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Bonobo, alias Simon Green, torna con Distance In Static (11 settembre, Ninja Tune). L’annuncio arriva insieme al primo singolo Me and You, un brano dancefloor puro, ma il disco – promette il lancio – è molto di più.
Collaborazioni prestigiose: Arooj Aftab, Joy Crookes, Nilüfer Yanya, Ichiko Aoba, Nicole Miglis (Hundred Waters) e Aanya Martin. Testi in inglese, urdu e giapponese, campionamenti iraniani, guzheng, registrazioni tra Los Angeles, Tokyo, Londra e il ranch di Neil Young in California.
L’universo visivo cambia: realizzato con Trevor Jackson, abbandona i paesaggi per ispirarsi alle microfotografie di John I. Koivula. Cristalli naturali e alieni che ritroveremo nel nuovo show live (tournée nordamericana a novembre), disegnato da Pierre Claude (Air, Gesaffelstein).
Ma c’è una svolta. Venticinque anni di carriera, due Top 5 UK, sette nomination ai Grammy, residency alla Royal Albert Hall. Eppure Green ammette: «Probabilmente è l’ultima volta che percorro questa strada in questa forma. Non so ancora come sarà il futuro».
Distance In Static potrebbe essere l’ultimo album con grandi ospiti e tournée con band completa. Una celebrazione e un possibile addio al formato classico. «Mi affascinava l’idea di captare un segnale distante», dice. Un disco elegante e potente, intimo e immenso. Uno dei lavori più ambiziosi della sua carriera.
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I Death Cab for Cutie propongono un sound più grezzo e essenziale in I Built You a Tower (Anti records), l’undicesimo album della storica band indie rock e seguito del sorprendente Asphalt Meadows del 2022.
I Built You a Tower è un album che si presenta essenziale, mirato ed emotivamente sincero, nato sulla scia di un paio di tour mastodontici in cui hanno celebrato il ventesimo anniversario dei loro dischi più amati e di successo: Transatlanticism (2003) e Plans (2005) ed è il disco con cui i Death Cab for Cutie tornano a suonare davvero necessari. Non perché inseguano un’improbabile giovinezza perduta, né perché provino a replicare meccanicamente la propria stagione classica, ma perché riescono a ricondurre la loro scrittura a un punto di tensione autentica. Dopo una fase alterna, spesso segnata da album rifiniti ma non sempre incisivi, Ben Gibbard e compagni firmano un lavoro che ritrova densità emotiva, lucidità compositiva e una misura sonora finalmente priva di compiacimento. È un ritorno di forma, sì, ma soprattutto di intenzione.
La cornice produttiva conta, ma non basta a spiegare il risultato. Il ritorno a un contesto indie (la ANTI) e la mano di John Congleton, qui più interessato a sottrarre che ad abbellire, favoriscono l’attuale formazione del gruppo – Gibbard, il bassista Nick Harmer, il batterista Jason McGerr, il chitarrista e tastierista Dave Depper e il polistrumentista Zac Rae – a realizzare un suono secco, leggibile, spesso spigoloso: una scelta che restituisce centralità alle canzoni invece di soffocarle sotto la rifinitura. È però nella scrittura che il disco trova la propria gravità. Gibbard affronta la perdita di persone care, il logoramento che ha portato al divorzio dalla moglie di lunga data, accettandoli con uno sguardo meno romanzato rispetto al passato, più adulto e meno incline all’auto indulgenza. Ne deriva un album che non drammatizza il dolore, ma lo osserva con una fermezza nuova, trasformandolo in materia narrativa e timbrica. In questo equilibrio tra vulnerabilità e controllo, tra slancio melodico e nervatura post-punk, i Death Cab recuperano una credibilità espressiva che sembrava solo intermittente negli ultimi anni.
Brani come “Punching the Flowers” con le sue chitarre scintillanti, il crescendo melodico di “Riptides”, “How Heavenly a State” con la sua aura post-punk ben evidente e i synth sfocati di “Stone Over Water” definiscono con chiarezza il profilo di un album che preferisce consolidarsi nel tempo piuttosto che imporsi con immediatezza. È vero: rispetto a Asphalt Meadows manca forse qualche picco di presa istantanea, e non tutto qui arriva con la stessa evidenza al primo ascolto. Ma è una riserva che finisce per giocare a favore del disco, perché ne conferma la natura meno accomodante e più stratificata.
Tra le canzoni meglio riuscite occorre segnalare anche le due tracce che danno il titolo all’album, I Built You A Tower (a) e I Built You A Tower (b). Piena di rimorsi e rimpianti, la prima prepara la caduta debilitante che poi si verifica nella seconda, che chiude l’album in un groviglio di amara malinconia e stanchezza emotiva. Sono i Death Cab al loro meglio, cupi e bellissimi.
I Built You a Tower non è un’operazione nostalgica né un semplice colpo di coda: è un lavoro maturo, severo con sé stesso, capace di riaffermare la statura dei Death Cab for Cutie senza indulgere né all’autocelebrazione né alla replica. In una carriera lunga quasi trent’anni, non è un dettaglio: è una conferma significativa.
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Dopo oltre vent’anni di onorato servizio su Matador, gli Interpol cambiano casa discografica e si preparano a tornare con l’ottavo album in studio, This Mirror Weighs a Ton, in uscita il 28 agosto via Partisan Records (stessa label di IDLES, Geese e PJ Harvey). Un disco che il frontman Paul Banks definisce senza mezzi termini “uno dei più importanti della nostra carriera”.
Prodotto da Andrew Wyatt (già al lavoro con Charli XCX e Miike Snow) e mixato da David Fridmann (Flaming Lips, MGMT), il nuovo lavoro promette di essere il più corposo e stratificato del quartetto newyorkese. Archi, fiati, armonie vocali, chitarre acustiche e sound design sperimentale si fondono con la classica atmosfera oscura e ipnotica della band.
“Per me è un disco senza nessun pezzo da saltare”, racconta Banks a NME. “Abbiamo fatto un lavoro grandioso”. Diventato padre per due volte dopo The Other Side of Make-Believe (2022), il cantante sottolinea l’urgenza di realizzare qualcosa di duraturo: “Ero in uno stato d’animo di presa di coscienza, post-paternità. Volevo esserne orgoglioso. Ogni canzone è diversa, ma c’è uno spirito di ricerca dell’euforia, dell’illuminazione e della chiarezza. Molto autoanalisi, da qui il titolo”.
Il primo assaggio è la title track, sognante e ipnotica, che Banks stesso non esita ad avvicinare ai Massive Attack: “È un tipo di basso diverso, e Brad Truax ne è il responsabile. Una semplicità preziosa. Quella frase (‘this mirror weighs a ton’) parla dei temi del disco, e introduce suoni che non ti aspetti”.
Il secondo brano svelato è “See Out Loud”, più classica e pulsante, capace di guardare dritta agli album Antics ed El Pintor. La novità è il doppio lead vocale: accanto a Banks, per la prima volta dopo “PDA” (2002) e la rara “Song Seven”, torna a cantare il chitarrista Daniel Kessler. “Dan canta davvero bene, ha una postura interessante, un contraltare piacevole alla mia voce. Semplicemente non lo facciamo molto spesso”, spiega Banks. “Molte canzoni di questo disco hanno finali killer, e questa è una di quelle. Ci siamo divertiti a non porci limiti di struttura”.
Gli Interpol saranno in tour questo summer tra headline show (con Youth Lagoon, DIIV e julie), date a supporto dei SOMBR e festival, tra cui il CBGB Fest di New York il 26 settembre.
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I leggendari pionieri del synthpop, Soft Cell, hanno svelato i dettagli del loro disco conclusivo, Danceteria, in uscita il 25 settembre via Republic of Music. Un’eredità musicale completata prima che Dave Ball, una delle due anime della band, ci lasciasse nell’ottobre scorso.
“Non ci possono essere altri dischi dei Soft Cell senza Dave, sarebbe impossibile”, dichiara il frontman Marc Almond. “La triste verità è che Dave Ball era metà dei Soft Cell. A parte l’attività live, non riesco a scrivere canzoni per i Soft Cell senza di lui”.
Danceteria non è solo un titolo, ma un viaggio nel tempo. Almond racconta: “L’album riflette ciò che stavamo vivendo come inglesi a New York. Siamo arrivati lì nel 1981 con canzoni nate pensando a Londra e Leeds, intrise della grigiezza e della repressione della Gran Bretagna di Margaret Thatcher. Ma una volta sbarcati a New York, quelle stesse canzoni si sono caricate di una fresca, astuta consapevolezza urbana. Frequentavamo i club, dove l’ecstasy era disponibile per la prima volta, e ci sentivamo privilegiati di essere parte di quel segreto. La nostra musica ha assunto una qualità ibrida. Eravamo britannici fino al midollo, ma anche una band onoraria americana. È giusto che l’ultimo album dei Soft Cell sia intriso di quei miti e di quelle storie. Chiude il cerchio, ed è un tributo meritato a Dave”.
Il disco include il singolo di quest’anno, “Out Come the Freaks” (cover del cult di Was (Not Was)), e il nuovo singolo, la title track Danceteria, ambientata nel mitico club newyorkese degli anni ’80. Potete guardare il video qui sotto.
Un addio che sa di dancefloor, memoria e gratitudine.
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Sono passati otto anni dalla scomparsa di Mark E. Smith (nella foto). Ma il monolite post-punk si sta preparando a colpirci ancora: Ed Blaney annuncia l’album “finale”, ‘Post Script’, e promette “nove assoluti banger”.
Se c’è una band che ha sempre fatto della contraddizione una bandiera, quella sono proprio loro: The Fall. E ora, da oltre la tomba, Mark E. Smith riesce ancora a spiazzarci. Ecco spuntare un nuovo, ultimo, definitivo album di inediti. Si intitola ‘Post Script’ (edito da Cherry Red records) – come una nota a margine della storia, ma che promette di essere tutto fuorché marginale.
A dare l’annuncio, nel modo più anarchico e “fallico” possibile – cioè su Facebook – è Ed Blaney, ex membro della band e per un periodo manager. Il disco, dice Blaney, è stato completato e la sua uscita è “imminente”. E le sue parole non lasciano spazio a interpretazioni: “Un sogno per ogni fan dei The Fall, e anche di più… Nove assoluti banger”.
L’ultimo album che aveva visto la partecipazione di Smith fu ‘New Facts Emerge’ nel 2017, il trentunesimo capitolo di una discografia mostruosa. Poi, nel gennaio 2018, la morte del gigante di Manchester dopo una lunga battaglia contro un tumore ai polmoni e ai reni. Ma ora apprendiamo che la macchina creativa era ancora in moto: un altro album era già in cantiere prima del suo addio.
Secondo Blaney, i nastri sono stati rimessi a posto, missati e chiusi. Il titolo, ‘Post Script’, suona quasi come un testamento ironico, l’ultima delle sue sentenze in forma di canzone. Nessuna data di uscita ancora, ma l’attesa, per i devoti, sarà breve.
Per chi avesse bisogno di un ripasso: The Fall nacque dopo che Mark E. Smith vide i Sex Pistols al Lesser Free Trade Hall di Manchester. Il nome dalla Camus, l’anima dal caos. Esordio nel 1978 con l’EP ‘Bingo-Master’s Break Out!’, poi un’orgia di musica ipnotica, abrasiva, ripetitiva. Come diceva il loro più illustre fan, John Peel: “Sono sempre diversi, ma sempre gli stessi”.
Negli anni ’80, con Brix Smith alla chitarra, arrivarono i momenti di maggiore “successo” commerciale (si fa per dire): ‘The Wonderful and Frightening World of The Fall’, ‘This Nation’s Saving Grace’ e altri gioielli. Nel 2010, perfino una collaborazione coi Gorillaz per ‘Plastic Beach’.
E poi il silenzio. O quasi. Nel 2022, cinque ex membri avevano dato vita agli House Of All, definendosi un “progetto continuum della Fall Family”. Ma la famiglia di Mark E. Smith non l’aveva presa bene: “Estremamente offensivo e fuorviante”. Ora, con ‘Post Script’, la questione cambia prospettiva. Perché stavolta la voce è solo una, inconfondibile, e l’ultima parola – ancora una volta – spetta a lui.
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L'articolo The Fall, l’ultima profezia: “Post Script” è realtà, tra bamger e misteri. Ascolta proviene da Freak Out Magazine.
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