• AgoraVox su Twitter
  • RSS
  • Agoravox Mobile


Commento di Rocco Di Rella

su Dopo l'Italicum. Ma perché non un Hitler?


Vedi tutti i commenti di questo articolo

Rocco Di Rella Rocco Di Rella 31 gennaio 2014 10:09

NON CONDIVIDO NIENTE DI QUELLO CHE HAI SCRITTO. TI ANTICIPO LE MIE RAGIONI ESPOSTE IN UN ARTICOLO SCRITTO PER AGORAVOX.IT ED ANCORA IN ATTESA DI PUBBLICAZIONE. 

 

ASCOLTATE IL RE MORENTE!

26 anni fa, i terroristi delle Brigate Rosse rivendicarono l’assassinio di Roberto Ruffilli con questo comunicato in cui mescolavano lucidità analitica e follia omicida: “Sabato 16 aprile 1988, un nucleo armato della nostra organizzazione ha giustiziato Roberto Ruffilli, [...] uno dei migliori quadri politici della DC, l’uomo chiave del rinnovamento, vero e proprio cervello politico del progetto demitiano, teso ad aprire una nuova fase costituente, perno centrale del progetto di riformulazione delle regole del gioco, all’interno della complessiva rifunzionalizzazione dei poteri e degli apparati dello Stato. Ruffilli era altresì l’uomo di punta che ha guidato in questi ultimi anni la strategia democristiana sapendo concretamente ricucire, attraverso forzature e mediazioni, tutto l’arco delle forze politiche intorno a questo progetto, comprese le opposizioni istituzionali”.

Roberto Ruffilli, il professor Roberto Ruffilli, era un giurista cattolico che aveva pionieristicamente teorizzato il superamento della Prima Repubblica fondata su un sistema elettorale proporzionale e sulla consociazione delle opposizioni (da parte della Democrazia Cristiana) nella gestione del potere. Ruffilli sosteneva una riforma della legge elettorale in senso maggioritario perché voleva una democrazia fondata sull’alternanza al potere tra le forze politiche. La follia omicida dei brigatisti rossi lo identificò come un pericoloso riformatore capace di stabilizzare e rafforzare le istituzioni democratiche italiane.

Dopo l’omicidio di Ruffilli e la marginalizzazione di Ciriaco De Mita, la battaglia per la democrazia dell’alternanza fu condotta da Mario Segni e dai riformatori che promossero i referendum elettorali all’inizio degli anni Novanta. La morente Prima Repubblica seppe individuare, nei primi mesi del 1993, un originale modello di democrazia dell’alternanza, introducendo l’elezione diretta dei sindaci e approvando una legge elettorale a doppio turno che assegnava la maggioranza dei consiglieri comunali alla coalizione di liste collegata al candidato sindaco più votato. Questa legge consentì di evitare uno dei referendum promossi da Mario Segni e delineò un modello di competizione politica assai originale ed efficace.

Purtroppo, la morente Prima Repubblica non riuscì a trasporre quel modello a livello nazionale, perché riformò il meccanismo di elezione dei parlamentari con una legge ibrida (in parte maggioritaria ed in parte proporzionale) scritta dall’allora deputato democristiano ed attuale giudice della Corte Costituzionale, Sergio Mattarella. I numerosi e generosi tentativi di abolire la quota proporzionale della Legge Mattarella per via referendaria si sono purtroppo infranti dinanzi all’impossibilità di superare il quorum di partecipazione previsto dall’articolo 75 della Costituzione. L’abolizione della residua quota proporzionale, in ogni caso, ci avrebbe consegnato un sistema elettorale molto rozzo e molto simile a quello in vigore in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, in cui viene eletto parlamentare il candidato più suffragato nel collegio elettorale ed è escluso il turno di ballottaggio.

L’esaurirsi della spinta referendaria ha permesso al centrodestra di approvare, nel 2005, una mostruosa legge elettorale studiata a tavolino per rendere quasi impossibile la vittoria del centrosinistra. Quella legge, scritta dall’odontotecnico Roberto Calderoli, è stata finalmente dichiarata incostituzionale poco più di un mese fa. Tocca, pertanto, ai parlamentari in carica delineare ed approvare una legge elettorale che renda definitiva ed irrevocabile l’instaurazione, in Italia, di una democrazia dell’alternanza. L’ipotesi di riforma elettorale messa a punto nei giorni scorsi da Matteo Renzi e Denis Verdini s’ispira al sistema di elezione dei sindaci introdotto nel 1993. Non si rifà ad alcuno dei modelli elettorali in vigore negli altri stati occidentali, ma tenta di estendere a livello nazionale un sistema di elezione che ha funzionato e funziona bene a livello locale. Ci sono, però, due punti della suddetta proposta che vanno emendati: le liste bloccate di candidati ed una soglia bassa (35%) per l’assegnazione del premio di maggioranza al primo turno. Le liste bloccate di candidati rafforzano e perpetuano il potere oligarchico delle segreterie di partito, ma il voto di preferenza è un rimedio peggiore del male, perché è fonte di clientelismo e di corruzione. Solo i collegi uninominali proporzionali (con cui venivano eletti i senatori prima del 1992) assicurano una buona selezione del personale politico, dal momento che consentono ai cittadini di controllare maggiormente l’operato del deputato di collegio. La soglia del 35% dei voti validi per l’assegnazione del premio di maggioranza, poi, potrebbe essere giudicata troppo bassa dalla stessa Corte Costituzionale. Sarebbe opportuno portarla al 40%, proprio per evitare che, in futuro, la Corte possa ritenere eccessivo un premio di maggioranza pari al 18% dei seggi.

Naturalmente, la sola approvazione della riforma elettorale non è sufficiente a sbloccare un sistema politico che attende di essere riformato da circa trent’anni. Sono falliti già 5 tentativi di riforma delle istituzioni repubblicane (la Commissione Bozzi del 1983, la Commissione De Mita-Jotti del 1993, la Commissione D’Alema del 1997, la velleitaria devolution bocciata dai cittadini, nel 2006, in sede di referendum confermativo e il comitato parlamentare per le riforme che non si è riusciti a costituire nel corso dell’anno appena terminato). Per evitare un ulteriore fallimento, si è deciso di dedicare l’anno in corso all’approvazione delle riforme più indispensabili: 1) il superamento del bicameralismo perfetto; 2) la riduzione del numero dei parlamentari; 3) la riscrittura del Titolo V della Seconda Parte della Costituzione; 4) l’abolizione delle inutili Province.

Le riforme sopra elencate, unite a quella delle legge elettorale, possono sbloccare un sistema politico imballato e contraddistinto dalla bassa decisionalità impostagli dall’Assemblea Costituente per immunizzarlo da possibili svolte autoritarie di stampo fascista. Quest’esito è auspicato soprattutto dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che ha ripetutamente chiarito di non volere esercitare il suo potere di scioglimento delle Camere in assenza dell’intervenuta approvazione delle modifiche costituzionali più urgenti. La risoluta posizione del presidente della Repubblica, cui molti rimproverano pretestuosamente un’interpretazione monarchica del suo ruolo, è motivata dalla sua patriottica preoccupazione di fare l’interesse della Nazione, che, in questo momento storico, consiste nella compiuta affermazione di quella democrazia dell’alternanza teorizzata dalle menti più lucide della morente Prima Repubblica.

Alfred Tennyson ha scritto che l’autorità dimentica un re morente. Ma oggi, in Italia, l’autorità non può non ascoltare il re morente, perché le sue parole sono le uniche ispirate dalla ragionevolezza e dal buon senso.

Rocco Di Rella - rocco.di.rella@libero.it


Vedi la discussione






Palmares