La vicenda Englaro dà facilmente adito a molte considerazioni sulla vita, sulla morte e sul diritto. I giudizi sulla volontà di questa ragazza e sulle sue condizioni di vita o di morte, li lasciamo ai familiari, che l’hanno conosciuta, e ai medici che si sono occupati del caso. Sia gli uni che gli altri, a quanto pare, abbondano in Italia e non abbiamo la presunzione di unirci ad una sì alta schiera.
Piuttosto è interessante notare che molti hanno visto in questa vicenda un conflitto tra il diritto naturale e il diritto, sostenendo la superiorità dell’uno o dell’altro. Alcuni, in particolare, hanno ritenuto il mantenimento della ragazza nello stato di coma una realizzazione del diritto naturale, in contrasto con la sentenza della magistratura e dunque col diritto positivo. Senonché nessuno conosce cosa sia il diritto naturale, mentre è il diritto positivo che regge la nostra società.
Nell’affermare la superiorità del diritto naturale è insito un enorme pericolo. Esso, infatti, se esiste, presuppone una natura umana ben definita. Ma in tutta la storia della civiltà umana nessuno ancora è stato in grado di definire precisamente cosa sia la natura umana, semplicemente perché la natura umana non è qualcosa di statico e immutabile né è governata da regole ben precise, o almeno nessuno ancora le ha scoperte ed è certo plausibile che nessuno le scoprirà mai. Ché se fossero scoperte tali presunte leggi, sarebbe possibile determinare in maniera necessaria ogni comportamento umano, il che appare tanto difficile da sembrare impossibile. Posto, dunque, che non si è mai riusciti a definire esattamente la natura umana, ci si può chiedere come possa esistere un diritto naturale e come lo si possa determinare.
Nessuno, infatti, lo ha ancora scritto. Si dirà: è scritto nella mente di ognuno di noi. Se così fosse, tutte le nazioni dovrebbero avere le stesse leggi, o almeno, se si considerano le attuali nazioni civilizzate e, dunque, supponendo la superiorità del diritto naturale, corrotte, le popolazioni più antiche dovrebbero aver avuto le stesse leggi, corrispondenti a quelle naturali. In realtà, sappiamo che le popolazioni più antiche ebbero leggi e costumi molto differenti. Il “padre della storia”, Erodoto, anzi ci dice che non solo le leggi variavano da nazione a nazione, ma leggi più naturali per l’una erano le più assurde per l’altra, a tal punto che ognuna riteneva di avere le migliori leggi del mondo e non le avrebbe mai scambiate con quelle delle altre nazioni. Se per i greci era assurdo cibarsi degli antenati defunti, per degli indiani era assurdo bruciare i cadaveri dei parenti. Da cui Erodoto deduce che “la consuetudine è regina di tutte le cose”.
Poiché non si può definire in maniera univoca il diritto naturale, è chiaro che è difficile sostenere la sua superiorità sulle altre forme di diritto. Tanto più che spesso il diritto naturale, cioè il diritto che sarebbe più conforme alla natura umana, è in netto contrasto con la morale comune. Ad esempio, possiamo ben dire che il desiderio di vendetta fa parte della natura umana. Quale uomo offeso, umiliato, ferito o i cui cari siano stati offesi, umiliati, feriti o uccisi, non desidera vendicarsi? E’ certo questo un sentimento connaturato alla natura umana. Se dovessimo scrivere un diritto naturale, non dovremmo includere forse la vendetta? Eppure, la civiltà, a partire da quella greca, ha prodotto costituzioni e leggi che impediscono la vendetta ed anzi la ritengono un reato. Perché è chiaro che se uno uccide un mio caro e io lo uccido, siamo tutti e due colpevoli di omicidio. Ora, il diritto positivo, che non permette la vendetta, ha sicuramente la funzione evitare i contrasti tra i cittadini, imponendo delle pene prestabilite per chi compie un reato. E nessuno, almeno nella nostra società e salvo rare eccezioni, mette in discussione che ciò sia giusto e che la vendetta sia sbagliata. In tal caso, dunque, il diritto naturale sembra in contrasto con quello positivo e affermare la superiorità indiscutibile del primo significa non ritenere valido il secondo.