Vado spesso curiosando in giro per il piacere di non rimanere mai senza argomenti di conversazione.
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La notizia della scomparsa di Umberto Bossi merita il silenzio che si deve alla morte di un uomo e il cordoglio per la sua famiglia. Tuttavia, la pietà non deve tradursi in quella untuosa retorica figlia di un’amnesia collettiva.
Non ho “voluto bene” a Umberto Bossi, per citare Bersani, né lo stimo ora, perché non posso dimenticare che la sua ascesa si è nutrita di una propaganda che ha ferito profondamente l’unità del Paese.
Onorare la storia significa ricordare che dietro il ‘Senatùr’ c’era un linguaggio che ha sdoganato l’insulto territoriale, definendo ‘ladrona’ una capitale e ‘parassita’ una parte del popolo italiano, alimentando una frattura — specialmente verso il Meridione — che ancora oggi fatichiamo a ricomporre.

Le sue offese costanti, come il dichiarato uso improprio del tricolore, non gli hanno impedito di sedere nel Parlamento nazionale quasi ininterrottamente dal 1987 a oggi, alternandosi tra Roma e Strasburgo (2004-2008).
Anche nei confronti del Colle non ebbe riguardi: fu assolto per le offese a Scalfaro, mentre per gli insulti a Napolitano fu condannato e solo successivamente graziato da Mattarella.
Quando non offensivo, Bossi si manifestò anche come politicamente incoerente: si dichiarava fieramente prosecutore della lotta iniziata dai partigiani, urlava mai coi fascisti e coi nipoti dei fascisti, salvo essere Ministro nei governi Berlusconi che si vantò di essersi alleato con i post-fascisti smantellando l’arco costituzionale.
Qualche anno dopo la caduta del primo governo Berlusconi (1994), nel 1998 La Padania titolava contro Berlusconi ponendo le dieci domande. Tutto dimenticato nelle successive tornate elettorali, quando Bossi tornò ad essere Ministro nei Governi Berlusconi e la Lega alleata nella coalizione.
Si può rispettare l’uomo senza per questo riabilitarne le scelte personali e politiche né dimenticando le sentenze dei tribunali: la morte chiude un capitolo umano, ma non cancella le pagine scritte in decenni di vita pubblica. Quelle meritano di restare a futura memoria, qualificando un certo tipo di politica come monito di una politica che ha preferito la divisione alla coesione.
Rispettoso del lutto, fedele alla verità.
L’ego è una trappola perfetta e i truffatori lo sanno bene.
Ammettilo, il pensiero ti ha sfiorato: chi spia le mie foto a mezzanotte? Chi indugia sul mio profilo senza lasciare traccia? È quella curiosità pruriginosa, un mix di vanità e paranoia, che ci spinge a cliccare dove non dovremmo.

La realtà è un secchio d’acqua gelata: non puoi saperlo. Punto.
Meta e soci non ti regaleranno mai questo dato. È il loro tesoro privato, il carburante degli algoritmi, non un giocattolo per la tua curiosità. Eppure il web è pieno di sirene: app magiche e sponsorizzate che appaiono proprio nel tuo feed, promettendo di svelare l’impossibile.
Cliccare non ti trasforma in un detective. Ti trasforma in una vittima. Regali password, contatti e dati sensibili a database di phishing pronti a rivenderti o a prosciugarti il conto.
Preferiamo una bugia rassicurante a una verità noiosa, ma non esiste alcun codice segreto nell’HTML. Quelle liste di nomi? Casuali. Basate su chi già segui. Un’illusione per tenerti incollato allo schermo.
Smetti di cercare chi ti osserva nell’ombra.
Se qualcuno vuole spiarti, lo farà in silenzio. Se vuoi sapere chi c’è, segui le briciole come Pollicino: like, views alle stories, commenti. Il resto è fumo.
Proteggere la tua identità digitale non è solo buonsenso, è sopravvivenza. La curiosità ha ucciso il gatto, ma sui social può rubarti la vita.
Stay safe, stay smart.
AgoraVox Italia