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Intervista di Jean-Louis Servan-Schreiber a Simone de Beauvoir per Questionnaire (6 aprile1975)
In questa intervista, risalente al 6 aprile 1975 e realizzata da Jean-Louis Servan-Schreiber per il programma televisivo Questionnaire, Simone de Beauvoir ripercorre i nuclei fondamentali del suo pensiero femminista. A partire dalla celebre affermazione “donna non si nasce, lo si diventa”, Beauvoir chiarisce come la condizione femminile non sia il prodotto di un destino biologico, ma il risultato di una costruzione storica e sociale fondata su rapporti di potere. L’intervista affronta temi cruciali quali il ruolo delle differenze biologiche, l’esclusione storica delle donne dalla produzione e dal sapere medico, la persecuzione delle guaritrici e il modo in cui Il secondo sesso nacque inizialmente come ricerca teorica, prima di diventare un testo centrale del pensiero e della pratica femminista.
Jean-Louis Servan-Schreiber: Se provassimo a riassumerlo, il che è in effetti un compito difficile, potremmo dire che tutto ruota attorno a questa idea, spesso ripetuta da allora, ma che vorrei chiedervi di spiegarci: “Non si nasce donna, lo si diventa”.
Simone de Beauvoir: Sì, è una formula semplice che riassume l’insieme delle mie tesi. Ciò che significa, in modo molto semplice, è che essere donna non è un dato naturale: è il risultato di una storia. Non esiste un destino biologico o una logica psicologica che definiscano la donna in quanto tale. È una storia che l’ha costruita. Anzitutto la storia della civiltà, che conduce allo statuto attuale della donna; e, d’altra parte, per ogni donna in particolare, è la storia della sua vita. È la storia della sua infanzia che la determina come donna, che crea in lei qualcosa che non è affatto un dato, un’essenza. Crea in lei ciò che talvolta è stato chiamato l’“eterno femminino”, la femminilità, e più gli studi psicologici sui bambini si approfondiscono, più si diventa sensibili e più si vede con evidenza che, davvero, già nel piccolo neonato di sesso femminile (c’è a questo proposito un libro eccellente che l’italiana Elena Belotti ha appena scritto, Dalla parte delle bambine) nel quale si mostra come, già molto prima che il bambino ne sia cosciente, si iscriva nel suo corpo (nel modo di farlo poppare, di portarlo in braccio, di cullarlo, eccetera eccetera) ciò che più tardi potrà apparire come un destino.
Jean-Louis Servan-Schreiber: Le differenze biologiche, che sono evidenti, ritenete che non svolgano alcun ruolo nel possibile comportamento successivo dell’individuo?
Simone de Beauvoir: Penso che esse possano avere un ruolo, e in effetti lo hanno certamente avuto; ma l’importanza che viene loro attribuita, l’importanza che assumono queste differenze, deriva dal contesto sociale nel quale esse si collocano. Voglio dire che, naturalmente, è molto importante che una donna possa essere incinta e avere dei figli, mentre l’uomo non può: questo crea una grande differenza tra i due; ma non è questa differenza che fonda la differenza di statuto né la condizione di sfruttamento e di oppressione alla quale la donna è sottoposta. È, in un certo senso, un pretesto sul quale si costruisce la condizione femminile, ma non è questo che determina tale condizione.
Jean-Louis Servan-Schreiber: Ma quando parlate di sfruttamento o di oppressione, ciò presuppone che vi sia stata una volontà in un certo momento: non si tratta semplicemente di qualcosa di accidentale. Dunque, potete ricostruire l’origine di questa volontà? Sul piano storico, come, secondo voi, si manifesta da parte degli uomini?
Simone de Beauvoir: Risale alla notte dei tempi. Credo che si debba partire dall’idea, come si è detto, che per l’uomo esiste la scarsità: non c’è abbastanza per tutti. Allora i più forti (e c’è stato un momento, nella notte dei tempi, in cui la forza fisica contava enormemente) si sono appropriati dei diritti e del potere, in modo da assicurarsi anche una preminenza economica, grossolanamente per essere coloro che erano sempre sicuri di mangiare. Questo era molto evidente, per esempio, in Cina: in condizioni di grande povertà si lasciava morire, o addirittura si uccideva, una bambina; e si impediva alle donne di partecipare alla produzione, affinché l’uomo avesse davvero tutto nelle proprie mani. È stato sempre così. Non ho il tempo di raccontare qui tutta la storia della donna, ma è del tutto evidente che, di epoca in epoca, c’è sempre stata una volontà degli uomini di impadronirsi del potere. Citerò un solo esempio: nel Medioevo e poi nei secoli successivi, fino al Rinascimento, le donne avevano molto potere come guaritrici; conoscevano una grande quantità di rimedi, di erbe, di medicine “da donne”, talvolta molto efficaci. Ebbene, la medicina è stata loro sottratta dagli uomini. Tutte le persecuzioni contro le streghe si sono fondate essenzialmente su questa volontà maschile di escludere le donne dalla medicina e dal potere che essa conferisce. Successivamente, nel XVIII e nel XIX secolo, furono stabiliti statuti redatti dagli uomini che proibivano rigorosamente, sotto pena di prigione, di multa, eccetera, alle donne di esercitare la professione se non avevano seguito determinate scuole (scuole alle quali, per di più, non venivano nemmeno ammesse). In quel momento, le donne furono relegate al ruolo di donne incinte, al ruolo di infermiere, al ruolo di assistenza, eccetera. Esistono davvero studi interessanti su questo argomento, nei quali si vede come vi sia stata una volontà (dal momento che parlavate di volontà) una volontà degli uomini di strappare la medicina alle donne. Penso che, se si prendessero altri ambiti, si troverebbero esattamente gli stessi processi. Vi è dunque un effetto di volontà; e oggi questa volontà non è forse più quella di conquistare apertamente, ma resta in ogni caso una volontà molto, molto forte di mantenere il potere: si innalzano barriere ovunque, perché le donne cercano di accedere a determinate qualifiche o a certi poteri.
Jean-Louis Servan-Schreiber: C’è una frase interessante che colpisce leggendo le vostre memorie: dite che, scrivendo Il secondo sesso, vi siete accorta, a quarant’anni, di scoprire, mentre lo stavate scrivendo, una situazione che “saltava agli occhi” non appena la si guardava davvero. Come si spiega allora che voi, intellettuale, che aveva compiuto studi avanzati fino all’aggregazione, non abbiate percepito prima dei quarant’anni la condizione femminile così come la descrivete?
Simone de Beauvoir: Perché avevo vissuto la mia condizione personale, che era quella di un’intellettuale, e avevo la fortuna di esercitare una professione nella quale non c’era competizione con gli uomini, poiché l’insegnamento è aperto tanto alle donne quanto agli uomini. Avevo avuto compagni di studio alla Sorbona e altrove che, sul piano intellettuale, si trovavano molto rapidamente in una situazione di piena uguaglianza; dunque non avevo avvertito questa condizione. Inoltre, non avevo voluto né sposarmi né avere figli; non conducevo quindi una vita domestica, che è l’aspetto più opprimente della condizione femminile. Ero sfuggita alle servitù di questa condizione. Più tardi, quando ho cominciato a riflettere e a guardare meglio intorno a me, ho visto la verità sulla condizione femminile e l’ho scoperta in gran parte scrivendo Il secondo sesso.
Jean-Louis Servan-Schreiber: Perché in origine non si trattava di uno studio destinato a trasformare la condizione della donna, ma piuttosto di una ricerca intellettuale in un determinato ambito...
Simone de Beauvoir: Era uno studio teorico, molto più che un lavoro militante. E sono peraltro molto felice che sia stato poi ripreso dai militanti, perché oggi questo libro svolge un ruolo militante; ma, al momento, non era stato affatto concepito in questo modo.
Nel giorno dell’anniversario della nascita di Simone de Beauvoir, scegliere di ricordarla significa anche interrogarsi su ciò che la sua opera e la sua voce hanno prodotto e continuano a produrre nelle vite di altre donne, di altre scrittrici. Ho voluto ricordarla attraverso le parole di Annie Ernaux, che ha più volte riconosciuto in Beauvoir una presenza decisiva, pur senza averla mai incontrata.
Nel 1990, in occasione della pubblicazione del Diario di guerra e delle Lettere a Sartre (1930–1963), Annie Ernaux assistette con stupore alla violenza delle reazioni della stampa francese. Molti giornali scelsero il sarcasmo o una condiscendenza che riduceva Simone de Beauvoir a una figura minore, quasi domestica, ignorando la natura profonda di quei testi. Solo poche voci colsero ciò che Ernaux riconobbe immediatamente, ovvero che il Diario e le Lettere non erano una smentita dell’opera di Beauvoir, ma la sua prosecuzione più coerente, fedele alla logica di una scrittura di sé come luogo di verità. Fu proprio questo che, all’epoca, colpì Ernaux: il fatto che Beauvoir continuasse a disturbare, che anche oltre la morte la sua scrittura restasse irriducibile a una lettura pacificata, addomesticata. Invece di essere accolti per ciò che erano, testi dell’immediato, forme di un’altra verità, quegli scritti vennero usati come “prove a carico”, come se rivelassero una contraddizione tra vita e pensiero. Per Ernaux accadde l’opposto: Simone de Beauvoir restò fedele alla sua impresa di svelamento e offrì, ancora una volta, una dimostrazione della propria libertà.
In quel contesto, Ernaux accettò di partecipare alla trasmissione Apostrophes di Bernard Pivot per parlare di quei testi, pur sapendo quanto la televisione fosse un luogo ostile alla complessità del pensiero. “Ho accettato immediatamente, nonostante la perdita di tempo rispetto al mio libro, il ritardo supplementare che questo mi impone. È un dovere per me, una sorta di omaggio, piuttosto una forma di debito. Senza dubbio non sarei del tutto, senza di lei, senza l’immagine che è stata per tutta la mia giovinezza e i miei anni di formazione, ciò che sono. (E il fatto che sia morta otto giorni dopo mia madre, nell’86, è un segno ulteriore). Ho anche voglia di far passare in questa trasmissione una certa idea dell’azione della letteratura”.
Scrisse: “Se cito queste frasi, è perché mi sembrano riassumere, con spontaneità e, credo, sincerità, il ruolo che Simone de Beauvoir ha avuto nella mia vita e il senso che ho attribuito all’atto di scrivere. Devo precisare che non ho mai incontrato Simone de Beauvoir e che non ho mai cercato di farlo: per timidezza, a causa della distanza (vivevo in provincia) soprattutto perché sono sempre stata convinta che vedere la persona dello scrittore o dell’artista non aggiunga nulla di più alla sua opera. Come migliaia di donne, è attraverso i suoi libri e la sua immagine pubblica di scrittrice impegnata che ho vissuto il mio rapporto con Simone de Beauvoir”.
Ricordare oggi Simone de Beauvoir attraverso lo sguardo di Annie Ernaux, la donna e scrittrice che, più di ogni altra, ha accompagnato la mia vita fino ad ora, e che continuerà a farlo, indicandomi la strada da seguire, significa riconoscere che la forza delle sue opere e della sua voce non risiede soltanto nelle idee che ha sostenuto, ma nella capacità di aver autorizzato altre vite, altre scritture, altre libertà.
È in questo passaggio, da una donna all’altra, che si misura la sua eredità più profonda.
C’è un tempo che non accade mai, eppure consuma un’intera esistenza. È questo il tempo che attraversa La bête dans la jungle, il testo che Marguerite Duras ha elaborato dall’omonima novella di Henry James, e ora in uscita per Éditions du Chemin de fer. Nel 1962 Marguerite Duras si cimenta nella riscrittura della novella inglese di Henry James “The Beast in the Jungle”, lavoro che verrà portato in scena lo stesso anno al Théâtre de l'Athénée con la regia di Jean Leuvrais e ancora, successivamente, nel 1981, sotto la direzione di Alfredo Rodriguez Arias, con l'interpretazione femminile dell'enigmatica Delphine Seyrig, la straordinaria protagonista di “India Song”.
Nel dialogo essenziale tra un uomo e una donna, Duras mette in scena l’attesa come destino: un’attesa carica di presagi, di promesse mai mantenute, di un evento straordinario che dovrebbe cambiare tutto e che invece non arriva. La “bestia” evocata dal titolo non si manifesta, ma resta in agguato per tutta la vita dei protagonisti, trasformandosi lentamente nella consapevolezza di un amore non vissuto.
Questa edizione accosta la prima versione del testo, risalente al 1961, a quella definitiva degli anni Ottanta, permettendo di seguire il lavoro di scavo e riscrittura dell’autrice sul linguaggio, sul silenzio, sull’inesorabile scorrere del tempo. La postfazione di Mireille Calle-Gruber accompagna il lettore in questo territorio, dove la parola cerca di dire ciò che è stato mancato.
La bête dans la jungle emerge così come un’opera sospesa e necessaria, in cui Duras trasforma un classico della letteratura in una meditazione intensa sull’attesa, sull’amore e sulla perdita, facendo della mancata epifania il vero cuore tragico del racconto.
“E allora impara a vivere. Tagliati una bella porzione di torta con le posate d’argento. Impara come fanno le foglie a crescere sugli alberi. Apri gli occhi. Impara come fa la luna a tramontare nel gelo della notte prima di Natale. Apri le narici. Annusa la neve. Lascia che la vita accada”.
Sylvia Plath
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