I rapporti tra Stati Uniti e Pakistan sono una perfetta applicazione della Legge di Murphy: quando possono peggiorare, lo fanno.
La rivelazione (peraltro già nota al pubblico più specializzato) del New York Times, forse col placet dalla Casa Bianca o della CIA, secondo cui l'esercito e l'intelligence di Islamabad sarebbero responsabili per la barbara uccisione del giornalista Saleem Shahzad, ha duramente inasprito le già fragili relazioni bilaterali.
Nei giorni a seguire, i due Paesi sono stati impegnati in un valzer di reciproche rappresaglie volte a tagliare o limitare gli aiuti, da parte di Washington, l'accesso e supporto, da parte di Islamabad. Questa crescente ostilità, che in diplomatichese si chiama "deficit di fiducia", rischia di diventare un abisso per gli Usa tanto grande quanto un altro con cui si trovano ora a fare (letteralmente) i conti – quello di bilancio.
Per il bene di entrambi gli Stati, i rapporti dovrebbero essere normalizzati al più presto. Ma forse è proprio la reciproca consapevolezza dell'importanza di questa relazione ad incoraggiare reticenze e ostruzionismi. Ciascuno dei due è convinto di avere il coltello dalla parte del manico, dunque l'uno alza la voce affinché l'altro accolga le sue richieste e viceversa.
I pakistani hanno non pochi motivi di risentimento nei confronti dell'(ex?) alleato. I differenti approcci strategici in Afghanistan e l'aperto sostegno di Obama all'ascesa della potenza indiana (una minaccia esistenziale per il Pakistan), la vicenda Raymond Davis*, le ripetute e incessanti scorribande dei droni in territorio pakistano (con annessi strascichi di vittime civili), hanno contribuito a logorare i rapporti tra i due Paesi. Oltre a gettare benzina sul fuoco della propaganda antiamericana in seno al Pakistan.
D'altra parte, anche gli Usa chiedono conto degli scarsi risultati nella lotta al terrore, nonostante i fiumi di miliardi sin qui elargiti, nonché delle presunte coperture offerte a bin Laden prima della sua uccisione ad Abbottabad, a due passi da una caserma pakistana. Aggiungiamo poi la corruzione e la proverbiale incompetenza delle strutture statali pakistane e capiremmo quanto sia nutrito l'elenco di lamentele di Washington.
La Cia non si fida più – sempre ammesso che si sia mai fidata – dell'Isi, l'onnipotente agenzia di intelligence pakistana. Gli 007 d'America non hanno dimenticato la scarsa collaborazione e le informazioni inesatte, lacunose, quando non addirittura false sulle attività dei fondamentalisti in territorio pakistano. Il risultato netto è un'ondata di risentimento antipakistano che irrompe dai media, a ricordare che più che dai nemici, bisogna guardarsi le spalle dagli “amici”.
Ne abbiamo avuto un esempio lo scorso anno, quando Wikileaks si fece conoscere al mondo con la pubblicazione del cd War diary della guerra afghana: 76.607 documenti in cui venivano alla luce i doppi e tripli giochi del Pakistan nella guerra al terrore. Molte delle "rivelazioni" di Wikileaks erano fatti già noti. Ma sono importanti la modalità e la tempistica delle rivelazioni. Il generale in pensione Hamid Gul, potentissimo ex comandante dell’Isi ai tempi dell'invasione sovietica in Afghanistan, ha una sua teoria in merito: non c’è nessuna ‘talpa’, nessuna fuga di notizie. E’ stato l’esercito di Washington (o, almeno, una parte dell’esercito) a consegnare i dossier a Wikileaks. Motivo?Scaricare sul Pakistan tutta la colpa della disfatta americana in Afghanistan. Non potendo vincere una guerra persa in partenza, al Pentagono non restava che sparare (con i droni) sulla Croce rossa. Pardon, su Islamabad. Con la conseguenza che, in seguito alla disastrosa alluvione che ha colpito il Paese asiatico a metà del 2010, la macchina della solidarietà occidentale, solitamente efficiente nella raccolta ed invio di aiuti - un pò meno nella ricostruzione - in tale occasione non ha mostrato la consueta operosità.
Non fatemi domande e io non ne farò a voi
Profilo personale, articoli e statistiche