Guido Scorza
Il fenomeno non è non è nuovo ma le dimensioni che ha raggiunto lo rendono insostenibile.
Sto parlando della preselezione del personale affidata a soluzioni basate su modelli di intelligenza artificiale che analizzano i milioni di domande di lavoro che, quotidianamente, in tutto il mondo, decine di milioni di persone inviano a decine di migliaia di potenziali datori di lavoro.
Gli algoritmi leggono – si fa per dire -, valutano e poi suggeriscono -si fa ancora una volta per dire – perché in realtà decidono al posto degli uffici del personale chi ha una chance di veder accolta la propria domanda e chi no, dividendo le domande di assunzione tra quelle che meritano di andare avanti nel processo di selezione e quelle che non lo meritano.
A parer loro si intende.
In America a usare questo genere di soluzioni è il 90% dei datori di lavoro.
Niente di male, in linea di principio, a chiedere un aiutino diversamente intelligente nella preselezione del personale.
Ma il punto è che uno studio di alcuni ricercatori dell’Università di Stanford ha appena dimostrato scientificamente che queste soluzioni non sono imparziali, non sono trasparenti, non sono oneste nel valutare curricula e domande.
In una parola discriminano.
I ricercatori hanno preso 3,4 milioni di candidati reali che hanno presentato 4 milioni di candidature, per 1700 posizioni lavorative a 156 datori di lavoro in 11 settori di mercato e hanno esaminato i suggerimenti che il sistema di un solo fornitore, leader di mercato negli USA – e per la verità non solo negli USA – dopo averle analizzate, ha dato ai datori di lavori.
Risultato: complici le discriminazioni algoritmiche, 40 mila persone, di colore e asiatiche, si sono viste negare una chance di lavoro alla quale avrebbero avuto diritto solo in ragione dell’etnia di appartenenza.
E, naturalmente, quello etnico è solo uno dei tanti bias nei quali le soluzioni in questione inciampano.
I ricercatori, giustamente, sottolineano che un fenomeno già di per sé allarmante, rischia di diventare insostenibile se, come sta accadendo, la concorrenza nel mercato di questo genere di soluzioni non funziona e pochi, anzi pochissimi, fornitori se lo dividono quasi interamente perché, naturalmente, a quel punto, quello che accade è che l’impatto discriminatorio di un solo algoritmo si propaga sulle scelte di decine di migliaia di datori di lavoro e milioni di lavoratori.
Che così non si possa andare avanti, che non si possa far finta niente, che non si possa continuare a ignorare un problema vecchio di quasi dieci anni e conclamato, almeno negli Stati Uniti, da decine di decisioni che hanno visto datori di lavoro e fornitori di questi servizi condannati, appunto, per discriminazione, è o dovrebbe essere evidente.
E, naturalmente, non c’è ragione per ritenere che da questa parte dell’oceano le cose stiano andando diversamente.
Servirebbe, anzi no, serve che le organizzazioni sindacali scendano in campo ed esigano non la messa al bando di queste soluzioni, ma una verifica terza e imparziale su larga scala circa la loro non discriminatorietà, serve che le Autorità competenti vi procedano e, all’esito dei risultati, impartiscano ai datori di lavoro i correttivi necessari a un utilizzo sostenibile di questo genere di servizi e, probabilmente, che l’Autorità Antitrust verifichi che la concorrenza, sul mercato di queste soluzioni sia davvero libera, perché meno c’è concorrenza, più le discriminazioni degli algoritmi di pochi leader di mercato, producono un effetto domino sulle selezioni del personale di tanti.
Non possiamo continuare a consentire che le opportunità di lavoro di una persona e, quindi, la sua vita e quella della sua famiglia, dipendano da un algoritmo mal progettato o mal addestrato.
Dobbiamo trovare modo e maniera di dire basta, più che ai lavori rubati dall’intelligenza artificiale, a quelli negati, ingiustamente, a chi li meriterebbe.
Guido Scorza
È gravissima l’accusa che la Commissione europea ha appena indirizzato a Meta, la società che gestisce Facebook e Instagram: non aver fatto abbastanza per evitare che i bambini più piccoli di tredici anni utilizzassero servizi e piattaforme che lei stessa dichiara riservati a un pubblico più adulto.
E non solo: aver letteralmente sottovalutato il problema o, addirittura peggio, aver finto di sottovalutarlo nelle proprie analisi di impatto nonostante le dimensioni del fenomeno siano tali da non poter essere sottovalutate specie da chi, come Meta, evidentemente conosce il mercato dei socialnetwork e il suo pubblico meglio di chiunque altro avendolo letteralmente messo al mondo.
Bene il j’accuse della Commissione contro Meta, dunque.
Peccato arrivi tardi.
Peccato sia basato sull’ovvio perché che la semplice autodichiarazione di un bambino in relazione al fatto di avere qualche anno di più dell’età minima necessaria a usare un servizio digitale fosse troppo poco per tenere i più piccoli fuori da servizi e piattaforme non adatti alla loro età lo si sa tutti da tempo.
E, girarci attorno è da ipocriti, lo si è tollerato.
Anzi, di più, lo si continua a tollerare.
Perché, naturalmente, quello che la Commissione europea rimprovera, giustamente, a Meta è, esattamente, quello che fanno tutti – con pochissime eccezioni – i fornitori di servizi digitali e, tuttavia, dappertutto o quasi ci si continua a lasciar incantare dal canto di sirene che riscoperto come per incantamento il valore del diritto alla privacy, sostengono che sia tecnicamente impossibile impedire ai più piccoli di usare servizi non adatti alla loro età senza violare la privacy di miliardi di persone.
E, quindi, mentre la Commissione europea ora – anche in questo caso, ad essere onesti, con un certo ritardo rispetto all’emersione del problema e, anzi, dell’emergenza – spinge per l’utilizzo di una specifica applicazione considerata capace di garantire la verifica dell’età degli utenti e a prova di privacy, media, addetti ai lavori, accademici e Governi di molti Paesi, sostengono che si tratterebbe di una medicina peggiore del male che si intende curare perché, in nome della semplice ambizione di tenere i bambini fuori da luoghi digitali nei quali non dovrebbero entrare, presterebbe il fianco – e anche di più – a enormi potenziali violazioni della privacy di centinaia di milioni di persone solo nel Vecchio continente.
Chi ha ragione e chi ha torto?
Difficile a dirsi.
Ma forse perché è l’impostazione del problema a continuare a essere sbagliata.
Ci sono una decina di gitanti digitali che da anni accumulano ricchezze sconfinate anche esponendo sistematicamente a rischio la vita di centinaia di milioni di bambini in tutto il mondo quasi si trattasse di un effetto collaterale inevitabile.
E si tratta di giganti che hanno letteralmente cambiato, in una manciata di lustri, il modo di vivere dell’intera umanità, reso realtà sogni che si immaginavano irrealizzabili, trasformato la fantascienza in storia, consentito la cura di malattie giudicate incurabili, messo letteralmente a nudo il nostro cervello rendendo leggibili persino i pensieri inespressi e aperto la strada alle vacanze nello spazio.
Questi giganti ci hanno plasticamente dimostrato che il tecnologicamente impossibile non esiste più.
Oggi volere è potere più di sempre, specie se di dispone della capacità tecnologica, finanziaria, commerciale e mediatica dei giganti dei quali stiamo parlando.
In un contesto di questo genere, io penso che dovremmo, tutti insieme, all’unisono, facendo fronte comune e rinunciando a ogni divisione e contrapposizione, semplicemente rifiutarci di credere che il problema di bambini di otto, nove, dieci, undici o dodici anni che entrano in piattaforme e usano servizi a loro non adatti sia irrisolvibile.
Non sta ai Governi, non sta ai Parlamenti, non sta alle Autorità trovare la soluzione tecnologica per risolverlo.
Lo risolvano lorsignori giganti tecnologici che lo hanno creato e continuano a crearlo all’unico fine di fare sempre più soldi, rendano l’identificazione di una soluzione capace di risolvere il problema senza compromettere la privacy di miliardi di persone una priorità assoluta, rinuncino allo sviluppo anche di un solo bit di nuova tecnologia fino a quando non l’avranno trovata.
Ci dimostrino, insomma, per davvero, anche se con vent’anni di ritardo che almeno il benessere dei più piccoli vale di più del profitto e del potere di mercato e non solo che sin qui si sono preoccupati di accumulare.
E se davvero non ne sono capaci, allora rinuncino ai loro business che espongono a rischio i nostri bambini perché, come scriveva Fedor Dostoevskij “Nessun progresso, nessuna rivoluzione, nessuna guerra potrà mai valere anche una sola lacrima di un bambino”.
Guido Scorza
È uno spettacolo tragicomico, una commedia degli equivoci o, forse, meglio degli orrori quella che sta andando in scena sul palcoscenico nazionale a proposito della protezione dei bambini nella dimensione digitale.
Mentre nei Tribunali americani le bigtech vengono, giustamente, portate a processo e condannate per aver immolato il benessere dei più piccoli sull’altare del profitto e mentre in tutto il mondo Governi e Parlamenti stanno accelerando nell’adozione di soluzioni diverse accumunate, tuttavia, dall’obiettivo di garantire ai più piccoli una vita sostenibile nella dimensione digitale, a casa nostra si tergiversa, si cercano alibi per non fare, si fa un passo in avanti e due indietro, si adottano soluzioni e approcci contraddittori.
Ci si presenta confusi e smarriti a voler pensare bene, ipocriti e poco determinati a voler pensare male.
Parlano i fatti, bastano quelli e basta metterli in fila.
È il settembre del 2023, l’estate è stata segnata dagli orrori rimbalzati dal c.d. Parco Verde di Caivano, in provincia di Napoli dove due cuginette di dieci e dodici anni sono state ripetutamente violentate da coetanei e poco più che coetanei, alcuni dei quali hanno ripreso tutto con lo smartphone per poter rivivere e far rivivere quella violenza anche nella dimensione digitale.
Quegli orrori hanno scosso l’intero Paese e toccato le corde più sensibili di milioni di persone.
Troppo perché il Governo non intervenga.
Accade a tempo di record.
Come, purtroppo, da tradizione nella legislazione di casa nostra, figlia più spesso di tragedie che di riflessioni ponderate, specie quando si tratta di regole destinate a proteggere i più piccoli.
Il 15 settembre viene varato un Decreto Legge: “Misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori in ambito digitale”.
In sede di conversione nel Decreto viene introdotto un obbligo di verifica dell’età degli utenti per tutti i gestori delle piattaforme di pubblicazione e condivisione di contenuti pornografici.
La legge attribuisce a all’Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni (AGCOM), sentito il Garante per la protezione dei dati personali, prima il dovere di dettare le regole per la verifica dell’età in modo da contemperare le esigenze di protezione dei minori con quelle di protezione della privacy e, poi, di vigilare sull’applicazione delle nuove regole.
Detto, fatto.
Quelle regole esistono, sono in vigore e AGCOM ha già adottato le prime sanzioni a carico di chi non le rispetta.
Guai, naturalmente, a dire che il sistema funzioni.
La galassia del porno online è sterminata, popolata da soggetti stabiliti in ogni angolo del globo, spesso in paradisi fiscali e legali nei quali è sostanzialmente impossibile far valere qualsivoglia regola.
Insomma, il porno online è e resta li, a portata di tap di qualsiasi bambino che voglia accedervi e, purtroppo, gli sforzi dell’Autorità rischiano di evocare l’esercizio del famoso bambino di Sant’Agostino intento a cercare di svuotare il mare con il secchiello.
Forse bisognava pensarci prima di varare le regole in questione anche perché, probabilmente, i siti porno online non rappresentavano e non rappresentano né l’unico, né il maggiore dei rischi per i bambini online ma, ormai, è andata così.
E, però, ed è questo che ora conta di più il Governo, poco più di due anni fa ha scelto che per proteggere i più piccoli avesse senso tenerli fuori da certe piattaforme, in quel caso quelle pornografiche, e che, per farlo, la soluzione migliore fosse imporre ai gestori di verificare l’età degli utenti, nella sostanza, esattamente, quello che fanno i giostrai all’ingresso delle attrazioni nei parchi dei divertimenti.
Una scelta discutibile, come tutte le scelte in termini di bilanciamento tra protezione dei più piccoli e protezione della privacy ma, comunque, una scelta, netta, radicale, coraggiosa.
Ma non basta.
Esattamente due anni dopo, infatti, nel varare la legge sull’intelligenza artificiale – la n. 132 del 25 settembre 2025 – Governo e Parlamento hanno scelto, di nuovo, di battere la stessa strada a proposito di qualsiasi servizio basato sull’intelligenza artificiale appunto.
Il comma 4, dell’art. 4, infatti, dice testualmente: “L’accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale da parte dei minori di anni quattordici nonché il conseguente trattamento dei dati personali richiedono il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, nel rispetto di quanto previsto dal regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, e dal codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. Il minore di anni diciotto, che abbia compiuto quattordici anni, può esprimere il proprio consenso per il trattamento dei dati personali connessi all’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, purché le informazioni e le comunicazioni di cui al comma 3 siano facilmente accessibili e comprensibili.”.
L’intelligenza artificiale, naturalmente, è ormai dappertutto: social, servizi di generazione di contenuti digitali di ogni genere, videogame e chatbot companion che oggi spopolano anche tra i più piccoli ne sono pieni e non funzionerebbero senza.
E la regola c’è: infraquattordicenni fuori, senza il permesso dei genitori, infradiciottenni ma ultraquattordicenni dentro a certe condizioni.
Ancora una volta una scelta binaria basata sull’età e, quindi, evidentemente, un obbligo per i gestori di verificarla.
E, però, in questo caso, la norma è caduta nel dimenticatoio un istante dopo esser stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale, letteralmente scomparsa dai dibattiti sull’argomento, rimasta completamente inapplicata, lettera morta, quasi ripudiata o disconosciuta un istante dopo il suo varo.
Perché?
Non era e non è, ancora una volta, né una regola scritta benissimo, né una regola facile da applicare e, però, è una legge in vigore varata da Governo e Parlamento in carica.
E c’è di più: in Parlamento, infatti, sin dal maggio del 2024 giace un disegno di legge bipartisan, prime firmatarie Lavinia Mennuni (FdI) e Marianna Madia (PD), che, tra l’altro, prevede proprio il divieto di fornire ai minori infraquindicenni, in questo caso, in assenza di consenso dei genitori, taluni servizi della società dell’informazione, grandi piattaforme social in testa e, di conseguenza, l’obbligo per i fornitori di verificarne l’età.
Il disegno di legge, per la verità, va oltre e aggiunge che i contratti tra i fornitori di tali servizi e i minori di quindici anni devono, semplicemente, considerarsi nulli.
Siamo qui.
Ora benissimo che in questo contesto, anche sull’onda di nuovi fatti di cronaca che, ancora una volta, nelle scorse settimane, hanno scosso l’opinione pubblica, il Governo si mostri sensibile alla questione della protezione dei bambini nella dimensione digitale ma a condizione che non si aggiunga confusione alla tanta che già c’è, non si moltiplichino regole destinate poi a esser dimenticate in fretta e, soprattutto, a restare inefficaci.
Estendere l’ambito di applicazione della Legge di conversione del Decreto Caivano, iniziare, finalmente, a applicare la nuova legge sull’intelligenza artificiale, eventualmente, chiarendone modalità e ambito di applicazione, riprendere anziché disperdere le centinaia di ore di lavoro, tra audizioni formali e informali già fatte sul disegno di legge Mennuni, Madia e tante altre e altri, sembrerebbero tra le cose più semplici e più utili da fare.
Ricominciare tutto da capo, lasciarsi raccontare dall’industria e da una serie di associazioni da quest’ultima coinvolte in termini lobbistici la favola degli strumenti di parental control, dell’educazione, della responsabilità innanzitutto genitoriale, sembrerebbe, invece, una strada che non porta da nessuna parte e che non garantirà, quanto servirebbe, ai più piccoli un’esperienza sostenibile nella dimensione digitale.
E non perché in astratto non siano buone idee ma perché, in concreto, non funzionano e non possono funzionare in un Paese con oltre la metà della popolazione affetta da analfabetismo digitale cronico.
Certo che dovremmo essere noi genitori a prendere per mano i nostri figli anche nella dimensione digitale ma il punto è che – almeno nella maggioranza dei casi – non siamo in grado di farlo e non siamo in grado di farlo perché da decenni si è pensato che si potesse trasformare digitalmente il Paese semplicemente accelerando la disponibilità di servizi digitali senza mai curarsi, quanto sarebbe stato necessario, dell’educazione digitale di adulti e bambini.
Sfortunatamente sono più di vent’anni che adulti analfabeti digitali, considerano i figli nativi digitali e, quindi, abdicano sistematicamente ai loro doveri genitoriali nella dimensione online.
Naturalmente è sbagliato.
È un approccio che va cambiato.
Ma non c’è regola al mondo che possa riuscire nell’impresa con un colpo di bacchetta magica.
Scommettere solo su questa strada significa lasciare esposti bambini di nove, dieci, undici e dodici anni, talvolta anche più piccoli, ai rischi – che ormai sappiamo o dovremmo sapere essere enormi e dover esser chiamate certezze statistiche più che rischi – di ritrovarsi a confrontarsi con una congerie di servizi digitali che, semplicemente, non sono adatti alla loro età, come non lo sono i motorini, le automobili, il fumo, l’alcol, il gioco d’azzardo o il porno.
È il momento della concretezza e effettività delle scelte.
Non si può continuare a abbandonare i più piccoli negli schermi dei loro dispositivi o, meglio, lasciare che genitori ineducati al digitale lo facciano senza rendersi conto dei pericoli.
Sarebbe sbagliato addossare responsabilità collettive e politiche figlie di decenni di malgoverno dei processi di trasformazione digitale e, soprattutto, scelte ciniche dell’industria che ha sistematicamente immolato il benessere dei bambini sull’altare di quello del valore delle proprie azioni, solo sulle spalle dei singoli, dei genitori, degli adulti e delle famiglie.
Certo questo è quello che chiedono le bigtech per non perdere il business dei bambini online – quasi un terzo della popolazione digitale totale- ma non è quello di cui hanno bisogno i nostri figli.
Startup Italia – Guido Scorza
Sappiamo tutti che quando pubblichiamo una foto online, nostra o dei nostri bambini, offriamo a chiunque la guardi – quali che siano le sue intenzioni – una serie di indizi sul luogo in cui è stata scattata, in cui eravamo, in cui erano i soggetti ritratti.
È intuitivo.
I più addentro alle cose delle tecnologie – pochi, purtroppo, in un Paese, come il nostro, di analfabetismo digitale dilagante – sanno anche che le foto digitali spesso contengono delle informazioni nascoste con la geolocalizzazione puntuale del luogo in cui sono state scattate.
Sono informazioni – cc.dd. meta-informazioni – che possono essere eliminate direttamente attraverso apposite opzioni presenti sui nostri dispositivi.
Certo bisogna saperlo, bisogna pensarci prima di condividere la foto via social, bisogna trovare il pulsante per farlo, ma si può fare.
E, per la verità, alcune app di messaggistica eliminano automaticamente alcune di queste informazioni garantendoci – o, almeno, provandoci – un po’ di privacy in più almeno sul luogo nel quale abbiamo scattato la foto se non è immediatamente riconoscibile.
Ora, però, sembra che complice l’intelligenza artificiale che avanza mantenere la riservatezza sul luogo nel quale abbiamo scattato una foto o girato un video o facendo una diretta via social sia e sarà sempre più difficile.
Qualcuno già dice, semplicemente, impossibile.
Iniziano, infatti, a diffondersi online una serie di servizi basati, appunto, su servizi algoritmi di intelligenza artificiale che data un’immagine sono in grado di collocarla esattamente nello spazio, proprio nel luogo nel quale è stata realizzata utilizzando una serie di parametri diversi.
Per carità, niente di inimmaginabile davanti ai continui “portenti artificiali” ma, forse, ancora una volta, la realtà sta superando o ha superato l’immaginazione più rapidamente di quanto non si potesse immaginare.
Certo questo genere di servizi può essere straordinariamente utile in una serie di casi d’uso specifici: dalla ricerca e identificazione del luogo nel quale si trova una persona in condizioni di emergenza, alla ricerca e identificazione di criminali o autori di ogni genere di illeciti.
Un servizio prezioso in casi di questo genere e decine di altri analoghi, a condizione che a usarlo siano soccorritori, forze dell’ordine, istituzioni nell’interesse pubblico e nel rispetto del principio di proporzionalità cui deve ispirarsi ogni trattamento di dati personali da chiunque posto in essere.
Un servizio pericoloso e, anzi, pericolosissimo in centinaia di altri casi.
Sempre se nelle mani sbagliate nelle quali, sfortunatamente, è difficile pensare prima o poi non cada come, purtroppo, sta accadendo con tutti i servizi del genere.
Due le sfide che abbiamo davanti.
La prima è culturale e ci riguarda tutti: prendere atto che l’intelligenza artificiale continua a modificare il mondo nel quale viviamo, a spostare in avanti il confine del pubblico e a far arretrare quello del privato con la conseguenza che dobbiamo imparare a vivere in un mondo diverso da quello in cui siamo nati.
Nel caso specifico, forse, questo significa pensarci ancora una volta di più prima di decidere una foto nostra e soprattutto dei nostri figli sui social.
La seconda è giuridica: questo genere di servizi non dovrebbe poter essere distribuito sul libero mercato, non dovrebbe poter esser venduto a chiunque e utilizzato da chiunque.
Non ora, non oggi, non così presto.
Saremo in grado di vincerle entrambe?
Difficile a dirsi e, anzi, lecito dubitarne e legittima una punta di pessimismo.
Ma dobbiamo provarci.

Ascolta il podcast: https://www.raiplaysound.it/audio/2026/01/Un-giorno-da-pecora-del-27012026-85f92dd7-3131-4930-acec-dbaa1f405094.html?ts=3047
Guarda la puntata: https://www.youtube.com/live/g1PZ1c3NSX0?si=BgGyCblzOg5pJEXn&t=3547
La diretta della puntata del 27 gennaio 2026 di Un Giorno da Pecora su Radio1.
La trasmissione più irriverente e scanzonata, dove i politici parlano il linguaggio della gente comune: recitano poesie, raccontano storie e barzellette. La politica vista dalle pecore. Conducono Geppi Cucciari e Giorgio Lauro con la satira di Francesca Fornario e Che Duo Meloni.
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