Il sito di Giulio Cavalli. Attore, autore, scrittore, consigliere regionale in Lombardia
La notte di Zenica, il 31 marzo 2026, l’Italia di Gennaro Gattuso è uscita dai Mondiali per la terza volta di fila, battuta ai rigori dalla Bosnia. Poco più di due mesi dopo, all’esordio del torneo, il Marocco ha chiuso la partita con il Brasile schierando undici uomini su undici nati all’estero, come ha raccontato il sociologo Pippo Russo su Lettera43.
Su 1.248 convocati dalle 48 nazionali finaliste, 292 sono nati fuori dal Paese per cui giocano: il 23,6 per cento, secondo i dati dell’Oxford Migration Observatory ripresi da Lettera43. Il Marocco ne conta diciannove, Curaçao venticinque, la Repubblica Democratica del Congo venti. I marocchini che hanno dominato il Brasile sono nati tra Belgio, Francia, Paesi Bassi e Spagna, Paesi che, a differenza dell’Italia, riconoscono qualche forma di ius soli. Quella diaspora ha portato il Marocco in semifinale in Qatar (2022), il miglior risultato di sempre per una nazionale africana, con due commissari tecnici nati l’uno in Francia e l’altro in Belgio. E intanto, qui da noi, c’è ancora chi parla di remigrazione.
Anche l’Italia pesca all’estero, solo che lo fa al rovescio. Mateo Retegui, nato a San Fernando in Argentina, è azzurro grazie a un bisnonno di Canicattì. Jorginho è nato in Brasile, Emerson Palmieri pure: italiani per ius sanguinis, per via di un avo partito un secolo fa. La Figc ha addirittura una squadra di osservatori che gira il mondo a caccia di pronipoti d’italiani da naturalizzare.
Poi c’è Kristjan Asllani. Nato a Elbasan, in Albania, arrivato a Buti, in provincia di Pisa, a due anni, cresciuto nel vivaio dell’Empoli, accento toscano inconfondibile. L’Italia lo ha formato, l’Albania lo ha convocato. È lo schema di sempre: il talento lo alleviamo noi, la nazionale la riempie qualcun altro. E i figli degli immigrati nati o cresciuti qui non sono un’eccezione: secondo Save the Children, nell’anno scolastico 2022-2023 gli alunni senza cittadinanza erano quasi 915mila, e quasi due su tre erano nati in Italia.
Perchè? Tutto comincia dalla legge 91 del 1992: dieci anni di residenza per chiedere la cittadinanza, tra le più lunghe d’Europa, mentre Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Paesi Bassi prevedono forme di doppio ius soli. L’8 e 9 giugno 2025 un referendum ha provato a dimezzare quei dieci anni: si è fermato al 30,5 per cento, niente quorum. Tre mesi prima, il 28 marzo 2025, il governo aveva ristretto anche lo ius sanguinis, riservandolo a chi ha un genitore o un nonno nato in Italia.
Sul versante sportivo è andata uguale. La legge 12 del 2016, il cosiddetto ius soli sportivo, è stata smontata: nell’autunno 2023 una società di Reggio Emilia, il Progetto Aurora, ha ritirato la squadra esordienti perché non riusciva a tesserare otto bambini stranieri nati e cresciuti in Italia. E prima dei diciotto anni, l’età in cui la cittadinanza può finalmente arrivare, le porte delle Under azzurre restano socchiuse.
Eppure i numeri li tiene la stessa Figc: nel ReportCalcio 2025 conta quasi 60mila giovani calciatori nati all’estero nei vivai italiani, il dieci per cento degli studenti stranieri tra i cinque e i sedici anni, da centocinquanta Paesi diversi. Un patrimonio cresciuto in casa e poi reso straniero per via amministrativa.
I rigori di Zenica hanno cause più antiche, certo: vivai lenti, ragazzi che giocano troppo poco, un sistema che disperde i suoi migliori. Le leggi sulla cittadinanza non bastano a spiegare la disfatta, e di sicuro non l’hanno aiutata. Restano il modo in cui un Paese sceglie di rendersi più piccolo di quanto potrebbe: forma decine di migliaia di ragazzi e poi li tratta da ospiti, mentre spedisce i suoi osservatori a cercare un pronipote a Buenos Aires. Altro che remigrazione.
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Hussam Abu Safiya è comparso davanti ai giudici in collegamento video, più magro, dall’isolamento del carcere di Nafha. Il 16 giugno la Corte Suprema israeliana ha respinto il suo ricorso e ne ha confermato la detenzione. Il pediatra che dirigeva il Kamal Adwan, nel nord di Gaza, è dentro dal dicembre 2024. Diciotto mesi senza un’accusa formulata.
I giudici hanno deciso sulla base di “materiale riservato” che né lui né il suo avvocato hanno potuto leggere. La cornice è la legge sui “combattenti illegali”, che consente di trattenere a tempo indeterminato senza incriminazione. Reuters conta almeno 14 medici di Gaza tenuti così da oltre un anno. Il ministero della Salute di Gaza dichiara 73.008 morti dall’inizio dell’offensiva, 997 dal cessate il fuoco dell’11 ottobre.
L’esercito israeliano sostiene che Abu Safiya sia un ufficiale di Hamas, su una foto del 2016. Non ha prodotto prove né formulato accuse, e Hamas e il ministero della Salute negano. Ai giudici lui ha detto: «Sono un pediatra, curo i feriti e le persone fragili di Gaza». Alla fine del 2024 aveva rifiutato di evacuare il Kamal Adwan finché c’erano neonati da assistere.
Naji Abbas, di Physicians for Human Rights Israel, parla di «un profondo fallimento morale e legale». L’avvocato Nasser Odeh indica ciò che la sentenza aggira: la decisione, dice, è «in chiaro contrasto con il diritto internazionale e le Convenzioni di Ginevra, che proteggono il personale medico».
Intanto a Bari il ministro Antonio Tajani ha incontrato i familiari di Domenico Centrone, 33 anni, di Molfetta, e di Dina Alberizia, 67: «Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto». I due del Land Convoy restano fermati nella Libia orientale del generale Khalifa Haftar.
Una corte che giudica su prove che non mostra ha stabilito che un medico può restare in cella senza sapere di che cosa è accusato. Le Convenzioni che dovrebbero proteggerlo erano scritte da prima.
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Il 24 maggio dieci attivisti del convoglio di terra della Global Sumud Flotilla sono spariti dai radar dopo un checkpoint a Sirte, in Libia. Da allora sono detenuti a Bengasi, nelle mani delle milizie della Cirenaica che fanno capo alla famiglia Haftar. Tra loro due italiani: Domenico Centrone, documentarista di 33 anni e docente a contratto all’Università di Bari, e Leonarda “Dina” Alberizia, insegnante in pensione di 67 anni. A 18 giorni dal fermo non era stata formalizzata alcuna accusa, e per nove giorni non avevano visto un giudice, ha riferito alla Camera l’avvocata Enrica Rigo.
Una settimana fa due avvocate incaricate sono andate al centro di detenzione dove i due dovevano trovarsi. Non c’erano. «Il luogo di detenzione non è noto», ha detto Rigo, «tecnicamente siamo vicini alla sparizione forzata». Intanto il procuratore di Bengasi ha annullato l’udienza del 9 giugno senza preavviso e ha prorogato la detenzione di altri 30 giorni.
Cecilia Sala viene arrestata in Iran il 19 dicembre 2024. Due settimane dopo, il 2 gennaio 2025, Giorgia Meloni convoca un vertice a Palazzo Chigi con Antonio Tajani, il guardasigilli Carlo Nordio, il sottosegretario Alfredo Mantovano e i servizi. La nota che esce parla di «immediata liberazione». La premier riceve la madre e vola a Mar-a-Lago da Trump a premere di persona. Il 9 gennaio Sala è libera dopo 21 giorni, e Meloni l’aspetta sulla pista di Ciampino. Fu la cosa giusta, e va detto: quando un italiano finisce in mano a un regime straniero, mobilitare l’intera macchina dello Stato è ciò che un governo deve fare.
Il paragone con il caso accanto può suonare indelicato, due detenzioni non si pesano sulla stessa bilancia. Ma la distanza tra i due trattamenti è un fatto politico, e come tale va osservata.
Per Centrone e Alberizia il copione è un altro. Da oltre tre settimane il dossier è interamente nelle mani di Tajani, che il 16 giugno, a margine di un evento sull’export a Bari, ha incontrato i familiari: «Stiamo premendo per una loro liberazione al più presto», ha detto, sperando che vengano «rilasciati e magari espulsi». La Farnesina segue «minuto per minuto», come «facciamo per tutti i cittadini italiani». Di Meloni, nessun atto pubblico. Nessun vertice, nessuna nota di Palazzo Chigi, nessuna pista d’aeroporto.
Sulla gravità i due della Flotilla stanno molto peggio: un black site di una milizia non riconosciuta, senza accusa formale e senza avvocato, mentre Sala almeno aveva uno status giuridico dichiarato. Quindi la differenza sta altrove, in chi li detiene e per cosa.
Chi li detiene è la Cirenaica di Khalifa Haftar, comandante supremo dell’Esercito nazionale libico dal 2015, e di suo figlio Saddam, vicecomandante che secondo fonti libiche ha imposto sul caso la «chiusura totale». È lo stesso Saddam Haftar fermato nel 2024 in Italia per una segnalazione internazionale delle autorità spagnole e rilasciato circa un’ora dopo. Ed è sul padre che il nostro governo dovrebbe premere per il rilascio dei due detenuti italiani.
E per cosa li detiene? Portavano sette ambulanze e venti case mobili verso Gaza. Riportare a casa due attivisti pro-Palestina con la stessa enfasi spesa per una giornalista darebbe rilievo politico a una causa che il governo, sulla sua linea di prudenza verso Gaza, preferisce tenere ai margini.
Maria Rosaria Centrone, sorella di Domenico, ha chiesto in un videomessaggio che «Nico e gli altri vengano liberati, perché sono persone innocenti». I due hanno fatto lo sciopero della fame, la Flotilla parla di «Sirte 10+1», in tutta Italia ci sono presìdi.
Il governo che per Sala fece un gioco di squadra, per i due della Flotilla affida tutto al ministro degli Esteri e lo lascia parlare a margine di una fiera dell’export. Tutti i cittadini italiani sono uguali. Salvo poi misurare l’impegno con due pesi diversi, a seconda di chi tiene la chiave della cella.
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Oltre il 15%. Tanto ha bruciato lo Stoxx Europe Targeted Defence, l’indice che misura i titoli della difesa europea, dal picco di gennaio 2026. Lo scrive il Financial Times, ripreso in Italia da InsideOver: i colossi delle armi che per tre anni erano stati i re delle Borse, hanno visto evaporare miliardi di capitalizzazione. E a dirlo, stavolta, sono le Borse, non i pacifisti.
La scommessa sembrava blindata. Dall’invasione russa dell’Ucraina del 2022, i titoli della difesa europea erano saliti di oltre il 450%, contro il 40% scarso dell’indice generale, secondo i dati raccolti da Reuters. A spingere la corsa, le promesse dei governi e l’intesa Nato del vertice dell’Aia del giugno 2025: spesa militare al 5% del Pil entro il 2035. Poi qualcosa si è inceppato. Gli ordini arrivano più lenti del previsto, i contratti slittano, e a fine maggio Morgan Stanley ha tagliato il giudizio sul comparto da “overweight” a “equal weight”, con il team guidato da Marina Zavolock. Loredana Muharremi, analista di Morningstar, lo dice chiaramente: gli investitori sono diventati molto selettivi. Martin Frandsen, di Principal Asset Management, parla di posizioni alleggerite in massa. Del resto la guerra fra Stati Uniti, Israele e Iran e l’impennata dell’energia hanno fatto saltare le scommesse affollate su mezzo mercato.
C’è poi un problema di messa a terra. Trasformare un ordine per un carro armato o un radar in fatturato e utili richiede anni, e i conti del primo trimestre hanno deluso. I grandi fondi istituzionali hanno esaurito la pazienza e hanno cominciato a vendere. Intanto i capitali si spostano verso i droni a basso costo, l’intelligenza artificiale, il software di guerra. I giganti storici della manifattura pesante, di colpo, sembrano vecchi.
La spaccatura più vistosa si è aperta a Londra. L’11 giugno 2026 il ministro della Difesa britannico John Healey si è dimesso accusando il premier Keir Starmer e il Tesoro di non stanziare le risorse necessarie e di costringerlo a scelte che avrebbero ridotto la prontezza delle forze armate. Il Tesoro si era fermato a 13,5 miliardi di sterline contro i 18 chiesti dal ministero. Poche ore dopo se n’è andato anche il ministro delle Forze Armate Al Carns, che ha bocciato il piano d’investimenti per la difesa, per lui né abbastanza trasformativo né adeguatamente finanziato. Una crisi di governo dentro un pilastro storico della Nato, proprio sui conti del riarmo.
E l’Europa intanto si divide pure sulle armi del futuro. L’8 giugno Francia e Germania hanno affossato il programma Fcas, il caccia di sesta generazione che da nove anni legava Parigi, Berlino e Madrid. Tre giorni dopo Airbus ha lanciato a Berlino il consorzio Team Gen 6 con sette aziende tedesche e alcune spagnole, lasciando fuori la Francia. L’Italia, da parte sua, resta nel blocco rivale del Gcap con Regno Unito e Giappone. La spinta all’autonomia strategica europea naufraga in una guerra di campanili industriali.
E qui da noi? Tutto come prima. Mentre le Borse si sgonfiano, il governo Meloni tiene il piede sull’acceleratore. L’osservatorio Milex stima per il 2026 una spesa militare di quasi 34 miliardi di euro, record storico, in crescita del 2,8%. Solo per nuovi armamenti si arriva a oltre 13,1 miliardi, il 60% in più rispetto al 2022, e per i prossimi quindici anni sono già programmati oltre 130 miliardi di nuovi sistemi d’arma. A marzo la Nato ha certificato l’Italia al 2,01%del PIL, primo anno sopra la soglia storica del 2%: per Milex, soprattutto un’operazione contabile per giustificare ciò che viene dopo.
La finanza ha smesso di sognare e ha cominciato a chiedere i conti. Il governo italiano quegli assegni continua a firmarli.
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Scorrono da giorni sui gruppi TikTok e nelle storie di Instagram: screenshot di offerte che un tempo si accettavano in silenzio. 800 euro al mese per sette ore al giorno, sabato compreso. Turni che finiscono alle due di notte senza un euro di maggiorazione. Stavolta la risposta è un secco no, fotografato e messo in rete. Lo racconta oggi La Stampa, che ci legge un manifesto della Generazione Z…
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