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Usa/Cina: un rapporto che non corregge la linea di H. Clinton

L’annuale rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato Usa non «corregge» affatto, come titola qualche giornale, la linea adottata da H. Clintonnella sua visita in Cina. Il rapporto dice molto più della precedente amministrazione, essendo stato redatto ben prima dell’insediamento di Obama, che della nuova. E non ci si poteva nemmeno aspettare che la Clinton ammorbidisse o edulcorasse il rapporto sulla Cina. Il fatto che lo abbia firmato senza modificarlo non significa nulla. Un suo intervento a lavoro ormai chiuso avrebbe suscitato troppo clamore, sarebbe apparso censorio. E inutilmente, visto che il nuovo segretario potrà impostare come meglio crede i prossimi rapporti senza bruschi interventi ex post che per forza di cose danno troppo nell’occhio.

Anzi, non è da escludere che sia avvenuto il contrario. E cioè che da parte dello staff sia stato usato un tono più severo per creare un po’ di imbarazzo alla nuova amministrazione. La sostanza comunque non cambia ed è quella che conosciamo tutti. «I diritti umani in Cina restano precari e in alcuni casi sono peggiorati», recita il rapporto. Repressioni in Tibet, detenzione di dissidenti, omicidi e torture, dentro il sistema giudiziario ma anche extra-legali. Il rapporto inoltre smentisce definitivamente l’idea che le Olimpiadi dell’estate scorsa abbiano contribuito a migliorare il record cinese sui diritti umani. Anzi, registra che il numero delle violazioni e degli abusi hanno conosciuto un’impennata proprio in concomitanza con i Giochi olimpici. «La promozione dei diritti umani è un passaggio essenziale della nostra politica estera... insisteremo per un rispetto maggiore dei diritti umani concentrandoci sulle altre nazioni del mondo», si legge nella prefazione al documento. Un’affermazione che si adatta a qualsiasi linea.



Vedremo nel prossimo futuro, quindi, quale sarà l’approccio dell’amministrazione Obama sui diritti umani. Certo, non aspettiamoci la retorica idealista ed enfatica di Bush. E soprattutto nel primo anno la crisi e la necessità di finanziare il debito condizionerà molto il rapporto con la Cina. Non è neanche corretto misurare solo con la retorica l’impegno sui diritti umani. Certo, anche solo la retorica serve, quanto meno per non scoraggiare i dissidenti, ma da questo punto di vista l’esperienza Bush insegna che spesso alle parole non corrispondono i fatti. Con la Cina, per esempio, rispetto alle parole conta molto più il sostegno concreto a Taiwan e la volontà del presidente Obama di affrontare e risolvere il problema del debito.

Da leggere questa interessante analisi di Asianews sul vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan, che dopo essere stato ordinato vescovo della capitale con l’approvazione del Vaticano, per la sua nota fedeltà a Roma, adesso sembra alleato, consenziente o succube, del regime comunista, e con la sua conversione a 180° sta creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede.

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