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La protesta contro il progetto del resort di Kushner: «Minaccia l’ecosistema della laguna di Vjose-Narta». I manifestanti chiedono le dimissioni di Rama

Valona e Tirana (Albania)
Anche i fenicotteri rosa, nel loro piccolo, s’incazzano. Perché hanno capito che li sfratteranno – con le tartarughe marine, le foche monache e altre duecento specie di volatili – dal paradiso di 40 mila ettari che è (ancora per poco?) la laguna di Vjose-Narta.
L’ecosistema
La laguna si trova alle porte di Valona e, con la dirimpettaia isoletta di Sazan (570 ettari), disabitata perché ex base militare, «chiude» la baia valonese del promontorio del Karaburun. Ma, soprattutto, costituisce un ecosistema incontaminato, è uno dei principali corridoi degli uccelli migratori nel Mediterraneo ed è (solo formalmente, vedremo perché) l’unica area marina protetta dell’Albania (nelle altre trionfa Edilizia Selvaggia, secondo i peggiori esempi costieri italiani e spagnoli).
E’ accaduto in un giorno d’estate del 2021. Ospiti sullo yacht del finanziere Nathaniel Philip Victor James Rothschild, giunti in queste acque, i coniugi Ivanka Trump e Jared Kushner si sono innamorati della laguna e dell’isoletta. E mentre Ivanka subito si tuffava tra le onde verdi e blu e raggiungeva a nuoto la riva di Sazan, Jared (come lo chiama confidenzialmente anche in pubblico il primo ministro albanese, Edi Rama) già srotolava nella sua testa i grafici del megaprogetto di diecimila mini alloggi a Sazan e di un maxi resort nella laguna, sulla sabbia lunare delle spiagge di Dalan. Tutta roba extra lusso, per un investimento, «indotto» compreso, del valore stimato di 5 miliardi di dollari.
Jared veniva dal fallimento del progetto di una Trump Tower a Belgrado (500 milioni di dollari) da erigere in onore del cognato Donald Trump junior (tutto il mondo è paese di cognati), ma i magistrati serbi hanno scoperto che le carte erano false e il progetto è naufragato. Jared allora, come nelle favole, ha pensato di esaudire il desiderio di Ivanka realizzando in Albania un progetto dieci volte più costoso di quello fallito in Serbia. E mentre Ivanka curava la diplomazia pranzando riservatamente con Edi, il marito Jared e i suoi soci nel fondo «Affinity Partners», i fratelli qatarioti Moutaz e Ramez Al-Kayyat, si davano da fare per risolvere problemi e superare divieti di legge.
La nuova legge
Non ci crederete, ma il miracolo è avvenuto. Un colpo di penna come un colpo di spada (copyright, Leonardo Sciascia) e nel 2024 la legge che vietava inderogabilmente è diventata la legge che permette qualunquemente: purché si tratti di «investimenti strategici». Qualsiasi cosa voglia dire «strategico» (come «iconico», va bene su tutto), «Affinity Partners» ha presentato il suo progetto – di cui fino alla scorsa primavera nessun albanese sapeva nulla – con un tempismo perfetto, subito dopo l’aggiustamento della legge. E’ stato a questo punto che, nel Paese delle Aquile, ad incazzarsi sono stati i fenicotteri. La protesta, non violenta, denominata Flamingo Revolution, Rivoluzione dei fenicotteri, è esplosa in tutta l’Albania. Dura ormai da tre mesi ed è diventata una protesta politica quotidiana non-stop. Ma non ha un colore di partito, poiché i «fenicotteri» – anche alla luce dell’inchiesta per corruzione nel frattempo aperta dalla Spak, la procura speciale istituita nel 2019 per ridare credibilità a una giustizia scassata – chiedono le dimissioni del governo e contestano non meno vigorosamente anche l’opposizione.
«Lo stupro ambientale di Vjose-Narta e di Sazan rappresentano la svendita dell’Albania e della sua sovranità nazionale», dicono i manifestanti, non solo a Tirana e a Valona, ma anche nei sit-in che le comunità albanesi residenti in Italia stanno organizzando in diverse grandi città italiane.
Protesta apartitica
Ce l’hanno con il governo e con l’opposizione, con il socialista Edi Rama e con il democratico Sali Berisha, ex premier anche lui. Gli slogan dei cortei, in cui vengono branditi i ritratti dei due che si baciano sulla bocca, li vogliono entrambi «ne burg», in galera. Lungo il serpentone che l’altroieri attraversava le vie della capitale dirigendosi verso piazza Skanderbeg dicevano tutti la stessa cosa: «Costoro hanno tradito il popolo. Mai hanno versato una goccia di sangue per difenderlo». E il sangue, attenzione, in Albania è un fattore molto importante. Guai se un albanese si sente tradito, specialmente da chi ha il suo stesso sangue.
Non è vero, però, come sostiene Edi Rama, che «se non ci fosse stato di mezzo Jared, nessuno si sarebbe interessato a questa vicenda». Buttarla su un presunto pregiudizio antisraeliano degli albanesi a causa della cittadinanza o addirittura della religione di Kushner è una mossa piuttosto maldestra, se non disperata.
Primo, perché pochi giorni fa c’è stata un’altra protesta contro l’ennesimo mega progetto speculativo, con relativo scempio ambientale, per costruire un altro resort di lusso sulle colline di Rrjoll, vicino a Scutari, nel nord del Paese. I manifestanti, espropriati dei loro terreni dalla sera alla mattina, sono insorti e sotto gli occhi dei poliziotti in tenuta antisommossa hanno divelto le recinzioni di filo spinato che erano già state installate per delimitare l’area da edificare. Secondo, perché, mentre protestano, i manifestanti rinfrescano anche la memoria a Rama, ricordandogli che l’Albania è stato l’unico Paese europeo a salvare l’intera sua popolazione ebraica durante l’occupazione nazista e che la prima grande sinagoga moderna (adibita a deposito dagli italiani durante la prima guerra mondiale e nel 1915 distrutta da un incendio) venne costruita proprio a Valona. Dove oggi – a due passi dalla moschea «Muradie», progettata dal grande architetto ottomano Sinan – vive e prospera in pace la colorata «Via degli Ebrei», con i suoi negozi, botteghe e ristoranti, e si sta ricostruendo anche il Museo ebraico albanese, su progetto di un noto studio tecnico di Tel Aviv.
I rapporti con Israele
«Mentre il governo Rama compra grossi quantitativi di armi da Israele e integra i servizi di intelligence albanesi con quelli israeliani – spiegano i “fenicotteri” –, registriamo che silenziosamente un numero abnorme di cittadini israeliani sta acquistando grandi estensioni di terra in Albania. Noi non facciamo “collegamenti”, ma che debba farli Rama, ribaltando il discorso e accusandoci di opporci allo scempio di Sazan e della laguna di Vjose-Narta perché saremmo eterodiretti da potenze straniere è francamente troppo». In realtà, Rama e i mass media che lo appoggiano sono arrivati anche a sostenere che le immagini delle proteste «potrebbero essere frutto della intelligenza artificiale generativa». Ma Sazan, con i suoi 3.600 bunker dell’ancien régime di Enver Hoxha, esiste. E’ stata un’importante base militare, prima sovietica e poi cinese, e non ha smesso di esserlo anche dopo, quando l’Albania, nel 2007, è entrata a far parte della Nato. Forse per questo il primo ministro Rama è così sicuro che «il progetto si farà». E può darsi che avrà ragione lui, perché, come dicevamo all’inizio, la laguna è «protetta» solo formalmente, in quanto è già stata violata con la costruzione, quasi ultimata, dell’aeroporto di Valona. Sì, proprio nel bel mezzo dell’area protetta di Vjose-Narta, in spregio a tutte le leggi nazionali e internazionali e a ogni direttiva europea e interplanetaria, sta per entrare in funzione l’aeroporto di Valona, il terzo e più grande aeroporto del Paese delle Aquile. Questo, i fenicotteri rosa ancora non lo sanno, ma quando cominceranno i decolli e gli atterraggi se ne accorgeranno. E se andranno da qui. Ben prima che Jared, Edi e Ivanka coronino il loro sogno a cinque stelle (e strisce).
Carlo Vulpio, Corriere della Sera, 18/6/2026
Guardia Piemontese (Cosenza) è l’ultimo paese dell’Italia meridionale in cui sopravvive l’idioma dei trovatori. Lo diffusero qui i Valdesi, vessati dal Santo Uffizio, massacrati nel 1561. Quei luoghi non dimenticano le stragi. E nemmeno l’antica parlata

I paesi in bilico sulle gole della Sila, meravigliosi sprofondi verde smeraldo anche di 1.500 metri, il 12 maggio scorso, in occasione della tappa Catanzaro-Cosenza del Giro d’Italia, si sono completamente colorati di rosa. Festoni di bandierine rosa da un lato all’altro delle strade, porte delle abitazioni dipinte di rosa, gente in maglietta rosa, persino le panchine dei piccoli giardini pubblici sono state verniciate di rosa. I corridori hanno affrontato la durissima salita del Cozzo Tuno, novecento metri di dislivello dalla costa tirrenica alle cime dell’Appennino Calabro, accolti da un’onda rosa che forse inconsciamente ha voluto fare da contrappeso al colore nero della morte impresso a questi luoghi non dalla ’ndrangheta, ma dalla mano militare della Santa Inquisizione cattolica. Che nel 1561, sulla strada che collega Cosenza a Morano Calabro, tenne una tappa del suo macabro Giro d’Italia, facendo appendere lungo il tragitto, come «monito», i pezzi dei cadaveri delle 88 persone sgozzate con l’accusa di eresia sulla scalinata della chiesa di San Francesco da Paola, a Montalto Uffugo.
I corridori non lo sapevano, ma i calabresi, soprattutto quelli di religione valdese e di lingua occitana, lo sanno bene e non lo hanno dimenticato. E anche se volessero dimenticare, non potrebbero. E come fanno, se, per citare solo un esempio, tra i paesini in rosa per il Giro c’è San Vincenzo La Costa, che è composto da due frazioni, delle quali — potenza della toponomastica — l’una si chiama San Sisto dei Valdesi e l’altra Gesuiti? Come potrebbero mai dimenticare stragi come quelle di Guardia Piemontese e di Montalto Uffugo (alle quali, infatti, è dedicato un Giorno della Memoria, il 5 giugno)?
Guardia Piemontese è oggi l’unica e ultima isola linguistica occitana dell’Italia meridionale. Ma i Valdesi erano arrivati qui dalle valli piemontesi fin dal 1300, per lavorare e per sfuggire alle persecuzioni dei Papi avignonesi. Si imbarcavano a Marsiglia e sbarcavano a Napoli e a Paola, nel Cosentino. Mentre i gesuiti vi piombarono duecentocinquant’anni dopo, per dare una mano ai già arcigni domenicani a «rimettere le cose a posto», cioè a togliere di mezzo i Valdesi, i quali prosperavano, parlavano una propria lingua e avevano anche aderito alla Riforma protestante dell’ex monaco agostiniano Martin Lutero.
Erano tempi di guerre di religione in Europa e di massacri a senso unico in Italia — che guerre di religione non ne ha mai avute — e nel 1561, due anni prima della conclusione del Concilio di Trento, il frate domenicano e poi sacerdote e poi vescovo e poi cardinale e futuro papa Pio V, Antonio Ghislieri, in qualità di Grande Inquisitore della Santa Romana e Universale Inquisizione, accolse il suggerimento del vicario arcivescovile di Napoli, Giulio Pavesi, secondo cui, se si voleva stroncare l’eresia dei Valdesi di Calabria «non sarà sufficiente rimedio pigliarne dieci o venti, ma bisognerebbe bruciarli tutti».
La religione, certamente. Ma anche la lingua. Un binomio potente. L’eresia religiosa delle comunità valdesi era anche linguistica, e dunque ancora più eretica, poiché parlava occitano. Era, questa, la lingua d’oc (dal latino hoc est, cioè sì) parlata nel sud della Francia (Occitania), la lingua dei «trovatori» che cantavano l’amore cortese e che Dante, primo fra tutti, definì «occitano» (nel De vulgari eloquentia, 1303), giudicandola «la più perfetta e dolce», tanto da omaggiarla scrivendo in lingua d’oc gli ultimi otto versi del XXVI canto del Purgatorio. Naturalmente, quando i Valdesi parlavano in occitano tra di loro, gli «altri» non li capivano, e quindi non potevano controllarli. Figuriamoci la Chiesa, che nel controllo dei corpi e delle anime aveva la sua ragione sociale. Ecco l’altro motivo di preoccupazione del Grande Inquisitore: obbligare i Valdesi, all’epoca una trentina di comunità tra Calabria e Puglia, e qualcun’altra anche in Campania, ad «abbandonare definitivamente il linguaggio provenzale in favore dell’italiano».
I Valdesi però non cedettero, opponendo sempre resistenza pacifica. Come seguaci di Pietro Valdo, antesignano di Francesco d’Assisi, ex mercante di Lione, che per vivere la Parola di Dio nel 1173 si spogliò di tutti i suoi beni, gli sforzi dei Valdesi erano rivolti in primo luogo al benessere delle loro comunità di fede. Ciò che garantì di mantenere una forte coesione interna, nonostante tutti i divieti, gli obblighi e le angherie, come «il divieto di riunirsi in più di sei persone, il divieto di utilizzare la propria lingua, l’obbligo di seguire la messa prima del lavoro, l’obbligo di fare rientrare i parenti fuggiti a Ginevra e in Piemonte, l’obbligo di vestire il cosiddetto abitello”, due strisce di tessuto giallo, che pendevano sul petto e sulle spalle, con una croce rossa al centro», scrivono Susanna Peyronel Rambaldi e Marco Fratini in 1561. I Valdesi tra resistenza e sterminio. In Piemonte e in Calabria (Claudiana, 2011).
La situazione precipitò con l’adesione dei Valdesi alla Riforma protestante. Prima toccò al predicatore Giovanni Luigi Pascale, che fu arrestato, condannato e bruciato sul rogo nella piazza di Castel Sant’Angelo a Roma il 16 settembre 1560. L’anno dopo, il 5 giugno, fu la volta di Guardia Piemontese, dove le soldataglie spagnola e del viceré di Napoli al servizio del Papa massacrarono forse duemila persone e fecero altrettanti prigionieri. Nei giorni successivi vennero sterminate le altre comunità vicine, tanto che in seguito per ripopolarle vi si fecero insediare coloni albanesi, mentre l’11 giugno, a Montalto Uffugo, sulla scalinata della chiesa, si tenne il rito «spaventevole», «come una morte di castrati», dello sgozzamento di 88 Valdesi: «Veniva il boia et li pigliava a uno a uno, gli legava una benda davanti agli occhi, li faceva inginocchiare, con un coltello gli tagliava la gola, et lo lasciava così». Le ultime esecuzioni avvennero a Cosenza. Decine di eretici uccisi in piazza, accanto al fiume Busento, che poi verrà chiamata Piazza dei Valdesi.
Il numero delle vittime però è imprecisato perché i carnefici e i loro successori hanno avuto cura di far sparire documenti, prove, tracce. Ma i nomi dell’arco di pietra all’ingresso del centro storico di Guardia Piemontese e della piazzetta antistante, Porta del Sangue (Pòrta dal sang) e Piazza della Strage (Piaça de la strage), riescono a far «vedere» il fiume di sangue che quel 5 giugno, da tutti i vicoli del paese, con un salto di cinquecento metri si gettò in mare. Un mare che a guardarlo oggi, dalla sommità della torre che sovrasta Guardia Piemontese (La Gàrdia), ispira tanta serenità e bellezza ai guardioli (gardiòl). Compresi gli ottanta bambini della primaria, che parlano occitano, lo studiano anche a scuola («Il voto in occitano fa media come le altre materie») e ne sono i nuovi «guardiani».
Carlo Vulpio, la Lettura, Corriere della Sera, 7/6/2026
Hanno sbagliato quelli del Festival Salerno Letteratura a non far parlare De Luca (Erri, lo scrittore). Non si fa, né con lui, né con nessun altro. Ne’ a Salerno, né a Venezia, né in alcun altro luogo e per alcun motivo. Se l’espressione “libertà di espressione” ha un senso.
Se lo avessero fatto parlare, De Luca (Erri) avrebbe potuto spiegare ciò che ha poi detto anche ai giornali, e cioè che “sionismo” è “un movimento politico che ha operato per la costituzione dello Stato di Israele” e che quindi esso (parole sue) “non è espansionismo, che lo tradisce”. Ciò che è invece esattamente il sionismo attuale – revisionista, messianico, espansionista-, sul quale De Luca (Erri) avrebbe senza dubbio potuto spiegarsi, specificare, distinguere.
Così come ha tenuto a distinguere, davanti a 75 mila (o più) palestinesi morti ammazzati, che lui è contrario alla parola “genocidio”, poiché nel caso di Gaza e del Libano trattasi (sempre parole sue) di “distruzione di vite umane in un conflitto che si svolge dentro centri abitati”.
Questo De Luca (Erri) così attento al lessico e che però si esprime come un vigile urbano che scrive un rapporto su un incidente stradale (conflitto dentro centri abitati… ma dove lo ha visto poi il conflitto? conflitto e’ quando si scontrano due eserciti, non quando un esercito iper armato massacra 75 mila civili), ecco, questo De Luca (Erri), se lo avessero fatto parlare, si sarebbe commentato e spernacchiato da solo.
Siamo ancora qui a dibattere se “l’artista” deve o può esprimersi non sulla “politica”, ma su un genocidio?
Al di là del fatto che due pur bravi canzonettari quali De Gregori e Baglioni siano definiti “artisti”, manco fossero Caravaggio e Piero della Francesca, siamo ancora qui a tormentarci se essi debbano o possano esprimersi da “artisti” su quisquilie come un genocidio o un regime criminale e corrotto quale si è rivelato Usraele?
Ma lasciamoli perdere ‘sti due provinciali gne’ gne’ gne’, e per una volta apprezziamo il coraggio e la chiarezza di due signori del cinema e della musica come Richard Gere e Bruce Springsteen (e Roger Waters dei Pink Floyd, che è stato il primo).
Loro, su Trump, Ice, Gaza, Netanyhau, sionisti messianisti, hanno dimostrato un coraggio che se uno non ce l‘ha, non se lo può dare. E hanno detto molto di più e di meglio di tanti politicanti da strapazzo e di “artisti” come i nostri due italianuzzi, i quali vanno capiti: il loro modello è don Abbondio e la loro vera meta è sempre stata la pensione, fin da quando hanno cominciato a triturarci i coglioni con i loro lalala’ e ohohoh.

Eccoli qua. Guardateli bene. Guardate bene questi mostri. Essi rappresentano le tre “I” del “cambiamento” al contrario: Ignoranti, Incompetenti, Inabili al lavoro per costituzione psicofisica. Li avete votati (per chi li ha votati) e ora teneteveli. Sono peggiori dei peggiori politicanti della Prima, Seconda ed Ennesima Repubblica. E ricordatevelo per la Storia: essi sono i frutti (fino ai Conte & Casalino compresi) del cosiddetto “grillismo”, ovvero il progetto della Casaleggio e Associati (politicamente, i Casalesi d’Italia) studiato a tavolino e sul web per raccogliere il dissenso, lo scontento, la contestazione, e gestirli e incanalarli, fino a neutralizzarli. Un’operazione che ha generato questi mostri, che sono un’offesa alla Natura, cioè a Dio (cfr. Spinoza) e che sono superpagati per non fare nulla, poiché nulla possono e sanno fare. Costoro (e la loro compagnia dell’anello) rappresentano il trionfo di una delle più grandi truffe politiche contemporanee: “il sistema” che si traveste da “antisistema” per puntellare il sistema stesso e renderlo più resistente e impermeabile, grazie alla disillusione creata e alle speranze tradite di chi in buona fede o con superficialità ha creduto a queste facce di cazzo.
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