvazione (o indignazione) si riesce a generare.
Sia chiaro: la possibilità che chiunque possa esprimere la propria opinione in uno spazio pubblico è, in linea di principio, una conquista. Il problema non è la libertà di parola — che va difesa strenuamente — ma ciò che succede quando questa libertà viene scambiata per competenza.
Esiste una differenza sottile ma fondamentale tra avere diritto a un’opinione e avere un’opinione fondata. Il diritto ce l’abbiamo tutti, ma la fondatezza richiede qualcosa di più: lettura, confronto civile, dubbio, aggiornamento. Cose che i social non incentivano affatto.
Quello che i social incentivano, invece, è la velocità. Il commento a caldo. La reazione istintiva. Il giudizio prima della comprensione. In questo ambiente, il dubbio non è una virtù epistemica: è debolezza. Chi dice “non lo so” viene percepito come meno credibile di chi spara sentenze con la certezza di un catechismo.
Gli psicologi David Dunning e Justin Kruger, alla fine degli anni Novanta, descrissero un fenomeno che oggi potremmo ribattezzare il vizio ufficiale dei social: le persone con competenze limitate in un campo tendono a sopravvalutare le proprie capacità, proprio perché non sanno abbastanza da rendersi conto di quanto non sanno.
In altri termini: più sei ignorante su un argomento, più sei convinto di capirlo. Il paradosso è vertiginoso: l’esperto vero — quello che ha studiato anni, che conosce le sfumature, che sa quanto sia complicata la realtà — è anche quello che più spesso dice “dipende”, “è complesso”, “non posso dare una risposta semplice”. Parole che, nell’economia dell’attenzione digitale, equivalgono al suicidio comunicativo.
L’esperto da tastiera, invece, non ha queste esitazioni. Lui sa. Lui ha letto un articolo o ha visto un video. Ha un’intuizione. E questo basta a fargli avere incrollabili certezze.
Non ho la soluzione, ma posso condividere una piccola bussola personale, imperfetta e costantemente aggiornata:
Prima di commentare, chiedersi: So davvero di cosa sto parlando, o sto reagendo a un’emozione? Non è un esame di coscienza moraleggiante. È solo igiene intellettuale.
Imparare ad apprezzare il “non lo so”. È la risposta più onesta che esiste, e anche la più rara. Chi la pronuncia merita più attenzione, non meno.
Diffidare di chi ha sempre la risposta pronta. La realtà è complicata. Le persone che la capiscono davvero, di solito, lo sanno.
Ricordarsi che un’opinione non è un fatto. Possiamo avere tutte le opinioni che vogliamo. Ma confonderle con i fatti è l’inizio di ogni deriva.
Detto questo, immagino una possibile conseguenza dopo la pubblicazione di questo articolo: qualcuno mi spiegherà con sicurezza assoluta che ho torto. E lo farà senza nemmeno aver finito l’articolo.
Ed è proprio lì, in quel commento, che troverete la prova più efficace di tutto quello che ho scritto.
«Il vero segno dell’intelligenza non è la conoscenza, ma l’immaginazione» — Albert Einstein (citato da tutti, capito da pochi)
Comunicare in modo civile non significa solo essere “educati”, ma creare uno spazio in cui le idee possano circolare senza ferire le persone.
Ecco un mini-decalogo (in realtà sono 7 regole) che cerco di seguire per non essere aggressivo:
1 – Mi chiedo: “Direi queste stesse parole di persona, guardando l’altra persona negli occhi?” Se la risposta è no, riformulo finché la risposta non è affermativa. Nel frattempo, taccio.
2 – Cerco di essere chiaro, evitando ambiguità che potrebbero essere interpretate male. Evita ovviamente parole di odio, pesanti o inutilmente sarcastiche (mi sforzo di non farmele nemmeno venire in mente). Nel dubbio, taccio.
3 – Discuto per capire e non per avere ragione (anche se indubitabilmente avere ragione mi dà quel po’ di soddisfazione che non guasta mai). Ma chi non vuol capire prima di avere ragione, meglio che taccia.
4 – Concentro le mie critiche sulle idee o sui fatti. Meglio evitare di coinvolgere le persone, a maggior ragione se la stessa critica troppo personale ferirebbe. Se devo dir male personalmente per il gusto di ferire, meglio tacere.
5 – Evito di raccontare i fatti altrui perché sono una persona curiosa: quindi mi fa piacere che gli altri si confidino. Ovviamente il discorso vale anche per screenshot, foto e simili. Insomma, per evitare di fare brutte figure o di andare nel penale, taccio e basta così campo cent’anni come mio Nonno.
6 – Se sbaglio chiedo scusa e, nel dubbio, meglio essere più severi verso sé stessi che verso gli altri. Ah, ci sono diversi modi per scrivere un messaggio di scuse1 ma seguendo Matteo Flora direi che si scrive in tre parti: 1. Ho sbagliato e mi dispiace (non ti dispiace che gli altri abbiano frainteso: dispiace di avere sbagliato), 2. è colpa mia, 3. come ho intenzione di rimediare. Aggiungerei: cosa mi ha indotto in errore e cosa ho imparato da questa situazione.
7 – Esprimo il mio parere solo se mi viene esplicitamente chiesto. Ho smesso di pensare che il mio pensiero fosse fondamentale o che il mio modo di vivere sia l’unico possibile. Nel dubbio chiedo: me lo stai dicendo perché ti interessa il mio parere, o hai solo bisogno di essere ascoltato? Per fortuna non sono Dio. Nel dubbio: taccio. Anzi: nel dubbio la mia opinione la scrivo qui, così chi vuole se la legge (meglio ancora se commenta e condivide).
... | 1200 | 1220 | 1240 | 1260 | 1280 | 1300 | 1320 | 1340 | 1360 | 1380
AgoraVox Italia